banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press
la storia
vera di:
Share |
Pap Khouma

"Lì ho sentito il disagio, il fastidio di dare fastidio alle persone nei bar, l'invida per i ragazzi che se ne stavano nei locali a bere e a divertirsi come avrei voluto fare anch'io"

ETÀ:
53 anni
NAZIONALITÀ:
senegalese con cittadinanza italiana
ABITA A:
Milano
IMPIEGO:
scrittore, giornalista, libraio

Quella di Pap Khouma è la storia di un immigrato per volontà e di uno scrittore per caso. "A vent'anni a Dakar avevo in mente tutto tranne che la scrittura. Volevo viaggiare, conoscere il mondo, le ragazze - quelle sempre" racconta e sul tema del gentil sesso si lascia andare ad un largo e beato sorriso.

 

Senegalese di 53 anni, cittadino italiano grazie al primo matrimonio da cui è nato un figlio, Pap fa parte della prima generazione di immigrati africani, quelli approdati in Italia negli anni '80, quando il razzismo era sporadico e isolato e gli uomini di colore li si vedeva soprattutto al cinema e in tv. All'epoca si parlava di vù comprà, tappa obbligata per grossa parte dei cittadini subsahariani. Pap ha iniziato proprio da lì. Sulle spiagge della riviera romagnola. "Un paradiso" ricorda. Dopo tanto tribolare in cerca di un posto dove stare tra Dakar, la Costa d'Avorio e la Francia, Pap trova finalmente la sua sistemazione ideale. "Eravamo nel pieno della stagione, in estate, spiagge piene, belle ragazze, pochissimi venditori ambulanti, noi e i napoletani. Meglio di così?!".

 

Entrare in Italia era stato facile. All'aeroporto di Roma Pap viene fermato dalla polizia. Niente visto ma la sua urgenza di incontrare un amico di famiglia convince gli agenti che lo lasciano passare. Dopodiché il cugino lo porta con sé sotto gli ombrelloni di Rimini e Riccione e lì inizia un periodo scintillante. "Il problema arriva a settembre, quando la gente se ne va - scoppia a ridere Pap - Nessuno mi aveva avvisato. E adesso?". È allora che le cose si mettono male. Dalle spiagge assolate alla bruma di Piacenza e al freddo di Milano. Tutta un'altra storia: "Avevo preso una stanza in una pensione della zona Amendola Fiera pensando che fosse poco cara. E invece dovevo venderne di roba per poterla pagare. Lì ho sentito il disagio, il fastidio di dare fastidio alle persone nei bar, l'invida per i ragazzi che se ne stavano nei locali a bere e a divertirsi come avrei voluto fare anch'io. D'altra parte, o vendevo qualcosa o dormivo su una panchina al gelo".

 

Improponibile il ritorno in Senegal, la terra che Pap aveva deciso con orgoglio di lasciare perché si era sentito espulso nonostante un buon lavoro come maestro di francese negli asili e come ceramista in una cooperativa di Dakar. "Odiavo il mio Paese. Volevo frequentare l'università ma non potevo farlo. Non avevo conoscenze, né i soldi sufficienti per l'iscrizione. Tanti amici più benestanti, invece, entravano senza problemi. Non era giusto. Da lì ho chiuso con il Senegal".

 

Peccato che in Italia lo aspettasse il "limbo". "Questa era la nostra condizione, non eravamo né dentro, né fuori. Potevamo rimanere ma senza la possibilità di affittare una casa, di avere la licenza per vendere... Era il limbo insomma. L'Italia è il Paese delle cose sospese. Le leggi ci sono ma le stesse istituzioni non le rispettano e i permessi di soggiorno invece di arrivare entro 20 giorni ci mettono anche 2 anni. Così ci siamo organizzati". Pap fonda l'associazione di senegalesi e lotta per conquistare diritti basilari come il permesso di soggiorno che ottiene nel 1987 e la licenza per i venditori. "Eravamo aiutati dalla Cisl e oltre a queste battaglie ci davamo da fare per togliere i più giovani dal giro dello spaccio anche con collette di denaro".

 

La scrittura arriva in questo periodo, per raccontare la propria storia, il proprio disagio, il proprio impegno. "È stato un caso. I giornalisti mi chiamavano per fare l'interprete. Ero il vù cumprà con il giornale". Pap ne aveva sempre uno con sé e così si è fatto notare. In poco tempo arriva la proposta di 'Epoca': fare un servizio sull'immigrazione in Italia insieme al suo amico Bathily Dia, come lui senegalese, come lui venditore ambulante. Siamo alla fine degli anni '80. Insieme al fotografo partono: Milano, Torino, Venezia, Roma, Napoli, Catania. Tutto pagato e bene. I redattori correggono i loro testi e Pap e Bathily ancora non ci credono "Ci siamo divertiti tantissimo. Il mio amico si lamentava perché non riusciva a vendere le sue cose. Ci provava sempre perché a lui piaceva davvero il suo mestiere tant'è che lo fa tuttora al mercato di via Papiniano".

 

Pap invece aveva altri desideri e una volta scoperta la scrittura non la lascia più. Oggi, oltre ad essere chiamato in giro per il mondo per partecipare a conferenze sull'immigrazione, dirige la rivista trimestrale on line 'El Ghibli' che raccoglie diversi scrittori stranieri e italiani, e lavora in libreria alla Fnac di Milano. Ha pubblicato 'Io, venditore di elefanti' oggi edito dal Baldini e Castoldi Dalai.  Presto uscirà il suo nuovo libro sui figli degli immigrati in Italia e in Francia.

di Ginevra Battistini, foto di Alan Maglio


Uno di noi

"Quando incontro i venditori ambulanti oggi non è sempre facile. Ora sono tantissimi e il loro mestiere - che è un mestiere dignitoso perché vendere è dignitoso - è molto duro. Mi fanno tenerezza. A volte sono pesanti, ti bloccano e pretendono la mia complicità perché io sono uno di loro, un senegalese. Mi è successo di dover discutere con chi voleva imporre a mia moglie, o alla mia compagna, di comprare qualcosa solo per il fatto che stava con me. Secondo loro avrei dovuto convincerla a tutti i costi. Quando proprio non ci riuscivano mi davano dell'uomo bianco".