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Jovica Jovic

"Noi rom siamo un libro appena comprato. Quando lo leggi non vedi l'ora di arrivare alla fine perché l'interesse cresce pagina dopo pagina. La fine però non arriva mai"

ETÀ:
57 anni
NAZIONALITÀ:
rom
ABITA A:
Rho
IMPIEGO:
fisarmonicista

"Noi rom siamo un libro appena comprato. Quando lo leggi non vedi l'ora di arrivare alla fine perché l'interesse cresce pagina dopo pagina. La fine però non arriva mai". La sua origine rom la rivendica con orgoglio Jovica Jovic, musicista appena graziato dal ministro dell'Interno Maroni che gli ha concesso un permesso di soggiorno per motivi di salute. Quasi due anni di fuga quelli appena trascorsi per evitare di essere espulso dall'Italia perché 'clandestino'.

 

Tutta la sua vita però è una lunga peregrinazione alla ricerca di una terra in cui vivere in pace. Perché essere rom è una condizione di vita, non un legame con un luogo definito. "Significa prima di tutto essere liberi e potere esprimere questa libertà attraverso la musica, per esempio, come nel mio caso". La casa di Jovica è comunque la Serbia, dove è nato nel 1953 e cresciuto. Una casa vera, grande, con una stalla e una cantina piena di vini particolari. Non un campo nomadi dove invece ha vissuto qui in Italia. "Abitavo a Vlasko, un paese vicino a Pozarevac. Avevamo una bella casa, con il bagno e la doccia e tanti animali: cavalli, mucche, capre, galline, di quelli domestici non ne mancava nessuno. Mio padre faceva la grappa, aveva costruito una grossa macchina rivestita in rame che distillava il vino in maniera perfetta. Venivano da tutta la zona e di lavoro ne aveva moltissimo". Una vita agiata dunque, sedentaria e serena."A un certo punto però la mia famiglia decide di trasferirsi in città, a Pozarevac, per integrarsi, per entrare in contatto con gente più educata, più civile di quella della campagna". 



Da lì inizia un nuovo percorso, cittadino ma sempre in movimento alla ricerca di un'occasione migliore. Dalla Serbia all'Austria, a Vienna, dove Jovica vive insieme ai genitori, alla moglie e ad alcuni dei 6 fratelli. Chi lavora in fabbrica, chi un ristorante, chi in lavanderia. Mestieri diversi ma per tutti la passione è la stessa, la portano nel sangue, fa parte della loro natura, è la musica. "ll mio bisnonno è morto a 106 anni con il violino in mano. Tutta la mia famiglia è fatta di musicisti, sia da parte di madre, sia da parte di padre. Chi canta, chi suona il violino, la fisarmonica, il violoncello, le percussioni. Mio padre e mia sorella avevano una voce stupenda". E Jovica? Gli si illumina lo sguardo a parlare del suo strumento, l'unica vera compagna di vita: la fisarmonica. "Me l'hanno costruita su misura, una organtone della fabbrica Dallapè di Stradella, un pezzo unico, solo per me. Ci hanno messo 8 mesi per farla. Eravamo nel 1971". In effetti a guardarla la fisarmonica di Jovica è proprio bella, tutta tirata a lucido. Sembra viva quando si apre e si chiude come un ventaglio tra le mani del suo proprietario.

 

Ha suonato milioni di volte e accompagnato artisti diversi e di fama internazionale come Goran Bregovic, Piero Pelù, Dario Fo, Moni Ovadia. Ha acceso le serate all'interno del ristorante "Cafana Sebdah" di Jovica a Pozarevac. Ha portato gioia e speranza anche nei momenti più bui. "La guerra prima di tutto, negli anni '90. Da lì è iniziata la mia tragedia. Tutta la famiglia si è dispersa. I miei 8 figli sono scappati, chi in Austria, chi in Inghilterra, chi in Italia. Io ho raggiunto mia moglie, ora ex moglie, a Rho, dove abitava con la madre in un prefabbricato sopra un terreno regolarmente acquistato". 



Le cose si mettono male, pochi soldi, poche opportunità di lavoro e via di nuovo, questa volta in Germania dove però Jovica non riesca a sistemarsi. Torna in Serbia, si separa dalla moglie, rientra in Italia quando le bombe della Nato colpiscono Belgrado nel 1999. Riproverà più avanti a continuare l'attività del ristorante ma dopo le bombe è il racket a rendergli la vita impossibile. Di nuovo in Italia trova peggiorata la condizione della sua famiglia che abita in una roulotte. "Era tutto rotto, spaccato. Non c'erano più soldi. Allora mi metto io, con le mie mani, a costruire una baracca con 2 camere e un salotto per me, la mia ex moglie e miei 2 figli".


Intanto Jovica continua a suonare e grazie alla sua musica incontra Marta Pistocchi, violinista di Rho amante dei ritmi balcanici. I due si trovano subito e decidono di fondare un gruppo "I Muzikanti" (www.myspace.com/imuzikanti). La cosa funziona. L'associazione Suoni Sonori si prenda cura della band e mette a disposizione i suoi studi per registrarne i cd. Jovica in particolare sembra aver trovato una soluzione alla sua 'clandestinità'. Sta per essere assunto come docente di musica da Suoni Sonori - a breve potrà quindi ottenere il permesso di soggiorno - quando viene arrestato all'aeroporto di Fiumicino. "Volevo tornare in Serbia per la morte di mio padre. Invece mi fermano, mi mandano in un centro di espulsione e mi dicono che devo lasciare l'Italia. Per fortuna mi rilasciano in fretta per motivi di salute". Da lì la fuga e la paura di essere braccato di nuovo dalle autorità e, infine, la petizione per chiedere al ministero dell'Interno di concedere a Jovica un permesso di soggiorno per meriti artistici. Il documento arriva lo scorso 8 marzo dalle mani dello stesso ministro Maroni ma per motivi di salute. Solo 6 mesi poi, senza un'assunzione, si torna di nuovo nella clandestinità. "La discriminazione non è finita però. A Rho ho subito chiesto la residenza, anche perché necessaria per qualsiasi lavoro in regola, e mi è stata negata. In comune mi è stato detto da un funzionario leghista che a tutti i rom del campo di via Sesia non sarebbe più stata rilasciata la residenza. Tutto bloccato insomma. C'è moltissima ostilità nei confronti dei rom. Fanno paura. La gente scappa. Mia madre, rom come me, mi diceva da bambino - Se non la smetti di fare i capricci, arrivano i rom e ti portano via -. Eppure noi abbiamo bisogno e una gran voglia di comunicare, di uscire allo scoperto, di non rimanere invisibili".

 

Guarda il video

di Ginevra Battistini


Kafana Sebdah

"Così l'ho chiamato il mio ristorante, Kafana Sebdah. La prima parola, di origine turca, significa luogo dove si beve, si mangia qualcosa, si suona la musica; la seconda, sempre turca, è una citazione del grande scrittore serbo Polovina Himzo. Lui ha inventato la parola sebdah. Esprime tutto ciò che è bello: amore, allegria, bellezza, passione ma anche malinconia. Il mio locale era sempre pieno. Venivano attori, giudici, dottori, avvocati. Per loro facevamo delle feste esclusive.

Era un posto familiare, così mi chiamavano e mi dicevano - alle 11 chiudi il ristorante e iniziamo a far festa -. A quel punto si attaccava con la musica e si ballava e beveva per tutta la notte. Suonavamo anche nostri pezzi, inventati da noi. Io alla fisarmonica, mio fratello al violino, mio figlio alla batteria mentre mia sorella cantava.

Era un ristorante bellissimo il nostro, ben arredato, elegante. Avevo fatto costruire dei separé in modo che se la gente alzava troppo il gomito non poteva attaccar briga con nessuno.  Per lo stesso motivo ho inchiodato i tavoli al pavimento. Dalle nostre parti quando si è ubriachi si alzano i tavoli con i denti. A me non piaceva che succedesse nel mio locale. Volevo un po' di ordine. È stato un gran bel periodo. Peccato per il racket e le minacce ricevute che mi hanno costretto a chiudere e a emigrare di nuovo".