"Quando a qualcuno dei dipendenti della filiale raccontavo che sarei andato ad insegnare in un liceo e nel resto del tempo mi sarei dedicato alla musica mi dicevano - Ti invidio Carlos. Io rimarrò 40 anni dietro a una scrivania"
Dura la vita dei musicisti, piena di prove e di non facili gratificazioni. Figuriamoci poi se si arriva dall'America Latina. Carlos Verduga ne sa qualcosa. È un violinista ecuadoriano che di fatica ne ha fatta parecchia ma che ora porta a casa i risultati di una scelta coraggiosa. Quella di emigrare nel 1999 per dare a sé e alla sua famiglia un'esistenza migliore.
Prima negli Stati Uniti e poi in Italia. Esplode in una bella risata nel ricordare: "ci volevano 10 anni per farmi raggiungere da mia moglie Monica e dai miei tre bambini - spiega -. Lavoravo a Miami con tre orchestre. Eppure niente. I miei non potevano seguirmi". Poco importa. Qualcosa ci si inventa sempre. Ed ecco che la moglie colombiana tira fuori un escamotage tutto italiano: la cittadinanza nostrana. La ottiene grazie al nonno emigrato in Ecuador dal Piemonte nel 1935. Gli States non li vogliono e loro trovano una soluzione: l'Italia dipinta come il Bengodi dove - si sa - conta più il sangue della residenza. "Al consolato della mia città, Guayaquil, ci raccontavano che ci avrebbero assicurato una casa, un lavoro, l'istruzione per i nostri figli. In Ecuador stavamo ancora vivendo gli effetti della crisi del 1998/99. Era troppo difficile mantenere la famiglia. E così - continua - mi sono imbarcato su un volo nel 2001, quindici giorni prima dei miei parenti. Quando sono arrivato a Milano ho visto che era tutto grigio, il cielo era grigio. Avrei voluto chiamare moglie e figli per dirgli di rimanere a casa". Ha un largo sorriso Carlos che scoppia quando meno te lo aspetti anche se parla di cose drammatiche.
L'alloggio dei primi tempi, per esempio, e il tentativo di un connazionale di guadagnare sulla sua pelle. "Ci aveva sistemato in cinque in un monolocale. Fin qui, tutto bene. Peccato che dentro ci abitava già un'altra coppia di ecuadoriani. Dopo 3 mesi in 7, la crisi è scoppiata". Da lì la ricerca di una sistemazione temporanea, che trovano da amici, insieme a quella del lavoro. Carlos e Monica si iscrivono nelle graduatorie del Comune nella speranza di ottenere un posto come docente, di musica lui, di italiano lei. "E invece non mi riconoscono il titolo di studio - racconta -. La mia laurea al conservatorio di Guayaquil non valeva niente perché non era di un Paese dell'Unione europea. Mi hanno selezionato però come insegnante di spagnolo e quindi ho iniziato a lavorare nel liceo linguistico Manzoni". Un'ottima soluzione trovata dopo mesi di mestieri per un'impresa di pulizia all'interno di una banca del centro. "Mi avevano appena assunto a tempo indeterminato. Era un gran lavoro. Poca fatica, orario flessibile e la possibilità di andare a seguire i corsi al Conservatorio. Quando a qualcuno dei dipendenti della filiale raccontavo che sarei andato ad insegnare in un liceo e nel resto del tempo mi sarei dedicato alla musica mi dicevano - Ti invidio Carlos. Io rimarrò 40 anni dietro a una scrivania. Tu invece farai quello che ho sempre sognato di fare io".
Ecco il salto di qualità, un buon lavoro, gratificante e che ben si concilia con il violino. La giornata di Carlos resta però lunghissima. Il suo impegno è smisurato. Prende il diploma al Conservatorio, vince un'audizione all'Accademia del Teatro alla Scala che gli permette anche di suonare con l'orchestra scaligera. Come se non bastasse fonda lui un'orchestra. Prima il coro, in realtà, un coro multietnico che chiama Mediolanum. "Significa terra di mezzo, punto di incroci - dice. Mi sembrava il giusto nome per un gruppo che voleva portare diverse culture nella stessa musica. Il primo concerto è stato nel 2006". Nel 2009 è la volta dell'orchestra multietnica che spazia dal repertorio classico a quello etnico. L'idea gli piace a tal punto che s'iscrive a un corso per diventare direttore d'orchestra. Perché no in fondo? La moglie insegna spagnolo nel suo stesso liceo, i figli sono grandi e ben integrati, la cittadinanza italiana è un dono conquistato tre anni fa. A 42 anni, per chi arriva da lontano e pieno di aspirazioni, ce ne sono ancora tante di tappe da raggiungere.
di Ginevra Battistini
"L'opera lirica e Paganini sono le cose che più apprezzo del repertorio classico italiano. Paganini è un percorso obbligato per un violinista e dal punto di vista tecnico dà una certa soddisfazione. L'opera però è un'emozione grandissima. Il mio punto di riferimento è sempre stato Rossini, le sue ouvertures, in particolare quella de 'Il barbiere di Siviglia' ma anche de 'La gazza ladra'. Lui era un genio, il 'Mozart italiano' si potrebbe dire. Quando suono i suoi brani mi entusiasmo. Rossini ha creato delle melodie davvero coinvolgenti. Ma se penso a Verdi e Puccini devo dire che tutti i vostri compositori classici hanno dato tantissimo all'opera".