"Mai avrei pensato di sposarmi con un uomo di una razza diversa dalla mia, mai. Ora il buon Dio ride a guardarmi".
Nelly Diop, senegalese di nascita, italiana d’adozione, è soprattutto simpatica, molto simpatica. Intervistarla è un piacere, non solo per la sua storia ma per come la farcisce di aneddoti e battute divertenti, a tratti illuminanti. Ci accoglie nel suo negozio, in via Paisiello 5 a Milano, dove cucina e vende cibo africano (riso coi gamberi, polpette, cous cous, succo allo zenzero fatto con le sue mani e tanto altro ancora). Tutto da sola: sceglie la merce, paga i fornitori, salda i debiti, gestisce la contabilità, serve i clienti, prepara piatti e bibite, e organizza catering per convegni e feste private. Un anno e mezzo fa ha aperto il locale dopo anni di lavoro come mediatrice culturale all’interno delle scuole, materne, elementari, medie. “Un lavoro bellissimo - racconta - purtroppo mal pagato. Ho smesso perché non c’erano più fondi. La politica ha ridotto all’osso gli investimenti in un settore tanto importante come quello dell’inserimento dei bambini stranieri nelle scuole. Un vero peccato perché i risultati erano straordinari. Lavoravo in aula a contatto con studenti e insegnanti. Il problema era più di relazione che di conoscenza della lingua italiana. Una volta superata la timidezza e la paura i bambini stranieri riuscivano a stare al passo dei loro compagni. A quel punto erano gli italiani a imparare canzoni, giochi, ritornelli africani”.
Ora Nelly è alle prese con tutt’altre faccende, tanti italiani da sfamare all’ora di pranzo quando in zona Buenos Aires scatta l’ora di punta. “E sì - spiega - i senegalesi mi dicono che sono troppo europea e che i miei piatti non sono abbastanza piccanti”. Nelle sue uscite invece è più che pungente, quando si parla del marito sbotta: “Mai avrei pensato di sposarmi con un uomo di una razza diversa dalla mia, mai. Ora il buon Dio ride a guardarmi. Mio padre ci diceva: una figlia con un tedesco, l’altra con un italiano, l’altra ancora con un capoverdiano, ci manca solo il cinese e poi vi mando tutte al diavolo”.
Nessun problema in fatto di integrazione: “Solo con la suocera - scherza - con cui dovevo condividere il marito”. Sul tema e sulle manifestazioni xenofobe, in realtà, Nelly è serissima e ha le idee molto chiare. Fa parte del comitato organizzatore dello sciopero degli immigrati del primo di marzo. A novembre è stata tirata in mezzo da Daimarley Quintero, cubana, sindacalista della Cisl. “Dobbiamo fare qualcosa - mi ha detto - reagire a questo clima di intolleranza verso gli stranieri”. Nonostante le mille incombenze del lavoro, l’idea di importare in Italia l’iniziativa francese (’24 heures sans nous’), l’ha subito conquistata. “Il razzismo c’è sempre stato - spiega - anche quando sono arrivata io in Italia nel 1995. Ma era legato a singoli e sporadici episodi. Ora invece è istituzionale. È la politica che fomenta l’ostilità per lo straniero e la televisione fa da cassa di risonanza. Per questo è necessario intervenire”.
Il suo impegno è soprattutto per gli altri, per chi suda mille camicie per avere il permesso di soggiorno, ottenere la cittadinanza, accedere alle cure sanitarie senza l’incubo di essere denunciato perché clandestino. Che Nelly sia integrata lo dice la sua storia, la sua doppia nazionalità, il matrimonio, la sua condizione socioeconomica. “Non ho lasciato il Senegal per necessità. È stato l’incontro con mio marito che mi ha spinta a lasciare il mio Paese. Avevo una vita serena a Dakar dove sono nata e cresciuta. La mia famiglia fa parte della media borghesia: papà nell’esercito, mamma segretaria. Io e i mie 6 fratelli abbiamo tutti studiato. Io mi sono laureata in lingue con una tesi sulla letteratura americana”. Tutto in regola per essere una donna emancipata e poter esprimere al meglio le proprie potenzialità. Tant’è che Nelly si è fatta imprenditrice, ha seguito diversi corsi e ha iniziato la sua nuova attività “Con una fatica tremenda - ammette -. L’avvio è stato un periodo difficilissimo, nessuno ti aiuta. Adesso però sono in grado di ripagare le spese”.
Di Milano questa donna senegalese, a cui è impossibile strappare l’età, ha un’opinione tutto sommato benevola. Si è fatta una ragione della bruttezza di molte zone della città e anche della scortesia dei suoi abitanti. “Quello che ancora mi manda in bestia è la mancanza del sole. Non sopporto l’inverno e mi arrabbio tutte le volte che diventa buio prima delle 16”.
di Ginevra Battistini, foto Alessandro Nassiri (11 febbraio 2010)
"Lo Yassa di pesce è senza dubbio il mio piatto preferito. Mi ricorda la mia infanzia quando mangiavo tantissimo pesce alla griglia per cui anche oggi vado matta. Al mare i pescatori ce lo regalavano e noi lo mangiavamo anche a merenda. È una ricetta del sud del Senegal. Si cucina così: si mette a marinare il pesce pulito con aglio, peperoncino, pepe e tanto limone. Intanto si prepara il Nokoss, una purea di cipolle, aglio, peperoncino e una punta di sale. Dopo averla cotta in padella si aggiunge un po' di acqua, un po' di senape e del limone e si fa cuocere il tutto a fuoco lento. Una volta grigliato il pesce, lo si sistema in un piatto di portata sopra il Nokoss e lo si avvolge con del riso cotto al vapore".