"Facevo le pulizie da un avvocato e ho pianto perché avevo pietà di me stessa. Nelle Filippine avevo tre domestici e comandavo io"
"Resterò in Italia fino alla morte. La mia vita ormai è qui". Lo sa fin troppo bene Noemi Manalo, filippina di nascita, madre di 4 figli avuti dal primo marito, suo connazionale. Dopo vent'anni a Milano e un'esistenza densa e coraggiosa come la sua non avrebbe senso il contrario. "I miei compaesani li sento ripetere che appena avranno un po' di soldi in tasca torneranno nelle Filippine, apriranno un negozio e resteranno lì per sempre. È un' illusione". Quello del ritorno nel Paese di origine in effetti è spesso un mito. Lo dimostrano gli studi a riguardo e il fatto che sta aumentando l'attenzione verso i contributi pensionistici da parte dei filippini. "Hanno capito che essere in regola sul lavoro è importante per il loro futuro".
Noemi è una donna forte, già nonna di una nipote di 11 anni nata quando ne aveva 41. "A trent'anni sì che ero bella e magra - dice nostalgica e ridendo tra sé e sé mentre sfoglia l'album delle fotografie - E come era bello Vittorio, il mio compagno da allora, bellissimo". Lo sguardo vispo e il volto simpatico sono rimasti intatti. Ride spessissimo Noemi anche quando racconta fatti drammatici; davanti al tragico però lascia trapelare un sorriso malinconico ancora pieno di dolore.
Presidente dell'Anif, l'associazione nazionale italo-filippina, factotum del giornale free press Kabayan Times International, insegnante di italiano, problem solving per centinaia, forse migliaia, di filippini. Tutto questo è Noemi Manalo.
Iniziamo dal principio. Moglie di un imprenditore molto, molto ricco, abitava a Davao, importante città dell'isola di Mindanao. Lui si occupava di compravendita di ratan, legname abbondantissimo nelle Filippine, e distribuiva prodotti elettronici tedeschi. Figlio di un americano e di una spagnola-cinese, aveva messo su una fortuna. Peccato che avesse il vizio del gioco. "Non era mai a casa. Passava le sue giornate al casinò. Fin lì, tutto bene. Quando però nostra figlia di 8 mesi è morta per un'infezione respiratoria ho detto basta, è troppo. Si era bruciato i soldi necessari alle sue cure.
Ancora non lo dimentico. E piango spesso, ogni volta che ci ripenso".
Così comincia la sua storia di emigrata, sola, senza famiglia. Noemi va all'ambasciata e si fa rilasciare parecchi visti, per la Spagna, l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania. "All'epoca bastava avere i soldi e nell'arco di 20 minuti ti preparavano tutti i visti del mondo. Ora bisogna aspettare 5 mesi". Prima tappa Francoforte, dove la ospita una cugina, poi, nel 1987, arriva in Italia. "Mi ha convinto un'amica dicendomi che mi avrebbe trovato un lavoro e che grazie alla legge Martelli avrei ottenuto un permesso di soggiorno".
Detto fatto. Noemi parte di nuovo e si trasferisce a Milano. Abita insieme ad altri "compaesani", come li definisce lei, e per alcuni mesi dorme in salotto su un divano. Ride mentre racconta che piangeva lacrime amare durante il suo primo lavoro. "Facevo le pulizie da un avvocato e ho pianto perché ho avuto pietà di me stessa. Nelle Filippine avevo tre domestici e comandavo io. Ora, invece, toccava a me fare i mestieri di casa e guadagnarmi da vivere".
La situazione era a tratti grottesca. Noemi lavora come domestica e badante ma ha una disponibilità di denaro da lasciare di stucco. "I primi anni usavo ancora le carte di credito di mio marito, carte di credito gold, delle banche più importanti del mondo. Potevo ritirare anche 2 mila dollari al giorno".
Il marito più volte ha cercato di riconquistarla venendo in Italia e facendo pressione proprio sui soldi. Niente da fare. Noemi era irremovibile. "Voglio la mia libertà - gli diceva - e voglio mantenermi da sola e stare con Vittorio".
Nuovo capitolo. L'incontro e la storia d'amore con Vittorio, degna della migliore sceneggiatura di Hollywood, come tutta la sua vita d'altronde, vera epopea di stampo contemporaneo. Lui fa il tassista e lavora di notte. Noemi litiga con le sue coinquiline, esce di casa piangendo dopo le 24, ferma un taxi. "Mi siedo di fianco al guidatore, come facevo nelle Filippine - racconta ridendo - e dico: 'corri e basta, ti pago'. Gli chiedo di portarmi in un bar perché ho bisogno di bere. Sei lattine di birra".
Dopo qualche mese di corteggiamento, nel 1990, Noemi si trasferisce da lui. Porta avanti la sua attività come decoratrice di bomboniere che vende tanto agli italiani quanto ai filippini. La vita di coppia funziona tra alti e bassi ma insieme a Vittorio crea un sodalizio fortissimo sia nell'ambito privato sia in quello lavorativo. "Lui ha la mentalità giusta, è bravo, dà molta importanza ai legami familiari proprio come noi filippini. Per 6 volte organizzano il matrimonio, dopo la morte del marito di Noemi, ma c'era sempre un imprevisto, familiare per l'appunto, che blocca la cerimonia. "6 abiti da sposa, 6 paia di scarpe, mai utilizzati" racconta sempre ridendo.
Intanto su suggerimento di un candidato al consiglio comunale di Milano mettono in piedi l'Anif e poco dopo fondano il Kabayan Times, ora Kabayan Times International. "Quando ci siamo resi conto che i nostri soci speculavano sui bisogni dei filippini, abbiamo deciso di chiudere con loro". Sull'aiuto ai suoi connazionali Noemi non ha dubbi: "deve essere gratuito a meno che i costi non superino quelli della tessera dell'associazione, 40 euro". Anche per questo ferreo principio di onestà il lavoro da fare è titanico. Pratiche per il permesso di soggiorno, ricongiungimenti familiari, assistenza fiscale e legale, insegnamento della lingua italiana. Tutto sulle sue spalle.
Fosse finita qui... E invece no. Noemi manda avanti anche un giornale il cui direttore, Claudio Gatti, è italiano ma che nella pratica quotidiana dipende tutto da lei. I contributi scritti e fotografici sono misti, arrivano tanto da filippini quanto da italiani. I testi sono in inglese ma a volte anche in tagalog, il dialetto più diffuso nelle Filippine e vera disperazione per Noemi: "Tre parole di inglese sono dieci di tagalog. Un incubo per chi fa un giornale". La free press è settimanale e viene distribuita in 10 mila copie a Milano, tra le 35 e le 50 mila in Italia. Si sostiene con la pubblicità ma il problema dei costi è enorme. Nessuno che l'aiuti, né le autorità locali, né il consolato.
Lavoro estenuante che porta via il sonno. Noemi ride ancora quando si lamenta "lo stress mi ha fatto ingrassare e non riesco mai a stare con mio marito. Lavoro e basta. Questa non è la vita dei miei sogni". D'obbligo a questo punto la domanda: ma chi glielo ha fatto fare? "Sono diventata la mamma di tutti i filippini di Milano - scherza -. Tutti mi cercano perché sanno che qui possono trovare un aiuto".
E io posso indirizzarli. Vedo che tantissimi ci leggono e ci seguono. Il giornale è fondamentale come strumento di informazione e loro di questo hanno bisogno, di un punto di riferimento. Non c'è nessuno che mi possa sostituire e finché i miei connazionali avranno bisogno, io ci sarò".
di Ginevra Battistini, foto di Zoe Vincenti
Noemi Manalo è una vera leader, una macchina da guerra capace di mobilitare migliaia di persone. Tra le iniziative organizzate dall'Anif e dal Kabayan Times International c'è Miss Filippine Italia, giunta quest'anno alla quarta edizione. A vincerla sarà la 23enne Roselyn Damias. Un successo di pubblico mai visto. Tutto esaurito, lunghe file e centinaia di persone costrette a tornarsene a casa a bocca asciutta. La sala è quella del Pime, in via Mosé Bianchi. Capienza massima 700 posti. 2 euro l'ingresso. Ecco perché si sono presentati in più di 1000. L'anno prima il costo era di appena 1 euro e 50. "In tanti poi entravano senza pagare e a stento siamo riusciti a coprire le spese" dice ridendo Noemi che ha tutta l'aria della benefattrice più che dell'imprenditrice. 5 ore di sfilate, balli e canti con la partecipazione del consolato filippino. Ad ottobre si replica ma per la prima volta si metterà in scena la versione maschile del concorso: Mr Filippine Italia.