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la storia
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Loy Wai Luen

“Per i miei genitori c’era solo il lavoro. I bambini erano molto meno seguiti di adesso. Crescendo qua, ho capito che è indispensabile trovare del tempo da dedicare ai propri figli"

ETÀ:
40 anni
NAZIONALITÀ:
cinese con cittadinanza italiana
ABITA A:
Milano
IMPIEGO:
ristoratore

Generazione a metà. A questa appartiene Marco, nome italiano di Loy Wai Luen. A metà fra quella dei suoi genitori, cinesi fino al midollo, e quella dei sui figli che se non fosse per gli occhi a mandorla difficilmente ne rintracceresti le origini. Ponte, come tutte le seconde generazioni, con un piede nel passato, tutto il resto nel futuro. Lì bruciano le tappe i suoi bambini, di 6 e 2 anni e mezzo, nati e cresciuti in Italia mentre i genitori si godono la pensione stando accanto alla famiglia ormai italianizzata.

 

La sua storia inizia ad Honk Kong nel 1970. 6 anni dopo, l’arrivo a Milano. La madre e il padre aprono un negozio di pelletteria in via Paolo Sarpi e lì passano l’intera giornata mentre lui e i suoi fratelli vanno a scuola: “Io in via Giusti dove oggi in classe trovi tutti alunni cinesi, a parte un paio di italiani. Alla mia epoca era il contrario. Io e un mio compagno eravamo gli unici cinesi”. Situazione capovolta insomma al punto da essere rifiutata dallo stesso Marco: “In una scuola così non manderei mai i miei figli”. Loro frequentano un istituto privato a cui sono approdati dopo un’esperienza deludente nel pubblico: “Ha senza ‘h’ piu di una volta da parte di una maestra, la mensa in corridoio... Ho pensato che fosse meglio andar via”.

 

L’intreccio con la cultura di provenienza segna, per contrasto, tutto l’ambito familiare, il rapporto con i figli, con la moglie (cinese), con gli amici. “Per i miei genitori c’era solo il lavoro. I bambini erano molto meno seguiti di adesso. Crescendo qua, ho capito che è indispensabile trovare del tempo da dedicare a loro. Per questo io e mia moglie ci prendiamo sempre un giorno alla settimana”. E quando mancano mamma e papà, a casa o in vacanza, spuntano tata e nonna. “Sono appena stati in montagna, in Trentino, con tutte e due. Ora vanno al mare a Cattolica dove staremo per due settimane anche noi. Come la Romagna per famiglie e bambini, non c’è posto migliore”.

 

È gioviale, simpatico, disinvolto Marco-Luen. Ride divertito quando racconta la sua vita. Ha la serenità di chi sa di essere “arrivato”. Niente toni dimessi, solo la voglia e il piacere di condividere i propri successi. Ed ecco che ricompare il lavoro, ma in un’ottica dinamica e rinnovata rispetto a quella dei suoi genitori.

 

Come da copione, tutto ha inizio con un ristorante. Il padre, già chef, rileva nel 1979 una trattoria veneta aperta dal 1918 in zona Stazione Centrale, il Leon d’Oro. “I vecchi proprietari hanno chiesto di mantenere il nome e noi lo abbiamo fatto”. Tra Venezia e la Cina, d’altronde, i legami si perdono nella notte dei tempi, e affondano le radici in un contesto pre-italico. Tutta la sua cucina, infatti, ruota intorno alla contaminazione, non tanto italo-cinese, ma sino-ligure, sino-piemontese, e via con le rivisitazioni micro e macro regionali che abbracciano altri Paesi asiatici, Giappone in testa. Una bestemmia per i suoi genitori che dopo una lunga resistenza hanno deposto le armi solo in vista della pensione. “Prima non ne volevano sapere, non c’era verso. Così ho aperto un mio ristorante e poi nel 2000 sono venuto qui, su loro richiesta, ma con l’accordo che avrei avuto carta bianca”.

 

Proprio in Veneto, ad Aviano, Luen conosce e apprezza il cibo e i vini italiani  “Lì sì che se ne intendono di vini. Io facevo il servizio militare e lavoravo come aiuto cuoco nella mensa degli ufficiali”. Da allora comincia la voglia di accostare, di sperimentare. Libertà che può esprimere solo nel suo locale, lontano dagli occhi severi dei familiari, “custodi della tradizione”. Siccome però la Storia procede per cicli, proprio alla tradizione, seppur rivisitata, guarda ora Marco, mentre si appresta ad aprire il suo terzo ristorante insieme a diversi soci. 3 ristoranti, 3 generazioni. Passato, presente e futuro si rincorrono e a volte si confondono nella sua vita. Chissà se i figli vorranno seguire le stesse orme. “Il grande dice che vuole fare lo scienziato, mestiere molto internazionale, che non ha bisogno di legarsi a un posto fisso”.

 

Nessun “mito del ritorno” in Cina. Alla domanda sulla sua identità in bilico Luen risponde: “Mi sento abbastanza italiano, a volte cinese, abbastanza milanese. Italiano e milanese per il piacere di vivere bene godendosi cibo, vacanze e bambini; cinese per le origini". Grazie al servizio militare, nel 1991 arriva la cittadinanza. “Ancora non capisco i miei connazionali, che non si adattano alle regole di convivenza del Paese in cui vivono. Sono ospiti in casa d’altri o no? Che senso ha, per esempio, stare in gruppo accovacciati sui marciapiedi? Siamo in Italia, non in Cina”.

di Ginevra Battistini, foto di Alan Maglio (15 luglio 2010)


La cucina Mixa di Marco-Luen

“La mia cucina non la voglio chiamare fusion, né nouvelle cuisine. Fusion per me significa che non sai cucinare, che metti insieme le cose così, senza criterio. Io preferisco parlare di Asian crossover, una cucina asiatica senza confini. Nel nostro menu abbiamo inserito i ravioli di manzo al tartufo perché i cinesi non li conoscevano e li apprezzano molto. Dopo un viaggio in Liguria e la scoperta del pesto e della salsa di noci abbiamo iniziato a lavorare sui sughi: rossi, bianchi, verdi. Dai pansotti siamo arrivati ai ravioli di gamberi con latte di cocco e arachidi. E poi ancora gli udon, i bucatini di riso a cui abbiamo aggiunto la bottarga di tonno giapponese; gli uramaki, gli involtini, reinterpretati. Oppure abbiamo ripreso da Gualtiero Marchesi il risotto giallo con l’oro, che ha il sapore della liquirizia. Ora per il nuovo locale stiamo lavorando sui dim sum, piccoli stuzzichini che piacciono molto agli italiani. Il nostro cuoco poi, che è cinese, ha un modo tutto suo di preparare i piatti giapponesi, un modo molto creativo. Questa creatività l’ho imparata da Roberto Okabe, cuoco di nazionalità mista, giapponese e brasiliana, davvero straordinario”.