“Ora mi sento troppo integrato, troppo italiano. È giusto che sia così. Io prima non volevo che Ramona uscisse da sola, ora invece trovo importante che lavori e che abbia la sua indipendenza”
È sposato con una ragazza italiana, padre di una bambina di 2 anni, ha un lavoro, una casa in affitto, una macchina. Se questo significa essere integrato, Haidar lo è. La sua è una storia difficile, piena di colpi di scena ma di sicuro è di successo. Tra i 15 e i 23 anni questo ragazzo albanese ha lasciato la sua famiglia a Lac, raggiunto i fratelli in Italia viaggiando per 30 ore, immobile, a bordo di un camion cisterna, è incappato nello spaccio di droga, finito nelle maglie della giustizia e della burocrazia italiana, è stato in carcere, ha trovato lavoro, conosciuto Ramona, ragazza che ha sposato dopo la nascita della figlia Desirée. Una vita intera in soli nove anni e ora la soddisfazione di poter dire “ce l’ho fatta”. Lo hanno dovuto riconoscere anche i suoceri: “Ora stravedono per lui - racconta Ramona - prima non volevano saperne della nostra relazione”. A segnare una svolta, è stata la nascita della bambina, nascita che ha rischiato di essere stravolta da una brutta vicenda giudiziaria. Quando tutto andava nel verso giusto, con un lavoro sicuro in una carrozzeria del lodigiano, ottenuto grazie all’aiuto dei servizi della giustizia minorile (spesso unica opportunità di inserimento per i giovani immigrati) arriva tra capo e collo l’arresto per spaccio di droga. Il tutto per concludersi dopo quasi un mese di carcere con l’assoluzione e le ‘scuse’ dello Stato che gli risarcisce 5 mila euro, neanche la metà delle spese legali sostenute. “Avevano intercettato una telefonata tra due miei fratelli - spiega Haidar - in cui si parlava di me e dell’eventualità di darmi un po’ di soldi”. Da lì l’errore e la presunzione che fosse colpevole come il fratello.
Peccato che nel frattempo Ramona, 23 anni, avesse saputo di essere incinta. “È stato terribile - ricorda -. A quel punto i miei si erano convinti che Haidar fosse un poco di buono mentre io ho continuato ad avere fiducia in lui. Ero spaventata però: avevamo deciso di abortire”. Ora Desirée è il cuore della loro vita. È lei che dà il ritmo alla loro casa, una casa accogliente, ordinata e pulita dove questa giovane coppia svolge - lo si vede - un’esistenza serena e allegra. Unica nota dolente la distanza dai genitori: “Mi mancano moltissimo - racconta Haidar - e mi sento in colpa perché in Albania il figlio minore resta sempre vicino alla sua famiglia”. Difficile immaginare un ritorno a Lac. “Ora mi sento troppo integrato, troppo italiano” dice riconoscendo di aver cambiato, e di molto, mentalità: “È giusto che sia così. Io prima non volevo che Ramona uscisse da sola - racconta sorridendo alla moglie -. Ora, invece, trovo importante che lavori e che abbia la sua indipendenza, tant’è che quando ci siamo sposati abbiamo fatto la separazioni dei beni e quando riusciremo a comprare una casa la intesteremo a lei in modo che non abbia problemi, qualsiasi cosa succeda”. Quest'anno la tappa finale del suo processo di integrazione: Haidar diventerà cittadino italiano.
di Ginevra Battistini
Permesso di soggiorno negato e rinviato per anni, presunzione di colpevolezza dovuta all’origine albanese e ai legami familiari. Quella di Haidar è una storia giudiziaria abbastanza tipica che accomuna tanti immigrati nelle sue condizioni.
Andrea d’Amicis, penalista, è il suo avvocato: “Io ho iniziato a seguire il caso nel 2007, dopo il rilascio per assoluzione. Quel mese di carcere per un reato mai commesso è stato il periodo più buio. Purtroppo la nostra richiesta di riparazione del danno, da me quantificata in 103 mila euro, è stata respinta. Se si calcolano gli stipendi persi da Haidar, il permesso di soggiorno rinviato per l’ennesima volta a causa del processo, il danno psichico accertato dal medico legale (attacchi d’ansia, depressione, cefalee), oltre, ovviamente, all’ingiusta carcerazione e al rischio di aborto della sua compagna, si capisce il senso della nostra istanza. Perché abbiamo ottenuto solo 5 mila euro? Perché in fase di indagine è prevista la detenzione qualsiasi sia l’esito del processo, che, in questo caso, ha portato al proscioglimento di Haidar. I magistrati quindi non sono stati considerati colpevoli”.