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Minori stranieri non accompagnati: chi sono, quanti sono, dove vivono, chi si occupa di loro. I dati del rapporto EMN Italia, le denunce di Save the Children

Ragazzi interrotti
Immagine relativa a Ragazzi interrotti

Ne arrivano sempre meno a causa dei blocchi in Libia e dei respingimenti. Per loro gravi ripercussioni dal pacchetto sicurezza

Non tutti in Italia sanno della loro esistenza, pochissimi si preoccupano delle loro condizioni di vita, pochi si affaticano a cercarli quando, sempre più spesso, si dileguano nel nulla. Eppure sono migliaia: un’onda di ragazzini, adolescenti soli che arrivano da zone di miseria o di conflitto. Minorenni a cui le istituzioni cercano di garantire protezione ma che potrebbero diventare invisibili: il pacchetto sicurezza, infatti, incombe anche su di loro e il rischio è che si trasformino in clandestini appena raggiunta la maggiore età.

 

Il fenomeno in cifre. Tecnicamente sono chiamati “minori stranieri non accompagnati”: giovanissimi approdati nel nostro Paese senza un genitore, un tutore, un affidatario o un qualsiasi altro adulto responsabile per loro. Del gruppo, secondo la legge italiana, non fanno parte le vittime di tratta, i neocomunitari – rumeni e bulgari – e chi, una volta arrivato, fa richiesta d’asilo. Ad occuparsi di loro sono le procure dei Tribunali dei minorenni, a cui devono essere segnalati, i giudici tutelari e il comitato per i minori stranieri. Istituzioni che servono a garantire a questi ragazzi protezione e assistenza, in primis un luogo sicuro in cui vivere. Adolescenti stranieri che non possono essere espulsi, se non per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato, ma che possono essere riportati al loro Paese d’origine, attraverso il rimpatrio assistito, per essere riaffidati alle famiglie. Per il programma nazionale di accoglienza che li riguarda, anche nel 2010 sono state stanziate risorse dal ministero del Welfare: un piano da 15 milioni di euro e un nuovo bando per ampliare la rete dei comuni che si occupa di loro.

 

Difficile stilare un ritratto del minore straniero non accompagnato presente in Italia: a grandi linee, guardando i dati, sono soprattutto maschi, di età compresa tra i 16 e i 17 anni, provenienti dall’Africa o dall’Asia. Nel 2008 questi ragazzini erano 7.797, almeno secondo il rapporto pubblicato il 21 aprile da European Migration Network (EMN), la rete che in tutti gli Stati membri della Ue si occupa di fenomeni migratori e che fornisce i dati su cui poi lavora la Commissione europea. Varie le provenienze: il 15,3% dal Marocco, il 13,7% dall’Egitto, e poi Albania, Palestina e Afghanistan. Alla fine del terzo trimestre 2009, sempre secondo l’EMN, se ne contavano 6.587: moltissimi i volti senza nome, nessuna identificazione per il 77% di loro.

 

Problemi aperti. “Nel 2008 – si legge nel rapporto EMN – i minori approdati in Italia sono stati complessivamente 2.751”: quasi tutti soli (2.124), sono sbarcati soprattutto a Lampedusa (1.948). Cifre che l’anno scorso hanno subito un drastico calo “per effetto – scrivono i ricercatori – delle pratiche adottate dal Governo italiano per contrastare l’immigrazione clandestina”: i minori coinvolti nel 2009 negli sbarchi sono stati 889, di cui 197 nell'isola siciliana. Via mare, insomma, ne arrivano in Italia molti meno. E questo, come vedremo tra poco, non è necessariamente un bene.
Ad appesantire l’esistenza di questi adolescenti stranieri, poi, ci si è messo anche il pacchetto sicurezza, approvato tra mille polemiche l'estate scorsa: due norme, contenute nella legge 94 del 2009, hanno ristretto i requisiti che consentivano a questi ragazzi di ottenere la conversione del permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni. In pratica il minore deve restare almeno 3 anni sul suolo italiano prima di diventare maggiorenne e, contemporaneamente, compiere un percorso di integrazione di almeno 2 anni presso un ente riconosciuto. Requisiti che tagliano fuori moltissimi ragazzi, circa 3mila secondo le stime di Save the Children: in pratica tutti quelli che avevano più di 15 anni ed erano già in Italia all'entrata in vigore della legge e tutti quelli arrivati dopo con più di 16 anni.
Proprio sull’interpretazione delle norme, poi, nasce una seconda questione, denunciata ancora una volta dall’organizzazione per la difesa dei bambini: per i minori stranieri non c’è omogeneità di trattamento da una città all’altra, la loro condizione giuridica cambia a seconda del posto in cui vengono accolti. Il loro destino dipende da come i singoli comuni e i singoli questori interpretano la legge, se in modo più o meno restrittivo. In alcune città viene contestato loro il reato di ingresso e soggiorno illegale, in altre no. Una disparità di trattamento che sottolinea la mancanza di un quadro coerente e di un coordinamento su scala nazionale. 

 

La parola agli esperti. Un fenomeno, insomma, quello dei minori non accompagnati, ancora in parte sconosciuto e pieno di ombre. Per chiarirne i contorni abbiamo chiesto aiuto ad Antonio Ricci ricercatore del Centro studi Idos, redattore del Dossier Caritas/Migrantes e curatore del rapporto EMN Italia.

 

Chi sono i minori stranieri che arrivano nel nostro Paese?
“Sono giovani migranti che devono sbrigarsela da soli, che arrivano anche in modo irregolare, per sfuggire alla povertà, cercare un lavoro, essere di sostegno alla famiglia. Molto spesso la motivazione è la riuscita personale, il successo economico. In molti casi scelgono l’Italia perché nel loro Paese ne arriva un’immagine positiva, una sorta di California, dove tutto è possibile, dove il lavoro si trova, dove il successo è assicurato”. Un po’, insomma, come succedeva per gli albanesi e i loro sbarchi di massa negli anni Novanta. “Alcuni – prosegue Ricci – vengono rintracciati ed entrano in un sistema di protezione pubblica. Altri, invece, restano sulla strada: diventano invisibili, vivono da irregolari. Il rischio è che cadano nei circuiti della criminalità, dello sfruttamento, del lavoro nero”.

 

Quali sono i problemi legati alla loro condizione?
“Bisogna chiedersi soprattutto quali prospettive per il futuro abbiano questi giovanissimi. Il sistema italiano sta nettamente migliorando, ma in fase di accoglienza, in un arco di tempo molto breve, i ragazzi si allontanano perché al compimento dei 18 anni non possono diventare regolari a causa delle norme previste dal pacchetto sicurezza. Così si brucia buona parte del lavoro fatto e delle risorse investite: per alcuni anni diamo speranza, poi gettiamo tutto al vento”.

 

Una situazione che sembra senza via d’uscita. Cosa manca allora? Cosa bisogna fare subito?
“Innanzitutto bisogna dare ai minori una prospettiva per il futuro, in Italia o anche nel loro Paese. A mancare è soprattutto una cooperazione efficace con i Paesi di partenza. Bisogna poi implementare un sistema comune europeo e, in Italia, ampliare la riflessione sull’accoglienza: servono più meccanismi per l’integrazione e, nelle strutture, figure professionali come i mediatori e gli psicologi. In altri Stati membri è stata presa in considerazione l’idea di prolungare fino a 21 anni il periodo del loro recupero: questa soluzione viene dal Nord Europa e potrebbe essere applicata in modo efficace anche qui”. E una bella mano potrebbe arrivare anche dalla Commissione europea che, a breve, dovrebbe diffondere un piano d’azione con linee comuni per tutti gli Stati membri. “Un piano – conclude Antonio Ricci – su cui l’Italia ha spinto e investito molto”.

 

Grande preoccupazione è espressa da Save the Children e dalle altre associazioni che ogni giorno hanno a che fare con questi ragazzi: lamentano innanzitutto l’alta percentuale di abbandono delle strutture da parte dei minori non accompagnati. “Chi entra a 17 anni – spiega Carlotta Bellini, responsabile italiana dell’Area protezione dell’organizzazione – non ha una prospettiva. Alcuni restano e rischiano di essere rispediti in patria. Molti, invece, decidono di scappare: è una decisione che può costare caro perché se dovessero essere fermati potrebbe essere contestato loro il reato di ingresso e soggiorno illegale o di clandestinità”.

 

Cos’altro preoccupa Save the Children?
“Ci fa molto riflettere il calo degli arrivi, legato alla diminuzione degli sbarchi. Pensiamo che molti minori siano rimasti bloccati in Libia o che siano stati respinti in mare. I ragazzi che sono riusciti ad arrivare in Italia raccontano di loro coetanei chiusi nei centri di detenzione in Libia anche per 6 mesi o un anno, bloccati in condizioni aberranti, senza alcuna assistenza, spesso vittime di violenza. Quelle strutture sono off limits per noi e per tante organizzazioni: siamo preoccupati perché la Libia non rispetta i diritti umani e non dà garanzie sulla protezione dei minori”.

 

Cosa bisogna fare, invece, per i ragazzi che riescono ad arrivare in Italia?
“Oggi ci sono meno ragazzi presenti nelle strutture, quindi l’accoglienza è di gran lunga migliorata. In molti casi, però, mancano servizi di base come gli interpreti e i consulenti legali. Bisogna capire, poi, qual è la misura di protezione più adeguata per loro, anche a seconda della loro provenienza. Sono gruppi che hanno esigenze diverse: gli afgani, ad esempio, quasi sempre sono in transito, diretti nel Nord Europa. È difficile che resti in comunità chi sta solo passando per il nostro Paese o chi arriva per trovare un lavoro e mandare i soldi a casa”.

 

A livello nazionale, qual è la strategia da seguire?
“Innanzitutto bisogna migliorare le normative per evitare le difformità di trattamento. Poi bisogna riorganizzare la gestione del sistema di accoglienza. Un piano era stato annunciato per l’aprile 2009, ma poi non l’abbiamo più visto. Bisogna anche garantire più percorsi di formazione e di inserimento lavorativo, per evitare che i minori stranieri cadano vittime di sfruttamento e criminalità. Si deve fare, insomma, molto di più e in modo molto responsabile”.


Sono più maturi della loro età, questi ragazzi che lasciano terra e famiglia alla ricerca di un futuro migliore. Non devono essere lasciati soli. Non deve essergli negato il futuro. Non devono diventare clandestini per legge. A qualsiasi costo bisogna evitare che diventino invisibili.

 

Per approfondimenti:

 

Il rapporto Italia di European Migration Network

Il rapporto di Save the Children sull’impatto del pacchetto sicurezza sui minori non accompagnati

Il rapporto di Save the Children sulle strutture d’accoglienza

di Chiara Semenzato, illustrazioni di Francesca Sassoli



Marco Todarello ha scritto:
2010-05-06 23:30:48
bellissimo, complimenti
Lamberto Bertolè, presidente della cooperativa sociale Arimo

 

"Bisogna sfatare un mito: questi non sono minori non accompagnati, non sono persone che viaggiano, non sono andati via da soli. Sono ragazzi abbandonati, cacciati dalle famiglie con un mandato, caricati di tante aspettative”


La storia, le voci

Ibrahim, abbandonato due volte

 

Abbandonato, rimasto solo 2 volte. Lo chiameremo Ibrahim, questo ragazzo egiziano la cui storia italiana comincia nel 2007: ha soli 16 anni quando arriva nel nostro Paese. A trovarlo, per strada, in una cittadina del Nord, alcuni vigili urbani che lo portano in una comunità. Per legge, ora, l’ente responsabile del mantenimento e del futuro di Ibrahim è il piccolo comune in cui è stato trovato.
Quando arriva in comunità il ragazzino non parla una sola parola d’italiano, non si sa cosa abbia fatto nelle poche settimane passate in Italia dal suo arrivo, non racconta nulla. Dimostra meno degli anni che ha, Ibrahim, ma poco alla volta svela la sua indole: è un ragazzo dolce, attento, rispettoso. Si fa ben volere da tutti, è intelligente, ha manualità. Ha uno sguardo attento, Ibrahim, impara in fretta. Tutto sembra andare per il verso giusto, fino a che non si scontra con la cieca burocrazia.
Dopo qualche mese, i servizi sociali comunicano che la spesa per mantenerlo in comunità è troppo alta: Ibrahim sarà mandato in un’altra struttura di recupero per tossicodipendenti e per gravi emarginati sociali, un posto che lo accoglie gratuitamente, senza gravare sulle casse del comune. A nulla servono le proteste degli educatori, che prima propongono di accollarsi la spesa per il mantenimento del ragazzo, poi presentano un esposto in tribunale. Nulla da fare. Oltre al danno la beffa: gli operatori non solo perdono la loro battaglia, ma viene anche vietato loro di incontrare o di vedere Ibrahim perché con il loro atteggiamento lo hanno destabilizzato.
Passano due anni e Ibrahim, ormai maggiorenne, torna nella prima comunità. “Sembrava rimasto chiuso in un posto buio per due anni” dicono gli educatori. Parla poco e male l’italiano, il ragazzo dolce e intelligente è sparito per lasciare posto a un adulto dimesso, senza slancio, senza energia. Sulle sue labbra una sola domanda: “Perché mi avete mandato via?”. Non ha un lavoro e neppure un permesso di soggiorno. Per lui non è stato pensato alcun progetto specifico. È un essere umano a cui è mancato qualcosa, i cui diritti sono stati violati. Ora quella prima comunità sta provando ad aiutarlo, per cercare di sconfiggere quella cieca burocrazia.

 

Alcune voci raccolte da Save the Children nell’indagine pubblicata a febbraio

 

“Quando ero a casa, mia mamma mi diceva non partire… Diceva “non andare!”. Ma io non l’ho ascoltata. A casa potevo lavorare, ma tutti dicevano che l’Italia è bella, che c’è lavoro per tutti, allora ho pensato che sarei stato meglio. Se sapevo che era così non partivo, non venivo in Italia. L’Italia non è come mi immaginavo.”

 

“Sono venuto con la barca. Sono passato dalla Spagna, ma non era buono per me. Sono passato dalla Francia, ma non era buono per me. Poi sono arrivato in Italia. Pensavo che c’era lavoro che potevo fare soldi, invece solo lavoro nero, per strada. Ora sono qui in comunità e non posso lavorare, non c’è documenti, non c’è niente, non c’è lavoro. Non posso mandare i soldi alla mia famiglia.”

 

“In Italia tutti parlano sempre di stranieri. Ci sono sempre problemi per gli stranieri, per gli altri mai. Se potessi tornare indietro non verrei più. Ho fatto un viaggio con la barca…tanti giorni. Quando sono arrivato ho pensato solo ”un altro quarto d’ora poi sono morto”. Sono arrivato in Sicilia ma sono scappato”.

 

“Gli altri ragazzi non li capisco. Stiamo bene qui. Intanto che sto in comunità voglio studiare, imparare l’italiano e trovare un lavoro. Poi voglio restare a vivere qui.”

 

“Quando stavo a casa un parente mi ha detto “vieni in Italia, c’è il lavoro c’è tutto”. Sono venuto con la barca. Sono arrivato in Sicilia. Ma lì non c’era niente. In Sicilia non c’era niente per noi. Il parente non c’era più, anche lui era clandestino. Quando sono arrivato era andato via anche lui, al nord. Sono scappato, sono stato per strada, in tante città, ho avuto fame. Ho incontrato persone che mi hanno detto dove andare. Ora sono in comunità, sto bene qui però non è come immaginavo. Qui non potrò stare sempre. Stare tutti insieme non è facile. Ci sono regole, non posso fare quello che vorrei”.