Manifestazioni dei loro familiari a Tunisi, ma le autorità del Bel Paese fanno orecchie di mercante e non confrontano le impronte digitali in loro possesso con quelle della polizia tunisina
A marzo le coste tunisine erano strettamente pattugliate dalla Nato: all’epoca non sarebbero sfuggite le tracce del naufragio di un natante, anche piccolo
Li hanno visti partire. Le famiglie hanno visto partire (almeno) duecento giovani tunisini che, sconfitto a Tunisi il regime di Ben Alì, hanno voluto sperimentare la libertà, declinandola nel viaggio: libertà di movimento, di esplorare, di cercare una vita diversa, di conoscere il mondo. “Ti chiamo appena arrivo in Italia”. Poi più nulla. Nel marzo del 2011, almeno 4 barche sono partite alla volta dell’Europa, naturalmente prima tappa l’Italia: è la prima sponda del vecchio Continente a nord dell’Africa, se si parte dalla Tunisia.
Ora quei duecento ragazzi risultano dispersi. Di loro non si sa più niente; non hanno chiamato le famiglie che, in preda all’angoscia, da qualche tempo fanno manifestazioni in Tunisia – ora che il regime è stato sconfitto, almeno si può manifestare - per chiedere che le autorità si occupino dei propri connazionali inghiottiti dal silenzio. Sono morti in un naufragio? Se lo sono chiesto (e se lo chiedono ancora), ma a marzo, le coste tunisine erano strettamente pattugliate dalla Nato: all’epoca non sarebbero sfuggite le tracce del naufragio di un natante, anche piccolo.
Così il sollievo di sapere che - in quei giorni di fine inverno e inizio primavera - non ci sono stati cadaveri in mare, si impregna di ansia all’idea che forse sono in prigione da qualche parte, forse stanno soffrendo e non riescono a comunicare con le famiglie. Un barlume di speranza – quindi la voglia di non arrendersi - arriva quando qualche disperso viene intravisto in tv, nei servizi italiani girati al Cie di Lampedusa.
La voce disperata della famiglie tunisine è quindi arrivata in Italia. Le associazioni “LeVenticinqueundici” e “Pontes” hanno raccolto il testimone che dalla società tunisina è passato a quella italiana. Quanto si chiede è semplice: se i ragazzi – una volta arrivati in Italia - non hanno dato le proprie generalità perché, nella realtà dura e ingiusta, a loro è vietato venire in Europa, allora le istituzioni - tunisina e italiana - confrontino le impronte digitali dei dispersi partiti dalla Tunisia con quelle dei migranti arrivati nei Cie.
Ma c’è un inghippo burocratico, che in altre occasioni risultato invisibile: nonostante sia prassi l’incrocio di dati personali dei migranti tra le polizie, questo non è previsto ufficialmente dagli accordi bilaterali italo-tunisini, nessuno si prende la briga di accertare se i duecento dispersi siano ancora vivi attraverso l’incrocio delle impronte digitali: in questo caso non interessa a nessuno sorvolare un inghippo burocratico. Forse l’identità di questi migranti - non soli al mondo, con le famiglie diventate una caso in Tunisia - risulterebbe scomoda: dopo il clamore in patria, che ne facciamo di questi clandestini?
La schedatura con le impronte serve solo a impedire la libertà di movimento. Le impronte si prendono appena si entra nei Cie. Funziona così: se scappi - o se esci allo scadere dei 18 mesi di soggiorno (in realtà di detenzione) nel centro e quindi sei stato cortesemente invitato ad andartene dall’Italia entro 5 giorni - e arrivi, ad esempio, in Francia: Qui ti ‘beccano’ e scoprono che sei partito da un Cie in Italia. Questo grazie all’incrocio immediato dei database delle polizie francese e italiane, in cui l’unico dato certo sono le impronte digitali. E dalla Francia ti rispediscono in Italia. Se in Italia hai già fatto 18 mesi di Cie, sei colpevole di calcare il suolo italico clandestinamente: ti mettono in prigione. E così il giro folle riparte. Entri ed esci dalla prigione.
Le impronte non si possono usare, però, per sapere se quei ragazzi siano riusciti a raggiungere la sponda nord del Mediterraneo, se siano ancora vivi.
di Angiola Bellu
Per questo è nata la campagna “Da una sponda all'altra: vite che contano”, organizzata dall’ Associazione Pontes dei Tunisini in Italia, dal gruppo femminista Le Venticinqueundici di Milano, e dal collettivo Tunisini di Parma, Zalab. Chiedono (Per chi volesse firmare l’appello, è sufficiente inviare una mail all’indirizzo venticinquenovembre@gmail.com con il proprio nome e cognome) che le autorità tunisine e quelle italiane collaborino. Questa volta la collaborazione non sarebbe per contrattare quanti esseri umani possono entrare e quanti rimpatriare; per impedire che si muovano, per stabilire come e quando rispedirli da dove sono partiti. Questa volta la collaborazione servirebbe perché ci sono famiglie in Tunisia che fanno presidi e manifestano; che portano le foto dei propri figli e fratelli dappertutto e si aggrappano a chiunque venga dall’altra parte di quel mare che non possono attraversare – giornalisti, associazioni, turisti – per cercare di sapere. Sapere se quei ragazzi partiti per ‘respirare l’ossigeno dell’Italia”, come dice un ragazzo tunisino da dietro le reti del C.A.R.A. di Mineo nel video di Sonia Giardina, siano finiti in una cella di isolamento colpevoli di clandestinità o per essersi rivoltati in un centro di detenzione o chissà cos’altro. E sapere sarebbe semplice: in Tunisia la carta d’identità prevede le impronte digitali, basterebbe incrociarle con quelle dei migranti nei Cie prese dalle forze dell’ordine italiane. Questa operazione semplice e – abbiamo visto – all’ordine del giorno per gestire i flussi di migranti, porterebbe a scoprire se i duecento ragazzi siano mai arrivati in Italia, quei duecento che hanno comunque pagato molto cara la loro voglia di libertà, la libertà di respirare l’ossigeno dell’Italia. Quella libertà che per noi, i nostri amici, le nostre famiglie – noi che viviamo da questa parte del Mediterraneo – è banale: se ci viene voglia di respirare l’ossigeno di un altrove – tempo e denaro permettendo – andiamo a respirarcelo.