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Cgil, Cisl e Uil scelgono Rosarno, come luogo simbolo delle celebrazioni del Primo Maggio. Chi sono gli stranieri che lavorano in Italia, cosa fanno, cosa vogliono. Le loro storie, i loro problemi, i loro punti di eccellenza

Il Primo Maggio è tuo!
Immagine relativa a Il Primo Maggio è tuo!

Lavoro nero e poco qualificato ma anche tanti regolari e storie di successo fra gli immigrati italiani

Rosarno capitale del primo maggio italiano. È nella cittadina calabrese che si svolgerà la manifestazione nazionale voluta da Cgil, Cisl e Uil per celebrare la festa dei lavoratori. Per la prima volta il mondo del sindacato sposta tutta l'attenzione sugli stranieri e sul ruolo chiave che svolgono nella nuova Italia. La scelta è tutt'altro che casuale e forse anche riparatoria: all'inizio di quest'anno Rosarno ha vissuto momenti di grande tensione tra gli immigrati sfruttati nei campi della Piana di Gioia Tauro e diversi abitanti. A 4 mesi di distanza dagli scontri molte domande restano senza risposte, come è evidente leggendo l'inchiesta dello scorso numero di Mixa. La principale è come si è potuti arrivare al quel punto senza intervenire prima. Dov'erano i sindacati e le autorità locali, mentre centinaia di stranieri venivano trattati come schiavi nelle campagne intorno a Rosarno, comune commissariato per mafia?


La Calabria come territorio simbolo. Il lavoro degli immigrati è infatti fondamentale per l'intera agricoltura del Paese. Moltissimi gli stranieri che lavorano in nero. Diverse decine di migliaia di persone sottopostea angherie di ogni genere, nonostante siano essenziali alla nostra economia. Tanti ovviamente anche i regolari; gli ultimi saranno gli 80 mila stagionali, richiesti a gran voce dalle associazioni di categoria e appena autorizzati a entrare nel nostro Paese. La Coldiretti, l'associazione degli agricoltori, parla di 150 mila immigrati nel settore agricolo. Raccolgono le mele in Trentino e le fragole nel veronese. Le arance in Sicilia e in Calabria. I pomodori in Puglia e Campania. Si occupano delle distese di frutta dell'Emilia Romagna, dell'uva in Piemonte e in Umbria.  


Nella pesca e nella macellazione delle carni ormai la metà degli impiegati è straniera
. Lo stesso avviene nel settore dei trasporti su ruota, nella sicurezza privata e nelle spedizioni.


Che ormai l'Italia sia cambiata nel suo tessuto sociale ed economico è palese nei dati, più chiari di mille discorsi, anche se inspiegabilmente il nostro Paese ne sembra impermeabile. Nel suo ultimo rapporto relativo al 2009 l'Ismu parla ormai di 2 milioni e mezzo di lavoratori stranieri in Italia, ma l'Inail si spinge fino a 3 milioni e 200 mila occupati (la differenza nelle cifre resta, anche dopo aver confrontato i numeri con i due istituti). Gli immigrati viaggiano ormai verso quota 4 milioni e mezzo (al primo gennaio 2010 l'Istat ne contava 4 milioni e 279 mila), quindi la stragrande maggioranza di loro ha un lavoro regolare. In totale, confrontato con il dato degli occupati italiani, superano il 14% della forza lavoro. Un 14% tra l'altro fondamentale: spesso sono il primo anello della catena economica.


La metà dei lavoratori edili è straniera, ma parliamo solo dei regolari
. Bruciano ancora le immagini di immigrati che salgono sulle gru dei cantieri, minacciando di lanciarsi al suolo, che chiedono solo di essere pagati per il loro lavoro. Quasi un milione gli stranieri impiegati nelle industrie: sono i lavoratori più sindacalizzati. La sigla più rappresentativa è la Cisl, con 332.561 iscritti, seguita dalla Cgil con 297.591 e infine dalla Uil con 190.078.


Negli ospedali privati lavorano ormai più di 100 mila infermieri stranieri
. E in quelli pubblici, dove mancano dati certi, molti ausiliari sono assunti attraverso le cooperative, che impiegano soprattutto immigrati. E poi ci sono loro, l'esercito delle badanti e colf. Non ci sono ancora dati ufficiali dopo la regolarizzazione dello scorso settembre, ma sembra che ormai siano diverse centinaia di migliaia.


Fin qui la fotografia del lavoro immigrato in Italia. Ma quali sono i problemi da superare, le difficoltà maggiori, i punti di eccellenza e quelli più bassi? Ci siamo fatti aiutare in questo viaggio da Emilio Reyneri, Ordinario di Sociologia del lavoro all'Università di Milano-Bicocca.

 

La questione centrale è l'emersione dal lavoro nero, che "parte dal fatto che uno straniero non ha vantaggio a versare i contributi all’Inps: la stragrande maggioranza di loro non pensa di passare in Italia anche la vecchiaia, e dunque sa che verserà soldi che rimarranno agli italiani". E i soldi che versa al nostro Istituto di Previdenza sono parecchi: 6,5 miliardi di euro nel 2008, il 4% di tutti i contributi previdenziali versati. "Sorge così una sorta di complicità con il datore di lavoro: al primo, certo, non conviene versare i contributi. Risparmiando poi su Irpef e Inps può mettere in busta qualcosina in più, e questo rende chiaramente soddisfatto l’immigrato. Che, comunque, non ha alcun vantaggio nell’essere messo in regola". Sono pochi i Paesi con cui l’Italia ha una convenzione utile al trasferimento dei contributi, si tratta dei Paesi dell’Unione, per il resto è per lo più molto difficile e si lascia tutto agli italiani.  


"Un modo tipico di aggirare la legge, diffuso molto al Nord, nelle imprese edili, è quello del falso part-time. Si rischia poco perché in caso di controllo si può sempre dire che è stato cambiato l’orario all’ultimo minuto – e comunque al massimo si tratta di una multa di qualche centinaio di euro. Così si pagano i contributi solo a metà.  Pensiamo che il 7% degli italiani che lavorano in questo settore ha un contratto part-time, che nell’edilizia ha comunque poco senso, contro il 16% degli stranieri".


Altra faccenda, che coinvolge soprattutto il popolo delle badanti e la manovalanza del settore agricolo, è quella di fare un contratto in regola per pochi mesi, giusto quando sta per scadere il permesso di soggiorno. Poi si rinnovano i documenti e la persona viene ‘licenziata’. In realtà la sua collaborazione è ininterrotta, continua come prima, risparmiando così sui contributi Inps e Inail.


Solo qualche giorno fa la Camera ha bocciato una proposta avanzata dal Pd e sostenuta da tutto il mondo sindacale. Prevedeva la possibilità di denunciare il datore di lavoro che ti sfrutta, facendoti lavorare in nero, in cambio del permesso di soggiorno. Il professor Reyneri però la trova efficace solo per qualche migliaia di persone. "Innanzitutto riguarda solo chi non è in regola con i documenti. Certo, una fetta degli stranieri, ma piuttosto piccola rispetto ai regolari. Se 2,5 milioni di immigrati lavorano in Italia in modo regolare, circa 600 mila sono irregolari. E poi ricordiamoci sempre che la denuncia – ma questo vale anche per gli italiani – è sempre un passo impegnativo. Chi cerca un'occupazione, soprattutto se disperato, è spesso comunque molto riconoscente con chi lo garantisce, anche se in nero".


Reyneri ci fa un esempio concreto: "Una tesi di laurea che ho seguito qualche anno fa, molto interessante, prese in esame la provincia di Pistoia – dunque la civilissima Toscana. L’obiettivo era capire quanto la denuncia fosse temuta da un datore di lavoro: bene, emerse che era l’ultimo pensiero degli imprenditori. Una possibilità che non passava loro neanche per la testa".  


Questione estremamente preoccupante, gli incidenti sul lavoro. Vera piaga italiana, con tre morti bianche al giorno, colpisce con maggiore violenza i lavoratori stranieri. Il numero di immigrati, soprattutto giovani, coinvolti in infortuni è aumentato in tre anni del 15%, arrivando a 143 mila nel 2008. È quanto emerge dagli ultimi dati dell’Inail che evidenzia anche come i casi mortali, tra 3 milioni di assicurati, siano stati due anni fa 189. Secondo l’Inail, il 16,4% degli infortuni registrati a livello nazionale ha interessato un immigrato. Stiamo ovviamente parlando di lavoratori che possono denunciare, perché assunti in regola.


Altra piaga, il caporalato, lo sfruttamento illegale della manovalanza
. È capitato a tutti, specie nelle prime ore del mattino, di notare gruppi di stranieri che aspettano il caporale che li porti nei campi o nei cantieri. Con la conseguenza che alla paga per una dura giornata di lavoro, già molto magra, bisogna togliere anche una percentuale che va proprio al caporale. Questo sistema è nella stragrande maggioranza dei casi gestito da organizzazioni criminali. Quindi i datori di lavoro italiani che permettono il caporalato sono parte attiva di questo mercato illegale.


Il professor Reyneri pone l'accento sul fatto che i media e la politica si occupano "troppo spesso dei casi limite, quelli eclatanti che fanno scalpore. Sono assolutamente importanti da trattare. Ma più importante è non trascurare quello che invece è la normalità, quelli che sono i problemi più diffusi: come il lavoro sommerso appunto, ma anche il fatto che in Italia gli stranieri non lavorano mai all’altezza della loro qualifica, dei loro studi. L’Italia – come anche la Spagna - punta a generare lavoro medio-basso, in imprese medio piccole. Il risultato è che da noi vengono immigrati laureati, ma che non possono contribuire allo sviluppo del Paese come ‘cervelli’, ma solo come manovalanza bassa. Questo perché da noi non si investe in ricerca, non si investe in innovazione".

La crisi ha poi ulteriormente acuito questo fenomeno. "I più recenti dati Istat – se guardiamo alla distribuzione degli immigrati per livello professionale – mostrano come negli ultimi due anni ci sia stato un aumento molto marcato di occupati nei livelli elementari. Ormai nel livello ‘basso’ (badanti, lavapiatti, manovali…) gli stranieri occupano 30 posti su cento".


Sempre analizzando i dati Istat per il periodo che va dalla seconda metà del 2008 (quando la disoccupazione era ancora relativamente bassa) al terzo trimestre del 2009, vediamo che, in termini relativi, a soffrire di più la crisi sono i maschi immigrati. In appena un anno il loro tasso di disoccupazione raddoppia, anzi di più: passa dal 5% del 2008 al 11% del 2009. Le donne straniere  passano da un 10% di disoccupate a un 15%.  A seguire arrivano gli italiani, dal 9 al 10% circa.


Reyneri fa notare che tra gli immigrati cresce molto la disoccupazione ma aumenta anche l’assunzione dei dipendenti, che sono poi la categoria principale tra gli stranieri che lavorano. "Dunque, i lavoratori stranieri aumentano di circa il 5%. Come mai? Si tratta di una contraddizione solo apparente. Innanzitutto aumentano gli ingressi, ma soprattutto aumentano gli insediamenti. Di fronte alla crisi economica, una reazione classica è quella di decidere di stabilirsi. Si pensa comunemente che sia il contrario, cioè che con la crisi uno straniero disoccupato voglia tornare nel proprio Paese. Non è così, perché probabilmente il suo Paese d’origine vive quella stessa crisi peggio del Paese ospite".


Concludendo, sembrerebbe quindi che l'Italia sia uno dei Paesi in cui è più difficile vivere la propria esperienza lavorativa, rispetto a stati come la Germania, la Francia o la Svezia.  

"Dipende – ci risponde il professor Reyneri - Se cerchi un lavoro di bassa manovalanza no. Gli altri Paesi europei hanno un tasso di occupazione degli stranieri anche 3, 4 volte più basso. Certo, chi trova lavoro ha un posto in genere più consono con i propri studi. In Italia, più che altro, non c’è assistenza, manca un sistema di welfare anche per gli italiani. Qui la differenza è che mentre noi possiamo bene o male contare sulla famiglia – in caso di disoccupazione, per avviare un impresa o un negozio o per tenere i bambini se l’asilo non c’è o costa troppo – gli immigrati non hanno la famiglia a disposizione. E questo, in un Paese come il nostro, conta molto". 

 

di Francesco Bianco e Michela Dell'Amico. Foto di Alan Maglio



Ahmed ha scritto:
2010-04-29 17:24:30
Complimenti, bella analisi, belle anche le storie di chi ce l'ha fatta. Vi leggo sempre con piacere.
Pablo ha scritto:
2010-04-29 18:06:37
Sono un ragazzo dell'Uruguay. Ho 35 anni e lavoro in Italia da 7 anni, prima come magazziniere, ora come capofficina. Vi seguo sempre e devo dire che siete sempre bravi, con tanti dati. Mi è piaciuto soprattutto quello che ha detto la signora Ocmin, che ho avuto la fortuna di conoscere. Quello che dice lei dovrebbe diventare legge per tutti gli immigrati. Grazie ancora!
Liliana Ocmin segretaria confederale della Cisl, con delega alle donne e agli immigrati

 

"Il concetto di legalità è fondamentale, ma deve valere anche e soprattutto per gli italiani. È un paradosso chiedere agli immigrati di rispettare la legge, se poi gli italiani non la rispettano"


Le storie di chi ce l'ha fatta

Sembra che l'Italia accolga solo immigrati da inquadrare come bassa manovalanza. Più volte si rimprovera al nostro Paese di non attrarre 'cervelli', di non avere lavoro qualificante da offrire, anche per gli stessi italiani. Eppure è proprio nel miscuglio di esperienze e qualifiche che tante università o grandi multinazionali trovano il loro successo, ma raramente succede in Italia. Circa un terzo degli occupati stranieri in Italia - al 2009 - risulta inserito nel segmento più basso del sistema occupazionale, e al Nord, aumentando il numero degli immigrati, questa percentuale sale. Questo nonostante la metà degli occupati stranieri sia in possesso di una laurea o di un diploma. Nel 2006 l’Istat evidenziava che un quarto degli immigrati lavora in maniera disagiata: il 19% la sera, il 12% la notte e il 15% la domenica. Si tratta di numeri rimasti sostanzialmente identici anche oggi. I problemi vanno dal riconoscimento dei titoli di studio al sistema di formazione professionale, spesso lacunoso. Non si rispetta quindi il principio di pari opportunità, e si sprecano qualifiche. Le cose, lentamente, iniziano a cambiare e i casi di impiego di immigrati come lavoratori qualificati non sono più rari. Ne abbiamo raccolti alcuni:


Charito Basa
è una consulente di organizzazioni internazionali. Parte da Mabini, nelle Filippine, e il suo destino doveva essere quello di tante immigrate. Arrivata a Roma nel 1986 con una laurea in Economia, lavora come colf. Entrata in contatto con una Ong internazionale, inizia a collaborare. Sposa un italiano, e oggi si occupa di integrazione, immigrazione, genere e sviluppo, lavorando come libera professionista nel ruolo di consulente e ricercatrice per istituzioni. Organizza convegni e coordina progetti di sviluppo per varie istituzioni e organizzazioni internazionali. Si è specializzata con un master in ‘Gender equality’, visto che in Italia i suoi titoli non le sono stati riconosciuti. Lavorare in Italia, spiega, “non aiuta a crescere e non fa guadagnare tanta esperienza come lavorare all’estero”.


Alen Custovic
è un giornalista, arrivato in Italia “per caso” o, meglio, per praticità. La penisola era la più vicina via di fuga “da Mostar, assediata (1992-1993) dalle granate che facevano vittime civili come mosche”. Arriva in Italia insieme alla madre e al fratello, a dodici anni, nel 1993. Immigrati regolari,con lo status di profughi di guerra ottenuto attraverso le Ong che assistevano le vittime del conflitto nella ex-Jugoslavia. Oggi Alen è sposato con un’italiana e lavora come giornalista per Avvenire, il Sole 24 Ore, la Repubblica e il Giorno. Ma la 'gavetta' è stata lunga: studiava e lavorava durante le scuole superiori, come cameriere la sera e nei week end, durante l’estate come fabbro e nei campi a raccogliere uva e olive. Durante l’università ha fatto l’agente immobiliare, l’assicuratore, l’editor, il redattore e l’insegnante. “Il vero problema nel percorso professionale di un extracomunitario è la difficoltà di ottenere la cittadinanza – racconta – prima di tutto il dover correre dietro a tutte le scadenze del permesso di soggiorno e l’impossibilità di partecipare ai concorsi pubblici”.


Alberto Chicayban è un musicista e musicoterapeuta, in tasca una laurea in Lettere con specializzazione linguistica, e una seconda laurea in composizione musicale, con una carriera da musicista professionista. Con queste 'armi' Alberto, nato a Niteròi, in Brasile, è arrivato in Italia nel 1992 per partecipare a una conferenza, a Genova, ed esporre le sue tecniche di musicoterapia. Visto il successo, ha ottenuto un secondo invito da parte di un centro studi sulla salute mentale di Trieste. Lì si è stabilito, e oggi collabora con diverse aziende sanitarie, utilizzando la musica per curare malati psichiatrici, anziani, disabili e vittime di disagio sociale. Molto noto nel suo settore, Alberto oggi è responsabile del laboratorio di stimolazione musicale di una cooperativa, membro del comitato scientifico di Brignole a Genova e compositore. Se guarda indietro, alla sua vita, ricorda che “non è facile avere a che fare con un sistema che vede l’immigrato solo come manodopera. Se potessi tornare indietro, credo che sceglierei di andare via da questo Paese”.