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Le giovani immigrate soffrono più dei maschi la mancanza di integrazione, ma combattono anche da sole

Otto marzo, l'emancipazione è la sfida delle ragazze straniere
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Le giovani immigrate soffrono più dei maschi la mancanza di integrazione, ma combattono anche da sole

Nelle famiglie immigrate le figlie femmine godono di minore libertà rispetto ai maschi: dai 12 anni i loro movimenti vengono drasticamente ridotti e in alcuni casi subiscono matrimoni combinati. Lo dice la ricerca "Le adolescenti della migrazione e la società italiana", condotta attraverso un centinaio di interviste a ragazze residenti a Milano, Reggio Emilia e Modena da Mara Tognetti, professore di politiche dell’immigrazione all'università Milano Bicocca. Purtroppo l’argomento non è nuovo neppure alle ragazze italiane – certo, oggi meno di ieri – dipende comunque molto da dove si nasce, anche nell’Italia contemporanea. Quello che emerge nello studio, e che preoccupa e spaventa, è che molte realtà immigrate – soprattutto quelle meno inserite nel contesto economico e socio-culturale – arrivano a radicalizzare comportamenti che non sono abituali neppure nei loro Paesi d’origine, come il matrimonio combinato, e impediscono alle ragazze di frequentare i coetanei come facevano prima.

 

“I giovani immigrati presentano nell’adolescenza particolari criticità. Sono legate sia al processo di determinazione dell’identità, tipica di quel periodo di crescita, sia al loro essere immigrati o figli di immigrati. Il che significa, un sistema educativo rigido all’interno del proprio nucleo familiare e un sistema culturalmente aperto all’interno della società d’accoglienza. Quello che si evidenzia nello studio, è che le femmine soffrono però ancora di più dei maschi”. Ne danno evidenza le scuole, perché dopo la pubertà le ragazze scompaiono dalle gite scolastiche, dalle piazze, dai luoghi d’incontro – come discoteche, palestre e centri sportivi - e a volte anche dai banchi di scuola. Le si prepara al matrimonio deciso dai genitori. Come reagiscono? In modi molto diversi, ma questo studio mette in evidenza come, di fronte alle restrizioni, molte di loro mettono in atto strategie nuove.



"Quel che è bene mettere subito in evidenza – ci dice Togneti – è che questa realtà è amplificata da una totale mancanza di politiche: “i matrimoni forzati sono vietati da una direttiva dell’Onu, ma anche dalla legge italiana e di moltissimi altri Paesi, compreso, ad esempio, il Marocco. Però ci sono, sono una realtà in Italia, anche se una realtà semi-sconosciuta. Non solo non ci sono politiche dirette a contrastare questi fenomeni, ma non si conoscono neppure i numeri, non si conosce la portata del fenomeno". “Se ne parla solo quando ci sono fatti di cronaca eclatanti, in genere omicidi. Ma chi si ricorda di Almas Mahmood, la ragazza pachistana di 17 anni rapita lo scorso gennaio dal padre nei pressi di un centro di accoglienza di Fano? Sembra che la famiglia volesse costringerla a sposare un connazionale, mentre lei vestiva all’’occidentale’ e frequentava coetanei italiani. Un anno prima era finita in ospedale per le botte ricevute”.


Lo scorso anno ha fatto notizia l'arresto di un gruppo di bulgari, accusati di far parte di un'organizzazione criminale che portava in Italia ragazze minorenni per venderle come spose a clan di nomadi e poi impiegate in furti e borseggi. Le minori sono consegnate dalle famiglie al prezzo di circa mille euro più la promessa di un matrimonio, il prezzo finale al quale queste ragazze sono poi vendute raggiunge invece i 10 mila euro. Quella delle spose bambine è una vita da recluse, niente giochi e niente amici perché le attende un matrimonio combinato dalla famiglia. Secondo l'International center for research on women sono circa 60 milioni nel mondo - arrivano dal Niger, Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Nepal, Mozambico, Uganda, India ed Etiopia - in Italia sarebbero qualche migliaio. Secondo il Centro nazionale di documentazione per l'infanzia, il fenomeno è particolarmente drammatico nel Sud Italia: nella sola Campania si conta più della metà delle spose minorenni. “Ma chiaramente il sommerso non compare nei dati, ed è la cronaca a farci immaginare una realtà ancora più pesante”, spiega Tognetti. In Italia si nascondono nelle comunità d'immigrati più impermeabili - pakistane, indiane, egiziane e rom – “ed è anche per questo che sarebbe così importante avere adeguate politiche di integrazione”.


Lasciate sole, le ragazze immigrate comunque reagiscono
. I dati ci dicono che le donne immigrate in media sono più integrate degli uomini: frequentano di più corsi di lingua, sono più aperte alla società che le accoglie. E queste ragazze “ottengono dai genitori una sorta di compromesso. Se parliamo di matrimoni combinati, convincono i parenti a poter scegliere almeno una rosa di candidati che vadano bene a entrambi, di poterli almeno conoscere prima delle nozze, e poi che possiedano una serie di requisiti molto significativi. Vogliono un uomo immigrato come loro, che abbia sperimentato la trans-cultura, quindi emancipato, chiedono di poter rimanere in Europa, magari di migliorare la loro condizione e spostarsi in Inghilterra o in Francia. O ancora chiedono di poter terminare gli studi, di frequentare l'università o di poter lavorare dopo il matrimonio, accettano di scendere a compromessi che possono tollerare. Chiedono di non tornare nei Paesi d’origine, perché la loro società – a differenza dei genitori – è quella occidentale”.


Se affrontassimo il problema, spiega Tognetti, sensibilizzando l’opinione pubblica e gli stessi protagonisti di queste vicende – “come il governo sta facendo, ad esempio, con il lavoro del ministro Mara Carfagna contro le mutilazioni genitali – potremmo provare a garantire i diritti umani anche a queste giovani donne. Dobbiamo capire che queste ragazze sono italiane, sono nate e cresciute qui, e hanno le nostre stesse sensibilità ed esigenze. Invece subiscono abusi fisici e psicologici – che oltre a costituire reato – hanno un elevato costo sociale”. Molti altri Paesi europei sono d’esempio in questo senso: l’Inghilterra ha molte iniziative a contrasto del fenomeno, in Francia ci sono azioni specifiche, spazi dedicati agli adolescenti immigrati, operatori che conoscono bene queste realtà e possono sostenere le ragazze in caso di bisogno.

di Michela Dell'Amico



Intervista a Maida Ziarati, mediatrice culturale iraniana

 

"Capita spessissimo che le ragazze escano di casa col velo e poi lo tolgano sull’autobus. Qui il problema ha due facce. Da un lato, è assolutamente ingiusto e contrario ai precetti religiosi imporre il foulard a una giovane donna. Dall’altro, andando a scuola o uscendo con gli amici, spesso queste ragazzine trovano un clima durissimo nei confronti di quello che viene percepito come un simbolo arcaico e religioso".


Storie vere di ragazze interrotte

 

Liberamente tratte dalle interviste effettuate per lo studio "Le adolescenti della migrazione e la società italiana", condotta attraverso un centinaio di interviste a ragazze residenti a Milano, Reggio Emilia e Modena da Mara Tognetti, professoressa di politiche dell’immigrazione all'università Milano Bicocca.


"Ho 18 anni e mi chiamo Chiara. Sono nata in Italia ma i miei genitori arrivano dal Marocco. Adoro la mia famiglia e mi manca tantissimo. Però sì, sono stata io ad abbandonarla.
Io sono cresciuta a Modena, parlo anche un po’ il dialetto. Ho fatto le scuola qui, ho qui i miei amici e sono cresciuta con loro. La religione mi divideva dal mio mondo, ma non è mai stato un problema finché i miei genitori, avevo più o meno 14 anni, hanno iniziato a limitare molto i miei movimenti, le mie libertà. Mi dicevano che una ragazza dell’islam deve comportarsi bene, non mostrarsi troppo in giro e soprattutto non mostrarsi da sola con i ragazzi. La svolta mi ha colto impreparata. Perché non potevo più divertirmi e chiacchierare con le amiche? Al parco, la sera, e neppure andare a casa loro, o uscire il pomeriggio? I miei si facevano ogni giorno più pressanti, più sospettosi e io non riuscivo a tenergli nascosta la mia doppia vita. Sì, perché da tempo frequentavo Luca, che oggi è il mio compagno. Luca è nato da genitori italiani, e questo è bastato a mio padre per fare una brutta scenata davanti a lui quando ho provato a portarlo a casa. L’ho frequentato di nascosto per tutto il liceo, ho aspettato i 18 anni e poi sono scappata insieme a lui, il mio amore. Oggi viviamo insieme in un piccolo appartamento, ci manteniamo da soli e siamo felici. Però non vedo e non sento più i miei – neppure i miei fratelli – da circa due anni". 



"Mi chiamo Zaitoon e sono innamorata, ma il mio amore ha sconvolto la mia vita e mi ha quasi uccisa. Peggio, di morire ha rischiato anche il mio bambino.
Sono nata a Milano e sono cresciuta qui. Ho un buon carattere e la vita in Italia non mi ha mai dato problemi: ho sempre avuto molti amici, nessun problema di razzismo o integrazione. I problemi sono arrivati – tra me e la mia famiglia – con l’adolescenza. Frequentavo un compagno di scuola, pakistano d’origine come me, ma i miei genitori avevano in serbo una sorpresa. Loro avevano deciso che l’uomo giusto per me era un altro, molto più grande di me – all’epoca io avevo 16 anni e lui 39 – e quando me lo hanno detto mi è caduto il mondo addosso. Casa mia è diventata un inferno, subivo veri e propri interrogatori ad ogni passo, e la sera, quando tornava mio padre e si apriva l’argomento matrimonio, scoppiavano liti furiose. Il mio carattere è buono, ma affatto docile, e mio padre più volte mi ha picchiato brutalmente, mentre mia madre mi insultava. Non vi dico cosa è successo quando sono rimasta incinta. Forse ho sbagliato, forse ho peggiorato la situazione. Ma io volevo sposare Mohammed, e insieme abbiamo deciso di mettere i miei davanti al fatto compiuto. Sapete dove sono arrivati? Hanno minacciato di far del male al nostro bambino, di ucciderci tutti. Adesso questo è passato, vivo abbastanza serena dopo che i servizi sociali ci hanno allontanato da loro. Ma la ferita resta fresca nel mio cuore".


"So di aver fatto una cosa che nel nostro Paese – o meglio, nel Paese dei miei genitori – è fuori da qualsiasi regola. Vivo in provincia, in un piccolo paese italiano dove sono nata e ho 19 anni. I miei genitori vengono dal Pakistan e mi hanno chiamata Jabeen. Avevo 15 anni quando mi sono innamorata di un indiano, che ho conosciuto per caso tramite amici comuni. Non so se lo sapete, ma un matrimonio tra un indiano e una pakistana è una cosa rarissima, quasi unica…da articolo di giornale, soprattutto per chi ragiona ancora in modo arcaico, come i miei genitori. A me non importa però e quando ho trovato il coraggio l’ho detto ai miei, trattenendo il respiro. Beh, sapete che hanno fatto? Mi hanno picchiata in 4: mio padre, mia madre e anche i miei fratelli. Dicevano che sono una puttana, urlavano che mi avrebbero uccisa e sepolta in giardino. Poi mi hanno portata al pronto soccorso e hanno detto che ero caduta. Siamo andati avanti tra violenze e silenzi per 4 mesi, dove non potevo uscire di casa neppure più per andare a scuola. Poi li ho denunciati e i servizi sociali mi hanno portato via. Adesso vivo a Reggio Emilia, ho sposato l’uomo che io avevo scelto e abbiamo due bambini. Loro, statene certi, potranno frequentare chi desiderano".