Cosa accadrebbe se il primo marzo davvero gli immigrati scioperassero? I dati, le analisi, i commenti
Cosa accadrebbe se il primo marzo davvero gli immigrati scioperassero? I dati, le analisi, i commenti
Basterebbe scioperasse l'esercito delle badanti per fermare il Paese. Per impedire a milioni di italiani di andare a lavoro, costretti a casa per occuparsi dei loro familiari non autosufficienti, anziani e bambini. In quanti di noi potrebbero lavorare il primo marzo? Quanti di noi sarebbero costretti a chiamare in fabbrica, in ufficio, a scuola, per avvertire che “no, non posso venire” il prossimo primo marzo?
Una famiglia su dieci in Italia gode del lavoro di un'assistente domestica. Nel 35% dei casi la badante vive nella stessa casa. Accudisce, lava, stira, pulisce, cucina, fa la spesa, porta i bambini all'asilo o a scuola e li va a riprendere. Si occupa degli anziani e degli handicappati. I dati sono ancora confusi, ma sembra certo che grazie alla regolarizzazione dello scorso settembre superino il milione. Nel 2009, l'anno della crisi nera per l'occupazione, l'assunzione di donne straniere ha registrato un + 13,6 per cento. Molte ancora quelle che lavorano in nero. La stragrande maggioranza è straniera, anche perché costa circa il 20% in meno di una collega italiana. Quasi la metà di loro lavora nelle regioni del Nord (circa il 48%), al centro sono un po' di meno, il 35%, il restante 17 per cento è impiegata al sud. Le badanti arrivano soprattutto dai Paesi dell'Europa dell'est, con Ucraina, Romania, Russia, Moldavia e Polonia a fare la parte del leone.
Le famiglie tirano fuori di tasca propria qualcosa come 9 miliardi e mezzo di euro l'anno, costruendo un vero e proprio welfare parallelo. Che le badanti siano una presenza e una spesa fissa per gli italiani è confermato dall'Istat che ha inserito il salario della collaboratrice domestica nel paniere con cui misura il costo della vita. Se toccasse allo Stato – come tra l'altro sarebbe cosa buona e giusta – provvedere agli asili nido, ai vari dopo scuola, ma soprattutto all'assistenza degli anziani e degli handicappati, il bilancio statale andrebbe in tilt.
I lavoratori immigrati secondo l'ultimo rapporto Inail del 2009 sono 3.266.000. Se si considera che al primo gennaio 2010 gli stranieri in Italia erano 4 milioni e 279 mila (dati Istat), una fetta consistente di loro lavora regolarmente nel nostro Paese. Un milione circa sono minori. Solo il 6% è disoccupato (per quanto riguarda le donne il tasso di disoccupazione sale all'11,9%). In totale, confrontato con il dato degli occupati italiani, superano il 14% della forza lavora in Italia. Un 14% determinante: gli stranieri lavorano nella maggior parte dei casi al livello più basso della catena industriale. Se ad esempio gli immigrati impiegati in agricoltura dovessero scioperare, si bloccherebbe tutto il settore, di conseguenza anche molti italiani non potrebbero lavorare. Senza frutta e verdura, ma soprattutto senza i camionisti (ormai in grande numero stranieri) che trasportano i prodotti, a nulla servirebbe la presenza di commesse nei supermercati e dei loro superiori. Senza merce, inutile tenere aperto un centro commerciale.
Ormai il loro contributo al Prodotto Interno Lordo nazionale (che in pratica misura la ricchezza prodotta in un anno) è del 9,7%. Sei e mezzo invece i miliardi di euro versati nel 2009 nelle casse dell'Inps, casse da cui si attinge per pagare le pensioni. L'età media degli immigrati però è decisamente più bassa rispetto a quella italiana: 31 contro 45. E com'è noto per andare in pensione bisogna avere 65 anni.
Una forza esplosiva. Non c'è settore dove gli stranieri non siano determinanti. È balzato ai 'disonori' della cronaca la triste vicenda di Rosarno in Calabria con la rivolta dei lavoratori sfruttati nei campi. Sono moltissimi gli immigrati che lavorano in nero. Diverse decine di migliaia di persone sottoposte a caporalato e angherie di ogni genere. Tanti anche i regolari. La Coldiretti, l'associazione degli agricoltori, parla di 150 mila immigrati nel settore agricolo. È l'ambito più variegato: arrivano da tutto il mondo, con in testa rumeni e albanesi. Molti distretti italiani non riuscirebbero ad andare avanti senza di loro: non si potrebbero in pratica raccogliere le mele in Trentino o le fragole nel veronese. Non avremmo le arance siciliane né quelle calabresi. Niente pomodori in Puglia e Campania. Per non parlare della cura e della raccolta delle distese di frutta dell'Emilia Romagna. L'uva in Piemonte e in Umbria. Negli allevamenti, specie quelli della Pianura Padana che rappresentano la maggioranza di quelli italiani, avremmo il black out, stavolta inteso come buio completo. In questo caso sono soprattutto gli indiani a occuparsene.
La pesca e la macellazione delle carni (dove gli stranieri superano il 50%) vivrebbero un giorno da dimenticare. Ricordiamo ora che la maggior parte dei camionisti è straniera e che nel settore delle spedizioni gli immigrati sono la quasi totalità.
Le conseguenze sarebbero dirompenti. Vuoti i mercati ortofrutticoli e del pesce, vuoti gli scaffali di negozi e supermercati. Vuote le edicole e le farmacie. Nessun documento consegnato. Salterebbe anche il sistema della sicurezza privata: molte guardie giurate e del corpo sono di origine straniera.
Il primo marzo potrebbe essere un problema anche solo stare male. Negli ospedali privati lavorano ormai più di 100 mila infermieri stranieri. E in quelli pubblici, dove mancano dati certi, molti ausiliari sono assunti attraverso le cooperative, che impiegano soprattutto immigrati.
Con buona pace dei cattolici, anche le celebrazioni religiose sarebbero a rischio. La crisi delle vocazioni ha colpito soprattutto gli italiani, sedotti forse da uno stile di vita che li ha portati lontano. E allora ecco in soccorso per servire messa un vero e proprio esercito straniero in tunica nera. Secondo i dati più recenti della Conferenza Episcopale Italiana, i preti che arrivano dall'estero sono ormai più di 1500, di cui un terzo nel solo Lazio. Vengono soprattutto dalla Polonia, la terra di Giovanni Paolo II, dall'Africa e dall'America Latina.
Tutti i cantieri delle grandi città subirebbero pesanti contraccolpi. Qui la metà dei lavoratori è straniera, ma parliamo solo dei regolari. Un terzo degli immigrati lavora nelle industrie. Con ruoli chiave: le mansioni più pesanti sono quelle determinanti per permettere anche agli altri di lavorare. Sono all'inizio della catena. Inutile vendere l'acciaio se nessuno lo ha lavorato.
Questi sono i lavoratori più sindacalizzati. Nel 2008 erano quasi un milione gli immigrati iscritti a un sindacato italiano. Precisamente 923.587. La sigla più rappresentativa è la Cisl, con 332.561 iscritti, seguita dalla Cgil con 297.591 e infine dalla Uil con 190.078. Facendo due conti si è sicuri di poter dire che se c'è stato un aumento di tessere è dovuto in gran parte agli immigrati. A molti osservatori appare quindi inspiegabile l'atteggiamento del mondo sindacale nei confronti del primo marzo. Un sostanziale sostegno, ma non una partecipazione. “Non vogliamo dividere i lavoratori tra italiani e stranieri” si difendono, ma forse ancora una volta si dimostrano lenti a capire i cambiamenti della società. Troppa cautela e forse qualche timore che potrebbero costare cari. Il 70% dei lavoratori stranieri è infatti favorevole a un sindacato di soli immigrati.
Fa eccezione la Fiom, la sigla dei metalmeccanici legata alla Cgil, che non solo aderisce, ma partecipa. Un quinto dei suoi iscritti è immigrato.
Saranno loro soprattutto a scendere in piazza il primo marzo. A fare un vero e proprio sciopero. Le zone sono le più ricche: Modena, Brescia e il Triveneto. Ma lo stesso accadrà a Catania e Siracusa.
“Ventiquattr'ore senza di noi avrà colori differenti da città a città. Ogni territorio deciderà ciò che è possibile e utile – spiega Stefania Ragusa, giornalista e blogger tra le organizzatrici del primo marzo, sostenuto da un tam tam su Facebook che conta ormai 50 mila iscritti. È stato un gruppo di donne ad avere l'idea di portare la manifestazione in Italia, sull'esempio francese. Oltre a Stefania che è la coordinatrice del movimento, ci sono Nelly Diop, Cristina Seynabou Sebastian, Francesca Terzoni e Daimarely Quintero.
“L'iniziativa prevede un presidio in tutte le città italiane, verranno scelti i luoghi simbolo. E poi lo sciopero dei consumi: gli immigrati dimostreranno così di essere fondamentali anche dal punto di vista degli acquisti, non solo del lavoro”. E qui non servono neanche i dati. Basta aver fatto un giro una volta in un grande centro commerciale per vedere la massiccia presenza di stranieri. Stefania Ragusa ci spiega che ci saranno momenti di scambio, di gioco, di confronto. Insomma una sorta di festa dell'integrazione e della consapevolezza. “È ora che gli immigrati si rendano conto per primi della loro forza”. E poi chiede una partecipazione ai cittadini italiani, lanciando ad esempio l'idea di esporre un segnale nelle case dove lavora una badante. Il simbolo scelto sarà un nastrino giallo, colore che non ha appartenenza politica, che dovrà essere messo al polso o spillato sulla giacca in segno di sostegno all'iniziativa.
Daimarely Quintero, cubana e sindacalista alla Cisl di Milano, ci racconta che la giornata nasce con l'intento di sottolineare la mancanza di politiche e di leggi che favoriscano l'integrazione di questi nuovi cittadini italiani. “Ci saranno i cortei degli studenti e nelle Università molti docenti terranno lezioni sull'argomento. Avremo iniziative tutta la giornata. Sarà un momento di apertura, di confronto. Sono nati molti comitati che stanno organizzando il primo marzo nel loro territorio. Siamo giovani, siamo nati solo pochi mesi fa. Più che una giornata senza di noi, sarà una giornata con noi”.
Lo scopo è la consapevolezza del fenomeno. La consapevolezza degli immigrati della loro forza propulsiva per la crescita economica e sociale del nostro Paese. La consapevolezza degli italiani di quanto ormai il tessuto sia cambiato, si sia mischiato, di quanto si sia dipendenti gli uni dagli altri. Obiettivo ambizioso ma necessario: bisogna abbattere muri di pregiudizi reciproci.
L'Italia, che da sempre fatica nei cambiamenti, un alibi ce l'ha. Quello della velocità del fenomeno. Più o meno il numero degli stranieri presenti in Italia è lo stesso degli altri Paesi europei, ma la curva di crescita qui è ripidissima: in sette anni siamo passati da un milione e mezzo di immigrati ai 4 milioni e 800 mila di oggi. Un aumento del 320%. Nessuna crescita progressiva. Poco tempo, forse, per capire. Ma non ne abbiamo molto altro a disposizione.
di Francesco Bianco, disegni di Giuseppe Cassibba
"Questo è un Paese che rischia di annegare nell'ignoranza. Chi parla di immigrazione, non conosce neanche i termini, figuriamoci le soluzioni. Il problema ahimé non riguarda solo certi politici, ma anche i giornali dimostrano di non conoscere neanche il significato delle parole".
Le abbiamo incontrate in un parco vicino a un grande centro commerciale dell'hinterland milanese. Si ritrovano sempre qui, nelle poche ore di pausa che il lavoro di badante consente loro. È il luogo delle confidenze, della condivisione dei momenti duri, ma anche di quelli divertenti. Il momento di libero sfogo, in cui possono parlare tra di loro liberamente. La maggioranza viene dall'Europa dell'est, soprattutto Ucraina e Russia, ma anche dal Perù e dall'Ecuador. Nastassia arriva da un paesino vicino a San Pietroburgo e ci racconta delle mille difficoltà di vivere nel suo Paese. E di quelle incontrate anche in Italia. Prima da clandestina, arrivata con un visto turistico, come succede spesso, e mai più tornata indietro. Il lavoro in nero, all'inizio, poi l'agognata regolarizzazione a settembre dell'anno scorso. "Tutto sommato sono stata fortunata - ci dice - mi occupo di un bambino che mi adora e di suo nonno, allettato da anni, che mi parla sempre degli scrittori russi. I miei datori di lavoro mi hanno anche detto che se voglio il primo marzo posso farlo lo sciopero. Che loro capiscono le ingiustizie che noi stranieri viviamo in Italia. Ma io non me la sento. Loro hanno un negozio di abbigliamento e se io non mi occupo del bambino e del nonno, il negozio lo devono tenere chiuso. Non mi sembra giusto". Le fa eco Lola, sudamericana poco più che 30enne. "Anche i miei datori di lavoro mi hanno dato il permesso di non lavorare il primo marzo. E io non andrò al lavoro. Ma già il fatto che debbano essere loro a darmi il permesso di scioperare mi sembra una pazzia. Da quando un italiano chiede al suo capo il permesso di scioperare? Anche questa è una forma di discriminazione". Maria, ucraina 50enne, scuote il capo. "L'anno scorso mi sono permessa di stare a casa due giorni, perché avevo la febbre alta. Mi hanno licenziata in tronco, dopo che per otto mesi consecutivi ho lavato, imboccato, cambiato i pannolini a un uomo di 85 anni. Tutto da sola. Dove sto ora va un po' meglio, ma vengo trattata proprio come una serva. Non credo però che il problema sia che sono ucraina. Un'italiana non sarebbe trattata meglio. Il vostro problema sono più che altro i soldi. Se ce li hai ti trattano come una regina, altrimenti sei messa all'angolo indipendentemente dal colore della tua pelle". Secondo Natalia, signora russa sulla cinquantina, "è che per loro proprio non esisti. Non si rendono conto. Lavoro nella stessa famiglia da quando sono arrivata in Italia sei anni fa. Faccio tutto io. Hanno due bambini, uno ha problemi con una gamba. Li porto a scuola, li vado a prendere. Lavo, stiro, cucino. La casa va avanti solo perché ci sono io. Ma se mi vedono rispondere a una telefonata al mio cellulare, mi guardano malissimo. Lavoro dodici ore al giorno, per 1000 euro al mese e non vivo con loro. Quindi mi devo pagare affitto, mangiare, tutto. L'altra sera la mia padrona (Natalia vuole chiamarla così, perché è così che si comporta ndr) ha fatto ironia sullo sciopero. Cos'è vi mettete anche a scioperare adesso? Non solo vi dobbiamo sopportare, ora scioperate pure. Secondo me lei non si rende neanche conto di quello che dice. Il marito l'ha guardata male e lei gli ha detto "sei il solito comunista", non pensando che a me e alla mia famiglia i comunisti hanno rovinato la vita". Sulla panchina c'è Amparo che ci guarda. Vorrebbe dire la sua, ma la timidezza la blocca. Poi, trova il coraggio ed è un fiume in piena. "Vengo dall'Ecuador. Sono arrivata con un viaggio della mia chiesa a Roma. Ho passato momenti terribili. Ma secondo voi se potessimo stare nel nostro Paese verremmo qui a essere trattati come bestie? Ma non ve li ricordate i racconti dei vostri nonni emigranti? La fame, la paura. Le prime due famiglie in cui ho lavorato sono state un incubo. Dalla prima sono scappata perché il 'marito' da me pretendeva altre attenzioni, oltre alla camicia pulita. Nella seconda avevo una stanza di un metro per uno in cui dovevo stare rinchiusa dalle 7 di sera in poi, perché se no disturbavo i loro amici che venivano a cena. Cena che avevo
cucinato io. Ora sto molto meglio. Proprio ieri sera i miei datori di lavoro mi hanno chiesto se possono fare qualcosa per il primo marzo. Fanno gli architetti. Io gli ho chiesto di andare tutti in manifestazione. E ci saremo. Anche i bambini verranno. Io spero tanto nei bambini".