Quasi un milione i ragazzi cresciuti nel nostro Paese a cui non viene riconosciuta la cittadinanza. Mentre il resto d'Europa offre garanzie, da noi si preferisce il limbo

"Mi sento umiliato. Sono nato in Italia, parlo solo italiano. Praticamente le lingue dei miei genitori neanche le conosco. Sono cristiano. È qui la mia vita. È qui che vado a scuola: dall'asilo fino alle superiori. Ho quasi solo amici italiani. Mi sento rifiutato. Per me l'Italia è come un padre che ti abbandona. Un sentimento ambivalente: resta sempre tuo padre, ma non puoi dimenticare che non ti ha voluto". Akar ha 17 anni e frequenta il quarto anno di ragioneria. Vive da sempre nell'appartemento che la sua famiglia ha in affitto a Gavirate, "profonda" provincia di Varese. Sua madre, Marja, è una bella signora siriana, arrivata in Lombardia più di 20 anni fa. Lavora come cuoca in una trattoria sul lago cucinando specialità locali. È qui che ha conosciuto e poi sposato Haji, turco, magazziniere in un supermercato. Hanno un'altra figlia, Anja, 15 anni, "l'intellettuale di famiglia", come la chiama il fratello, perché frequenta con profitto il liceo classico.
"L'anno scorso sono andato in gita con la mia classe a Parigi - racconta Akar - In areoporto sono stato l'unico a dover fare il controllo del passaporto nella zona riservata agli extracomunitari. Nessun mio compagno mi ha fatto battute, ma qualche sorrisino l'ho visto. Lo stesso in Francia per il ritorno, dove mi hanno fatto anche un sacco di domande. Perché? E' una cattiveria che non capisco".
Akar è uno dei 650 mila ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che vivono sospesi tra due culture.
Secondo i dati provvisori dell'Istat elaborati dall'Ismu in totale sono 975 mila i minorenni immigrati
residenti nel nostro Paese al 1° giugno 2010. Nel dettaglio sono 221 mila i bambini in età prescolare, 192 mila fra i 3 e i 5 anni, 256 mila tra i 6 e i 10, 134 mila tra gli 11 e i 13 anni e 173 mila gli ultraquattordicenni. Nonostante dal 2000 a oggi siano cresciute di oltre il 250%, per le seconde generazioni nulla è cambiato.
Per diventare italiano il figlio di stranieri nato nel Bel Paese deve comunque attendere il diciottesimo compleanno, dopodiché può fare domanda per la cittadinanza. Ma attenzione: ha solo un anno di tempo per farlo, altrimenti ne perde il diritto. Non è finita qui: deve aver risieduto in Italia senza interruzioni. Se per esempio se ne va per un anno a studiare inglese a Londra non può più chiedere la cittadinanza, se non con gli stessi percorsi previsti per i suoi genitori. Il paradosso è che l'attuale legge del 1992 è addirittura più restrittiva di quella approvata 80 anni prima dal Re (era il 1912) che stabiliva che dopo dieci anni di residenza in Italia, il minore straniero nato qui diveniva automaticamente cittadino.
Sono due i tradizionali sistemi di trasmissione della cittadinanza alla nascita: lo ius soli e lo ius sanguinis. Per il primo, il criterio è il luogo di nascita. Semplicemente chi viene alla luce sul territorio nazionale ne diventa cittadino. È il caso degli Stati Uniti e dell'Australia, che hanno scelto la forma "pura" perché Paesi costruiti dagli immigrati.
Lo ius sanguinis si basa invece sull'albero genealogico. Acquista la cittadinanza di un Paese chi discende da cittadini di quello stesso Paese. L'Italia è tra le democrazie che ha adottato questo criterio in modo più restrittivo. Così ad esempio un argentino felice di essere argentino ma con un nonno italiano può, magari per convenienza, diventare cittadino italiano. Mentre il figlio di stranieri nato e cresciuto in Italia, che qui studia o lavora e che parla italiano non ha alcun diritto politico.
Paradossalmente una deroga a questo principio è arrivata proprio dalla contestatissima decisione del ministero dell'Istruzione di mettere un tetto massimo del 30% alla presenza di alunni stranieri in ogni classe. Nella direttiva di Maria Stella Gelmini si dice espressamente che il provvedimento non riguarda i figli di immigrati nati in Italia. E' la prima volta, forse inconsapevolmente, che viene applicato il principio dello ius soli nel nostro Paese in un documento legislativo da quando c'è la Repubblica. La prima volta che sono stati considerati a tutti gli effetti italiani.
Molto diversa la situazione nei principali Paesi dell'Unione europea.
Il caso che più ha appassionato ai recenti Mondiali di calcio in Sudafrica è quello della Germania. E' piaciuta molto questa Nazionale fatta dai nuovi tedeschi, capaci di portare la loro bandiera fino alla semifinale, persa solo contro la Spagna campione del mondo. Mentre noi eravamo fermi a chiederci se uno come Mario Ballotelli, che non conosce altro Paese che l'Italia, potesse rappresentare o meno il nostro calcio.
In Germania, infatti, è automaticamente cittadino chi nasce sul territorio nazionale e almeno uno dei due genitori risiede nel Paese da più di otto anni con il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni.
Anche la Francia ha adottato un sistema di ius soli con alcune restrizioni. Diventa automaticamente francese a 18 anni chi è nato nella République da genitori stranieri, se risiede da almeno 5 anni da quando di anni ne ha 11. L’acquisizione automatica può essere anticipata a 16 anni se richiesta dallo stesso interessato, o può essere domandata dai suoi genitori a partire dai 13 anni con il suo consenso, nel qual caso il requisito della residenza abituale per 5 anni "parte" dall’età di 8 anni.
Due i modi per diventare britannico se si nasce nel Regno Unito da genitori stranieri. Il primo, automatico, è quando almeno uno dei genitori ha il diritto di stabilirsi (Indefinite leave to remain, o Ilr, ndr) al momento della nascita del figlio. L'Ilr si ottiene generalmente dopo 4 anni di residenza regolare, ma viene valutato caso per caso. Il secondo criterio prevede che il minore possa fare domanda se ha vissuto nel Paese per i primi 10 anni dopo la nascita (non deve però aver vissuto all'estero per più di 90 giorni in ciascuno di questi anni).
La Spagna ha deciso per uno ius soli molto particolare. Diventa cittadino chi nasce sul territorio nazionale automaticamente se almeno uno dei genitori stranieri è anche lui nato in Spagna.
Naturalmente tutti questi Paesi concedono il loro passaporto anche per ius sanguinis.
Nel Parlamento italiano giacciono (è proprio il caso di dirlo) ben 9 proposte di legge per riformare il diritto di cittadinanza. Prima se ne doveva occupare la Camera ad aprile, ma c'era la crisi economica: tutto rinviato a settembre. Ora c'è la crisi della maggioranza, quindi non c'è spazio per le aspettative di un milione di ragazzi e per le loro famiglie. Tutto rimandato a data da destinarsi.
E sì che il mondo politico a parole mostra grande interesse per il tema. Dal presidente della Camera Gianfranco Fini, al segretario del Pd Pierluigi Bersani, passando per Antonio Di Pietro, padre padrone dell'Idv, fino al leader dell'Udc Pierferdinando Casini, tutti si dicono d'accordo nel concedere la cittadinanza almeno a chi in Italia ci è nato. Ma sono solo parole. Numericamente in Parlamento la maggioranza ci sarebbe pure, ma come spesso accade, si preferisce tenersi la questione in tasca, da utilizzare come possibile arma contro Berlusconi e Bossi in una eventuale imminente campagna elettorale.
Anche lo ius soli puro in realtà creerebbe alcuni innegabili problemi. Se si diventasse automaticamente cittadino italiano per il solo fatto di esserci nato, ci sarebbe il rischio concreto di trasformare il Paese in una sala parto, richiamando molti stranieri a far nascere i loro figli sul suolo nazionale solo con lo scopo di ottenerne la cittadinanza. E com'è noto diventerebbe impossibile anche espellere i genitori senza regolare permesso di soggiorno. Ma una riforma della legge del 1992 sulla cittadinanza è ormai obbligatoria. Una buona risposta è contenuta nella proposta bipartisan Sarubbi-Granata (sottoscritta da decine di deputati di ogni gruppo, a eccezione della Lega). Prevede, tra l'altro, che automaticamente diventino cittadini i figli nati in Italia da genitori stranieri residenti regolarmente da almeno 5 anni. Questo dell'automatismo è un altro passaggio fondamentale. Allo stato attuale dopo 10 anni di residenza regolare ininterrotta si può fare domanda. La legge prevede un tempo di 2 anni per il ministero dell'Interno per dare una risposta, ma mediamente ne impiega più di 3. Ci sarebbe quindi anche un innegabile vantaggio economico, liberando centinaia di impiegati pubblici. È giusto che per diventare cittadini italiani si sappia parlare la nostra lingua e se ne condivida la Costituzione, perché non c’è diritto senza l’adempimento d’un dovere. Ma di un diritto si parla, non di una benevola concessione delle autorità italiane.
di Francesco Bianco (23 settembre 2010)
“La situazione se non fosse seria sarebbe surreale. I documenti richiesti sono tantissimi e per chi come me viene da un villaggio sulle Ande è difficile recuperarli tutti. Surreale perché in Italia ci sto da quando sono un bambino piccolo. Che reati può aver commesso un neonato?”. La storia di Paulo Tamirez, insegnante di religione.
Sono 9 le proposte di legge di riforma della cittadinanza depositate in Parlamento, ma sono due quelle che hanno le maggiori possibilità di essere discusse. Oltre a quella bipartisan Granata Sarubbi, c'è il testo presentato da Pdl e Lega. Il testo del Popolo della Libertà propone praticamente solo nuovi doveri, lasciando invariato a 10 anni di residenza ininterrotta in Italia il termine per presentare la domanda di cittadinanza. Per poter diventare italiano, dopo almeno 8 anni di permanenza regolare da noi, bisognerà frequentare per un anno un corso di educazione civica, storia e lingua italiana e dimostrare, non si è ancora capito come, di essere socialmente integrati e di rispettare, anche all'interno della propria famiglia, i principi fondamentali della nostra Costituzione e le leggi dello Stato. La proposta non scioglie uno dei nodi più mortificanti. Le autorità avranno sempre a disposizione 730 giorni per rispondere alle domande regolari esattamente come avviene oggi. Il problema è che in media ci vogliono almeno 3 anni e spesso ne servono addirittura di più. In Italia vengono concessi circa 40 mila nuovi passaporti l’anno contro i 100 mila di Gran Bretagna, Francia e Germania e i 70 mila della Spagna.