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Primi segnali di ripresa dell'occupazione immigrata. Mentre i dati restano molto preoccupanti, le aziende italiane tornano ad assumere gli stranieri

Lavoro, si riparte!
Immagine relativa a Lavoro, si riparte!

Riparte il lavoro e riparte dagli immigrati, sempre più motore dell'economia italiana

Il lavoro riparte dagli immigrati. Le recenti dichiarazioni del presidente americano Barack Obama e del ministro dell'Economia italiano Giulio Tremonti della fine della fase acuta della crisi finanziaria che ha lasciato milioni di persone senza lavoro sembrano trovare conferma nei primi dati di timida ripresa dell'occupazione, almeno per quanto riguarda i nuovi italiani. Numeri che arrivano dalla Fondazione Leone Moressa che ha analizzato il rapporto di Unioncamere.



Saranno 181mila i nuovi assunti stranieri nelle nostre aziende nel 2010
(22mila in più rispetto al 2009, anno in cui si era registrata una flessione del 31%). Praticamente un quarto di tutte le assunzioni. Sono soprattutto le imprese di media grandezza del nord e del centro Italia a ricercare manodopera immigrata. Le province dove sarà più facile trovare un lavoro sono Parma, Forlì-Cesena e Prato. La maggior parte dei contratti offerti sarà a tempo determinato.



Sono lavori che gli italiani non cercano più e comunque difficilmente farebbero
. Notazione determinante per comprendere come in Italia la disoccupazione sia ormai all'8,6% (dati Istat). I più colpiti sono i giovani: un ragazzo su 4 è a casa. In più gli stranieri sono una garanzia per le aziende: si ammalano pochissimo, non fanno scioperi, sono tendenzialmente puntuali e disponibili a lavorare anche ore in più.



I settori in cui si cercano lavoratori stranieri sono quindi sempre i soliti: al Nord e al Centro prevale la richiesta di colf, badanti e assistenti scolastici, quelli che una volta chiamavamo bidelli. Ormai bisogna essere in malafede per avere dubbi sul fatto che l'Italia sia cambiata nel suo tessuto sociale ed economico. Nel suo ultimo rapporto relativo al 2009 l'Ismu parla di 2 milioni e mezzo di lavoratori stranieri in Italia, ma l'Inail si spinge fino a 3 milioni e 200 mila occupati (la differenza nelle cifre resta, anche dopo aver confrontato i numeri con i due istituti). Gli immigrati viaggiano ormai verso quota 4 milioni e mezzo (al primo gennaio 2010 l'Istat ne contava 4 milioni e 279 mila). In totale, confrontato con il dato degli occupati italiani, gli stranieri superano il 14% della forza lavoro. Un 14% tra l'altro fondamentale: spesso sono il primo anello della catena economica. Il loro contributo al Prodotto Interno Lordo nazionale (che in pratica misura la ricchezza prodotta in un anno dal Paese) sfiora i 10 punti percentuali (è al 9,7%, dati Istat). Sei e mezzo invece i miliardi di euro versati nel 2009 nelle casse dell'Inps, casse da cui si attinge per pagare le pensioni. L'età media degli immigrati però è decisamente più bassa rispetto a quella italiana: 31 contro 45. E com'è noto per andare in pensione bisogna avere 65 anni. Inoltre è molto difficile per loro recuperare i versamenti all'Istituto di Previdenza come spiega bene Elisabetta Tramonto nella rubrica Economixa proprio di questo numero.



La parte del leone tra i nuovi italiani occupati la fanno le badanti. Secondo l'Istat nel 2010 sono ben 774 mila quelle che lavorano in Italia, di cui 700 mila straniere
(ma il Censis spinge la cifra al doppio). Sempre più protagoniste dei flussi migratori degli ultimi anni, tassello indispensabile della società e ruolo insostituibile per due milioni e mezzo di famiglie (più di una su 10) che spendono ogni anno tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, tanto da essere ormai definito "il welfare parallelo". Se toccasse allo Stato provvedere alla cura dei bambini piccoli, ai vari dopo scuola, ma soprattutto all'assistenza degli anziani e degli disabili, il bilancio nazionale andrebbe in tilt. Una necessità tanto diffusa da entrare, da febbraio 2010, nel paniere dell'Istat, l'indice dei prezzi al consumo attraverso cui si individuano i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori. Le badanti arrivano soprattutto dai Paesi dell'Europa dell'est, con Ucraina, Romania, Russia, Moldavia e Polonia in testa.



Nei servizi sanitari la presenza straniera è determinante. Negli ospedali privati lavorano ormai più di 100 mila infermieri. E in quelli pubblici, dove mancano dati certi, molti ausiliari sono assunti attraverso le cooperative, che impiegano soprattutto immigrati.



La metà dei lavoratori edili è straniera, ma parliamo solo dei regolari. Quasi un milione gli stranieri impiegati nelle industrie: sono i lavoratori più sindacalizzati, concentrati soprattutto al Nord Est e in alcune zone del Sud, specie dove ci sono acciaierie e petrolchimici.



Moltissimi gli immigrati che operano nell'agricoltura, insieme a quello edile il settore più colpito dal lavoro in nero. Diverse decine di migliaia di persone sottoposte a caporalato e angherie di ogni genere. Tanti anche i regolari. La Coldiretti, l'associazione degli agricoltori, parla di 150 mila immigrati nel mondo agricolo. È l'ambito più variegato: arrivano da tutto il mondo, con in testa rumeni e albanesi. Molti distretti italiani non riuscirebbero ad andare avanti senza di loro: non si potrebbero in pratica raccogliere le mele in Trentino o le fragole nel veronese. Non avremmo le arance siciliane né quelle calabresi. Niente pomodori in Puglia e Campania. Per non parlare della cura e della raccolta delle distese di frutta dell'Emilia Romagna. L'uva in Piemonte e in Umbria. Negli allevamenti, specie quelli della Pianura Padana che rappresentano la maggioranza di quelli italiani, avremmo il black out. Sono soprattutto gli indiani e i pachistani a occuparsene.


Nella pesca e nella macellazione delle carni gli immigrati occupati superano il 50%. La maggior parte dei camionisti è straniera e nel settore delle spedizioni gli immigrati sono la quasi totalità.



Perfino la santa Messa sarebbe a rischio. La crisi delle vocazioni ha colpito soprattutto gli italiani, sedotti forse da uno stile di vita che li ha portati lontano. E allora ecco in soccorso un vero e proprio esercito straniero in tonaca nera. Secondo i dati più recenti della Conferenza Episcopale Italiana, i preti che arrivano dall'estero sono ormai più di 1500, di cui un terzo nel solo Lazio. Vengono soprattutto dalla Polonia, la terra di Giovanni Paolo II, dall'Africa e dall'America Latina.



Tanti ormai gli imprenditori stranieri, che del resto reagiscono meglio alla crisi economica. Sono soprattutto commercianti e ristoratori. Ormai gli iscritti alla Camera di Commercio raggiungono quota 240 mila, dato più che raddoppiato rispetto al 2001. Nel 2009 hanno messo a segno una crescita del 4,5% rispetto all'anno precedente. Qui è la Toscana a occupare il primo posto della classifica: quasi 27 mila le aziende guidate da immigrati su oltre 220 mila, il 12% del totale. Il primato cittadino spetta ancora una volta a Prato dove queste realtà rappresentano il 32% di tutte le imprese del territorio. Sono infatti i cinesi gli stranieri più attivi del 2009, molto presenti nella zona. Seguono i marocchini e gli albanesi.



Problema centrale dell'Italia l'incapacità di creare lavoro qualificato per gli immigrati
: qui si punta a generare lavoro medio-basso, in imprese medio piccole. Il risultato è che da noi quando vengono immigrati laureati non possono contribuire allo sviluppo del Paese come "cervelli", ma solo come manovalanza bassa. In Lombardia un immigrato su 4 ha fatto l'università. Questo perché non si investe né in ricerca, né in innovazione. E la crisi ha ulteriormente acuito questo fenomeno. I più recenti dati Istat - se guardiamo alla distribuzione degli immigrati per livello professionale - mostrano come negli ultimi due anni ci sia stato un aumento molto marcato di occupati nei livelli elementari. Ormai nei lavori meno qualificati (badanti, lavapiatti, manovali, ecc.) gli stranieri occupano 30 posti su cento. Con il triste risultato che esportiamo cervelli italiani all'estero e che non siamo in grado di mettere a frutto le intelligenze che qui arrivano.

 

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di Testo: Francesco Bianco Foto: Aldo Pavan, www.aldopavan.it



Mohamed ha scritto:
2010-09-13 16:00:33
Siamo troppo forti. Appenderò questo articolo nella officina dove lavoro. Così il primo italiano che va avanti con la storia che rubiamo il lavoro glielo faccio leggere. Grandi!
khalid ha scritto:
2010-09-13 16:50:16
State diventando il mio punto di rifferimento. L'unico giornale che dice le cose come stanno. Lavoro duramente da tre anni qui in Italia. Pago le tasse. Mando mia figlia a scuola. Voglio essere trattato da citadino.
È l'ora della svolta

"La nostra responsabilità è alta. Se noi non ci siamo come sentinelle d'allarme su un territorio, questo è un problema enorme. Serve un sindacato meno imborghesito. Bisogna essere là dove le cose succedono". Intervista a Liliana Ocmin, segretaria Confederale CISL


Il lavoro nero

 

Questione centrale è l'emersione dal lavoro nero. Aspetto importante il fatto che uno straniero non ha vantaggio a versare i contributi all’Inps: la stragrande maggioranza non pensa di passare in Italia anche la vecchiaia, e dunque sa che verserà soldi che rimarranno agli italiani. Sorge così una sorta di complicità con il datore di lavoro: al primo, certo, non conviene versare i contributi. Risparmiando poi su Irpef e Inps può mettere in busta paga qualcosa in più, e questo rende chiaramente soddisfatto l’immigrato. Che, comunque, non ha alcun vantaggio nell’essere messo in regola. Un modo tipico di aggirare la legge, diffuso molto al Nord, nelle imprese edili, è quello del falso part-time. Si rischia poco perché in caso di controllo si può sempre dire che è stato cambiato l’orario all’ultimo minuto – e comunque al massimo si tratta di una multa di qualche centinaia di euro. Così si pagano i contributi solo a metà. Altra faccenda, che coinvolge soprattutto il popolo delle badanti e la manovalanza del settore agricolo, è quella di fare un contratto in regola per pochi mesi, giusto quando sta per scadere il permesso di soggiorno. Poi si rinnovano i documenti e la persona viene "licenziata". In realtà la sua collaborazione è ininterrotta, continua come prima, risparmiando così sui contributi Inps e Inail.
Solo ad aprile la Camera ha bocciato una proposta avanzata dal Pd e sostenuta da tutto il mondo sindacale. Prevedeva la possibilità di denunciare il datore di lavoro che ti sfrutta, facendoti lavorare in nero, in cambio del permesso di soggiorno. Il professor Reyneri, ordinario di Sociologia del lavoro all'Università di Milano-Bicocca, però, la trova efficace solo per qualche migliaia di persone. "Innanzitutto riguarda solo chi non è in regola con i documenti. Certo, una fetta degli stranieri, ma piuttosto piccola rispetto ai regolari. Se 2,5 milioni di immigrati lavorano in Italia in modo regolare, circa 600 mila sono irregolari. E poi ricordiamoci sempre che la denuncia – ma questo vale anche per gli italiani – è sempre un passo impegnativo. Chi cerca un'occupazione, soprattutto se disperato, è spesso comunque molto riconoscente con chi lo garantisce, anche se in nero".