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Migliaia di indiani e pachistani impiegati negli allevamenti della Pianura Padana in una integrazione dai sapori antichi. Ma anche molto lavoro nero e situazioni di schiavitù

Terra straniera
Immagine relativa a Terra straniera

Le bretelle d’asfalto che corrono sulla pianura si insinuano in un paesaggio sbiadito fatto di svincoli, rotonde, cavalcavia, centri commerciali e villaggi di case a schiera; dormitori di una società veloce, in perenne trasformazione, sempre più in ansia come fosse un’enorme periferia metropolitana. Eppure basta girare alla prima stradina di campagna con cartelli che richiamano i nomi: Fienil Basso, Malpensata, La Confina, Castelletto, Molino novo, Ca Bianca, Madonnina… subito l’orizzonte cambia aspetto, il profilo delle cascine si disegna nell’aria torbida di umidità e di afa. Le cascine sono ancora lì a simboleggiare una sfida tra passato e futuro, a raccontare la storia della grande Pianura. Maestose con i silos come torri d’un castello, le case coloniche, la colombaia, i fienili con le gelosie di mattoni rossi, le stalle basse di volti. Tra i campi arati o verdi di maggengo e di grano si distendono i viali sterrati contornati dai pioppi cipressini che entrano diritti dai logorati portoni di legno spalancati sulle aie, con il bucato steso, qualche gallina e il grugnito del maiale. Si è consumata fra l’aia e i campi la vita, silenziosa come nebbia d’autunno, di generazioni di contadini e di braccianti, fatta di storie, di fatiche e di salari magri come la Quaresima, giorno dopo giorno come grani d’un rosario.


Al podere la Madonnina, dove il fiume Oglio segna il confine tra Brescia e Cremona, abita Fausto Bellomi, classe 1924, ha 86 anni ma è solido come la quercia che incontri prima del suo cascinale
. In azienda lavora con i figli, i nipoti e una famiglia di indiani. Basta stringergli la mano per cogliere l’energia lasciata in eredità da generazioni di contadini. Non parla molto, ma quando lo fa è a buon proposito; ricordi, citazioni e proverbi: come vuole la tradizione.


All’altra porta che s’affaccia sulla stessa aia abita Singh Kuldip con la sua famiglia. Singh, che in cascina chiamano Mario, per comodità, è arrivato in Italia in cerca di lavoro nel 1995
. Al suo villaggio in India, sulla strada che da Nuova Delhi porta in Kashmir, il lavoro nei campi scarseggiava; nel 1997 ha trovato lavoro dal buon Fausto. Un anno dopo lo ha raggiunto la famiglia. Il primogenito si è appena diplomato, mentre la figlia inizierà gli studi di ragioneria il prossimo autunno. Una famiglia felice.


Due storie e due generazioni lontane, eppure molto vicine nelle vicende umane; il saggio Fausto se lo ricorda bene il tempo “dell’albero degli zoccoli”. Allo scadere del contratto agricolo, molti braccianti si trovavano senza lavoro dalla sera alla mattina. Le strade di campagna e l’argine del fiume assistevano, ai primi freddi, alla malinconica processione di intere famiglie costrette ad andarsene; carri nell’alba buia lasciavano i grandi cascinali, carichi di mobilio sgretolato dai tarli e di un’umanità consumata dalla miseria. In “quattro e quattr’otto” si caricava il carro, si abbracciavano i vicini, di loro non rimaneva altro che il rumore degli zoccoli e del cigolio del carro sulla grande aia, mentre le loro sagome si perdevano nella nebbia. Migranti della terra.


Oggi la grande Pianura assiste da anni a un’integrazione reale, di cui nessuno parla mai. La gente migrata dall’Asia è essenziale nel tessuto economico agricolo, da anni il ciclo della mungitura nelle stalle e molti lavori delle campagne sono gestiti da indiani o pachistani
. È parte di quella “Padania” onesta, caparbia e silenziosa, solidale per vocazione, per quel patto firmato lealmente da generazioni con la terra e con la fatica di coltivarla.


Sono arrivati nelle campagne padane vent’anni fa i migranti con il turbante; nella loro dedizione e nel rispetto per gli animali i nostri contadini hanno trovato del buono.


Quei visi ambrati in cerca di lavoro rimandavano la memoria ai loro padri, alle miserie contadine, alle difficoltà e alle migrazioni di cascina in cascina a trovare una sistemazione dopo la scadenza del contratto agricolo nei giorni di San Martino. Non l’han fatta tanto lunga i nostri delle campagne, poco importava se le loro donne vestivano il sari, se per pregare si inginocchiavano verso la Mecca, se parlavano un altro dialetto o se non conoscevano Sant'Antonio circondato dagli animali; erano venuti a dividere le fatiche della terra e questo bastava. Hanno passato volentieri di mano le tette delle vacche gonfie di latte, e qualche domenica i bergamini nostrani si son messi in tasca le loro di mani, a riposare la stanchezza cronica ereditata da generazioni di fatiche nella stalla.


I migranti d’oriente hanno lasciato i monsoni e si son trovati immersi nella nebbia, a mungere in stalla 7 giorni su 7, feste comandate comprese, ma con una casa, legna per la stufa, tanto mobilio quanto basta ad arredare una contrada dalle loro parti e uno stipendio da impiegato di banca.


I nostri contadini li hanno tenuti con sé al cascinale, non li hanno mandati a dormire, dopo il lavoro, in qualche quartiere-ghetto delle città. È andata così nelle terre basse l’integrazione, senza tanti fronzoli, rozza ma leale.  


Raccoglitori di frutta e verdura sfruttati al nero, razzismo e malavita sono venuti dopo, in altri contesti e in altri luoghi
. Due facce di una stessa medaglia, con un abisso immenso che li separa; perché quando si parla di immigrazione nelle campagne, per dirla in breve, non bisogna far di tutta l’erba un fascio. La gramigna infesta ogni settore dell’economia, il più delle volte si radica in quella terra maligna che chiamano “Mafia”.


Raccontare di questo non è facile: lì dove aleggia il male e il lavoro sanguina di schiavitù non ti puoi sedere all’ombra della piccola cappella della Madonna, che dà il nome alla cascina del saggio Fausto, e stare ad ascoltare i racconti malinconici del nonno. Nell’universo del lavoro nero, di caporali, di sfruttatori e di schiavi in continuo aumento, non si può chiedere: "è permesso?". Chi ci ha provato l’ha fatto a rischio della vita, come il giornalista-infiltrato Fabrizio Gatti che racconta la sua lunga e agghiacciante avventura sulle rotte dell’immigrazione nel toccante libro “Bilal, viaggiare, lavorare, morire da clandestini” (edizioni BUR, Biblioteca Universale Rizzoli).


Eppure accade tutto ora, qua nelle nostre campagne, dal ricco Nord-Est alla Sicilia, due secoli di storia cancellati di colpo con la spugna del profitto, e sono ritornate a solcare i mari le navi degli schiavi. Una vergogna umana che credevamo estinta come la peste.


Siamo un popolo di distratti, distratti per convenienza o per tacita omertà che nasconde le vergogne nostrane, quelle che tutti sanno ma fanno finta di non conoscere. Rosarno è stato solo un drammatico allarme, la punta incandescente del fenomeno “clandestinità”, sinonimo di persona senza documenti, troppo dolce per la tragica vicenda della vita e della morte sul lavoro. Un bollettino di guerra che raggiunge situazioni spaventose e nasconde non solo noncuranza delle norme di sicurezza, ma un sistema dilagante nel mondo del lavoro nero sprovvisto di moralità, che acquista al prezzo di 2 o 3 euro l’ora la vita dei nuovi schiavi, quando paga, senza il minimo rispetto per la dignità umana.


Dati alla mano, per entrare nella cancrena della ferita del lavoro stagionale nelle campagne italiane. Il più vicino alla realtà è il rapporto condotto e scritto da Medici Senza Frontiere nel 2004 e nel 2007 dal titolo che, da solo, misura la febbre del sistema: “Una Stagione all’Inferno


Ventotto pagine di indagine da “groppo allo stomaco” che delinea una situazione scioccante, la maggior parte degli stranieri vive in condizioni igieniche e sanitarie drammatiche, in uno stato di povertà estrema e di esclusione sociale. Il rapporto è redatto su dati raccolti direttamente nel sud Italia, dalla Campania alla Sicilia: il 90% del campione intervistato ha dichiarato di non possedere un regolare contratto. Il 65% vive in strutture abbandonate in condizioni di degrado, il 20% in spazi affittati, il 10% in tende o in campi allestiti dalle autorità locali. Il 21% condivide il materasso con una o più persone e il 53% dorme per terra sopra un cartone o un materasso. Il 62% non dispone di servizi igienici e il 64% non ha accesso all’acqua potabile. Dati e statistiche discordanti da quelli ufficiali pubblicati dal rapporto INEA (Istituto Nazionale di Economia e Agraria) che si basa su elaborazioni ISTAT e INPS, interessante da comparare.



Secondo l’indagine INEA, le principali caratteristiche del lavoratore immigrato in agricoltura sono le seguenti: è maschio, giovane, di età compresa tra 20-40 anni, solo (senza legami familiari o ha lasciato la famiglia nel Paese di origine, in attesa di tempi migliori). Appena arrivati in Italia l’impiego agricolo rappresenta il modo più facile per guadagnare qualcosa. Cerca di ottenere un permesso di soggiorno che gli consenta di rimanere in Italia e di spostarsi in settori più redditizi e meno pesanti. La loro condizione di “senza famiglia” li spinge ad accettare orari e periodi di lavoro particolarmente gravosi. Le informazioni desumibili dalle indagini INEA e da Medici senza frontiere, testimoniano le gravi condizioni abitative e igieniche in cui si vengono a trovare gli immigrati irregolari. Realtà che diventa drammatica in molte zone del Sud dove le specializzazioni agricole e la gestione della manodopera da parte di organizzazioni malavitose genera un quadro di degrado umano scandaloso per il nostro stato di diritto civile. Le stesse condizioni sono evidenziate dalle indagini della Procura di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, seguite ai fatti di Rosarno. Nelle dichiarazioni del Procuratore esce un sistema che si basa su caporali generalmente nordafricani, mossi da imprenditori italiani senza scrupoli.
 

Non è però una situazione relegabile al Sud: basta ricordare un episodio del luglio 2008 nelle campagne del mantovano. Un ragazzo asiatico stramazzava a terra stremato dalla fame e dalla sete mentre raccoglieva meloni, poi veniva gettato dal “padrone” del podere nei pressi di un fossato. Il giovane è poi morto la notte successiva.
 

Non è un caso isolato, nemmeno una casualità meschina; è un fenomeno che dilaga, in qualche modo sostiene una fetta dell’economia e fa parte dell’imponente bottino di quella banda di imprenditori spietati che non paga le tasse e si arricchisce sulle vite umane ridotte in schiavitù.


Esiste un mondo sommerso, inizia dalla malavita organizzata che trasporta su gomma "schiavi" al lavoro nero sui ponteggi dei cantieri, nei campi, nei mercati, o semplicemente badanti nelle case dei privati. La stessa malavita che fornisce cocaina come “integratore” per sfruttare al massimo i cottimisti, braccianti agricoli ai lavori forzati, pagati poco o nulla da imprenditori convinti di creare posti di lavoro, ma che in realtà guardano solo al profitto e al fine che giustifica i mezzi, sino a quando qualcuno muore dalla fatica.


È l’altra faccia del fenomeno immigrazione, seppur nello stesso settore agricolo che ha saputo costruire anche una leale integrazione. Sul lato opposto è una piramide di illegalità e sofferenza, fatta di ricatti e soprusi tra datori, caporali e condizioni disumane di lavoro, il tutto consumato in una miseria inimmaginabile.


Se ti capita di parlare sottovoce con qualcuno che agisce nel settore ti dichiara senza scrupoli: "In fondo vengono a cercare lavoro e devono accontentarsi di quello che gli offriamo, tanta manna, la nostra economia non può farne a meno". Lavoratori indispensabili, dunque, con le dovute proporzioni, lo stesso timbro che le SS mettevano sui permessi degli ebrei del ghetto di Varsavia.


Se vogliamo costruire una società migliore non dobbiamo nascondere o coprire di omertà le nostre vergogne; libertà e giustizia germogliano in ciascuno di noi.

di Valerio Gardoni (22 luglio 2010)



Fabietto ha scritto:
2010-07-22 20:22:33
Graaaaaaaaaaaaaaaaaande Gardoni!!!! Mi è mancato negli ultimi numeri!
Benedetta ha scritto:
2010-07-23 20:06:25
Bellissimo articolo, davvero interessante
Bilal, viaggiare, lavorare, morire da clandestini

 

 

"Il 12% delle persone che parte dalle coste della Libia e dalla Tunisia non arriva in Europa. Il 12% significa che tra 182 passeggeri su questo camion, 22 moriranno. E se di questo si salveranno tutti, del prossimo ne moriranno forse 44. Oppure 66 di quello che verrà dopo".


Quanti sono i lavoratori stranieri in agricoltura?

 

 

 

Una domanda a cui non è facile rispondere. La prima ragione è che in questo ambito, come del resto in altre realtà lavorative (esempio l’edilizia), il lavoro nero raggiunge in molte zone la cifra record del 90% degli occupati. Esistono poi dati discordanti e oramai obsoleti in relazione all’attuale situazione economica e legislativa.



Secondo la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) i lavoratori sono circa 92.000 di cui il 40% è impiegato nella raccolta di frutta e vivai, il 30% in quella di ortaggi (pomodori soprattutto), il 14% si occupa di allevamento e produzione di latte, il rimanente è occupato invece nel commercio di prodotti agricoli e nell'agriturismo.



INEA ci fornisce un altro dato: dal 2001 al 2006 si è avuto un incremento da 23.000 a 172.000 degli immigrati nel settore agricolo, con un incremento del 9,3% annuo.



Rilevante è invece il dato relativo alle imprese agricole condotte da imprenditori stranieri che sono circa 7.000 cioè l'1,2% del totale. In dieci anni le imprese condotte da cittadini extracomunitari sono cresciute del 40%. Imprenditori che provengono in particolare dal Marocco, dall'India, dal Pakistan, dalla Tunisia e dall'Albania.



Secondo una ricerca della Coldiretti, il ruolo dei lavoratori stranieri nella produzione lattiero-casearia tipica del Made in Italy o nelle vendemmie dei vini più prestigiosi è senza dubbio importante, rappresentando una risorsa essenziale per l’agricoltura.



In tutto questo non va tralasciato l’inqualificabile fenomeno dello sfruttamento del lavoro nero stagionale che non rientra in alcuna ricerca di settore ma colpisce i lavoratori immigrati costretti a lavorare in condizioni disumane e le imprese agricole oneste, danneggiando tutta la filiera del mercato dal campo alla tavola.