Un esercito di donne che lava, stira, cucina e accudisce nonni e nipoti. Il 71,6% è di origine straniera, ma le italiane stanno tornando alla riscossa

Sono quasi un milione e mezzo le badanti in Italia, al 90% donne. Il 37% in più rispetto al 2001. Di queste, 7 su 10 è di origine immigrata: il 20% romene, il 12,7% ucraine, il 9% filippine e il 6% moldave
C’era una volta la 'governante', personaggio che evoca suggestioni letterarie e cinematografiche da Mary Poppins a Via col Vento passando per il libro Cuore. Ora invece ci sono badanti e colf ad occuparsi dei 'nostri vecchi', dei bambini e della casa. Un grande esercito che copre le lacune dello Stato, composto da oltre un milione e mezzo di persone, al 90% donne, rileva il Censis, il 37% in più rispetto al 2001. Di queste, 7 su 10 è di origine immigrata. Sempre più protagoniste dei flussi migratori degli ultimi anni, tassello indispensabile della società e ruolo insostituibile per due milioni e mezzo di famiglie (più di una famiglia su 10) che spendono ogni anno circa tra gli 8 e i 10 miliardi di euro. Se toccasse allo Stato – come tra l'altro sarebbe cosa buona e giusta – provvedere agli asili nido, ai vari dopo scuola, ma soprattutto all'assistenza degli anziani e degli handicappati, il bilancio statale andrebbe in tilt. Una necessità tanto diffusa da entrare, da febbraio 2010, nel paniere dell’Istat, l’indice dei prezzi al consumo attraverso cui si individuano i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori. Il 'welfare fatto in casa', così lo ha definito l’Iref, l’Istituto di studi delle Acli: in uno Stato carente di adeguati servizi per l’infanzia, per le persone anziane o per i non autosufficienti, ci si adatta spostando il peso su chi ha bisogno di lavoro. Non è certo una specificità dell’Italia, ma è un fenomeno che, nel Belpaese, è più marcato che altrove e sembra non conoscere crisi, se non quella dell'eccesso di offerta. E non è difficile immaginarlo, se si pensa che gli italiani over 75 sono ben 6 milioni, due milioni e mezzo gli anziani non più autosufficienti.
Per qualcuna è una scelta per altre un ripiego, certo è che le badanti ormai sono diventate anello essenziale dell’economia delle famiglie italiane. E la società comincia ad accorgersi di loro, protagoniste di film, libri, documentari. E poi via con i vademecum e le guide specialistiche, come quella distribuita dalla regione Veneto in 5 lingue allo scopo di far conoscere elementi di base per una buona assistenza a una persona anziana non autosufficiente: come alimentarla? Come muoverla? Come affrontare situazioni di emergenza? Uno dei tanti corsi pensati per 'addestrare' coloro che si occupano degli anziani, mettendo in primo piano l’importanza di comunicare con persone di cultura e abitudini diverse. Una difficoltà che inizia dalla lingua.
“All’inizio è terribile, perché si dà per scontato che tu la sappia”, spiega Luba, capelli biondo albino, occhiali neri, la pelle arrossata dal primo sole, in braccio una bimba nata un anno fa in Italia. “Appena arrivata qui, dieci anni fa, presi servizio presso una famiglia del quartiere Prati, a Roma. Lo ricordo come se fosse ieri: arrivai di domenica e il giorno dopo, il primo giorno di lavoro, mi ritrovai con un ragazzino in braccio e una serie di cose da fare: dalla spesa al supermercato a quella in farmacia… e una lista di nomi che non riuscivo neanche a tradurre”.
“I primi mesi non capivo cosa significasse l’espressione: portami l'acqua! La parola porta mi faceva pensare alla porta di casa, e così mi chiedevo: ma che ci deve fare con la porta? Spiega Meroslava, che chiacchiera spigliatamente con la sua parure di corallo della domenica e un vestito viola e nero anni ‘80. “E tuttora, con le parole caldo e il freddo devo pensarci bene: perché cold in inglese significa l’esatto contrario che in italiano... insomma all’inizio giravo sempre col vocabolario in mano”. Meroslava, che si fa chiamare Gloria, per render più facile la vita ai suoi 'vecchietti', ha 58 anni. A casa sua ha un figlio che aveva 17 anni quando lei partì e che ora si sta per sposare. Prima di emigrare insegnava storia della cultura ucraina ed europea. Fosse restata a vivere nel suo Paese sarebbe già in pensione da 3 anni. La sua è la tipica situazione in cui si trovano molte donne dell’Est Europa che hanno lasciato il Paese d’origine al momento del tracollo economico. “Cos’era d’altronde l’Ucraina 10 anni fa? Un Paese allo sfascio, trascinato in una crisi totale dall’inflazione e dall’insolvenza, stipendi non corrisposti, denaro senza alcun valore”. Venire in Italia non è stata una vera scelta ma l’ultima risorsa. Però ora le brillano gli occhi quando descrive la sua casa “lì”: un villino in campagna, ereditato dai genitori, che la attende per la pensione. Per ristrutturarlo continua a spedire ogni mese tutti i soldi che riesce a risparmiare nella sua vita qui, trascorsa tra la casa dell’anziano di turno e la Cattedrale Ucraina di S. Sofia in Via Boccea, a Roma.
E’ qui che la incontriamo, insieme alle altre colleghe, nel prato davanti alla chiesa dove immancabilmente si ritrovano tutte, la domenica mattina dopo la messa. Ed è qui che Meroslava insegna la lingua dei nonni ai bambini della G2, la Seconda generazione. Insegnare a questi ragazzi è un po’ come ritrovare il rapporto con i figli lontani. Maternità a distanza e divisioni familiari sono esperienze comuni a molte badanti straniere a causa di politiche migratorie che rendono difficile il ricongiungimento. “E’ il fenomeno dei Children left behind (bambini lasciati indietro, ndr), affidati a nonne, zie, parenti che diventano per loro sempre più importanti”, spiega Paola Bonizzoni sociologa e ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università Statale di Milano.
Olga ha gli occhi belli e tristi, una cinquantina d’anni di cui 9 passati in Italia. Due figli, un maschio e una femmina, di 27 e 22 anni. Quando lei li ha lasciati ne avevano 19 e 14. “Quando sono venuta qui non immaginavo che mi sarei fermata così a lungo. E non immaginavo sarebbe stata tanto dura. Ma tutte queste considerazioni lì per lì non le ho neanche fatte. Tornai la prima volta a casa dopo un anno e mezzo e trovai tutto così diverso. Mi sentivo una turista. E la mia sensazione rispecchiava quella dei miei figli. Prima che ripartissi per l’Italia il più grande mi ha scritto una lettera. Mi diceva: stavolta sarà più semplice vederti partire, mamma”. Olga tra qualche anno tornerà a vivere nella sua città natale. Ma questo tipo di migrazione ha iniziato a trasformarsi. Anche se la maggioranza resta al di sotto della soglia dei 40 anni, rileva il Censis, una buona quota di badanti inizia ad essere avanti con l’età: il 14% ha più di 50 anni, il 29% tra 41 e 50. Di questi almeno 7 o 8 trascorsi qui.
“Non penso di tornare a vivere in Ucraina, racconta Luba, le mie radici ormai sono qui, i miei figli parlano l'italiano come prima lingua”. Ma quelle come lei, che hanno una famiglia, non sono più disponibili a lavorare 24 ore su 24. La crisi – non dovuta a un calo di domanda ma a un eccesso di offerta - incide più che altrove e i datori di lavoro giocano al ribasso, “vogliono la disponibilità assoluta”. Un terzo delle badanti straniere vive, in effetti, stabilmente presso la famiglia per cui lavora e si occupa dell’organizzazione della vita quotidiana a 360 gradi: cucina, stira, pulisce, fa la spesa, si occupa dei non autosufficienti. “Un isolamento forzato”, così lo definiscono alcune. “Non cercano solo una badante, ma anche una donna delle pulizie, una dog and cat-sitter, una baby-sitter, un giardiniere... spesso quando ti assumono danno per scontato che tu possa o debba fare qualsiasi cosa: assumono una persona invece di due o tre”. Su questo concordano tutte. “Il tipo di richieste varia di volta in volta dal tipo di famiglia in cui si capita” racconta Olga. “L’ultima esperienza è stata con un 89enne che era convinto che una colf dovesse essere una moglie a tutti gli effetti. Lo riteneva parte integrante del lavoro... E' stato traumatico”. Un caso non troppo raro, sembra. Lo conferma Loredana Ligabue, coordinatrice del progetto Diade, una ricerca condotta dalla Provincia di Reggio Emilia sulla delicata relazione tra badante e assistito, spesso fatta anche di abusi e violenze. “Basti dire che dalle 52 interviste rivolte ad operatori sociali, assistenti familiari e anziani, sono emerse ben 219 segnalazioni di abusi - spiega. Di queste, il 35% riguarda la violenza delle badanti verso gli anziani, il 29% dei familiari verso le badanti, il 23% da parte degli anziani verso le badanti. C’è la domestica trattata alla stregua di una schiava e denutrita e la signora picchiata perché non dorme. Ma non mancano le molestie sessuali soprattutto da parte dei parenti degli assistiti”.
Ad aumentare il disagio, influiscono le condizioni di salute della persona assistita o la gravità della sua malattia. “L’età media continua ad alzarsi”, spiega Meroslava, come “datori di lavoro”, ho avuto prima un anziano di 78 anni poi uno di 80, ora sono a quota 100. Ma la peggior esperienza è stata la prima. Un signore con cui sono stata 4 anni, guadagnavo circa 480 euro al mese, perché dividevo i turni con un’altra persona. Era malato di Alzheimer. Non chiudevo occhio la notte: o perché urlava o perché, se non lo sentivo, avevo paura che gli fosse successo qualcosa! Però a carte sapeva giocarci bene e non lo coglievi mai impreparato!”. Un lavoro che richiede doti da psicologo oltre che da infermiere. Ma che sa regalare anche momenti di intimità e confidenza. “Con una donna di 108 anni ho avuto un rapporto bellissimo”, ricorda Olga. “Faceva molte domande su di me e la mia famiglia, mi dava consigli, era curiosissima. Amava cantare e voleva che lo facessi anche io... mi dirigeva come farebbe un direttore d’orchestra. E così ho imparato tutte le canzoni della tradizione italiana”. E, a mo’ di saggio, intona 'Lo sai che i papaveri' di Nilla Pizzi. “Con lei ho imparato la vostra cucina. Ora preparo lasagne, pizza, pasta fatta in casa… e quando torno dai miei figli le portano a far assaggiare a tutti gli amici. Mi piacerebbe un giorno aprire un ristorante italiano in Ucraina!”
di Livia Parisi Foto di Aldo Pavan
Le badanti, in Italia, servono. Le loro famiglie no. L’86% dell’immigrazione proveniente dai Paesi ex sovietici, negli ultimi 10 anni, è femminile: ed è un po’ come stare in guerra, non ci sono uomini della tua nazione. Basti pensare che un buon 30% delle badanti dell’Est si sposa con la persona che accudisce. E non solo per motivi di interesse, ma perché spesso sono due solitudini che si incontrano. Intervista a Tetyana Kuzyk (VEDI VIDEO)
Fino agli anni ‘50 e ‘60 le domestiche venivano soprattutto dalle campagne del Veneto e dell’Abruzzo: governanti, donne di servizio o balie. Negli anni ‘80 la “prima ondata”. A fare da apripista, eritree, filippine e capoverdiane arrivate spesso attraverso ambienti ecclesiastici e con la garanzia di un rapporto professionale stabilito proprio grazie al canale di arrivo. Sono le donne provenienti dai Paesi dell’Est Europa le protagoniste della fase dell’immigrazione femminile iniziata nel 2000. Un progetto migratorio - così lo definiscono gli studiosi del settore - mirato al maggior guadagno possibile in pochi anni, ma in cambio di una rinuncia totale del tempo libero. Le cifre del Censis parlano di 1.485.000 colf e badanti in Italia, il 71,6% di loro è di origine straniera ma circa la metà non è regolarizzata. Sono dati che non considerano la sanatoria in corso e in base alla quale, a fine aprile, la metà delle 294.742 colf per le quali era stata fatta domanda di emersione era stata convocata in prefettura per firmare il contratto col datore di lavoro. Delle regolarizzate, solo il 22% è di nazionalità italiana. La stragrande maggioranza proviene da Paesi stranieri: il 20% dalla Romania, il 12,7% dall'Ucraina, il 9% dalle Filippine e il 6% dalla Moldavia. E’ il ritratto tracciato dall’indagine Iref, l'istituto di ricerca delle Acli “Il Welfare fatto in casa”, un identikit ma anche uno sguardo “antropologico” sui nostri stili di vita e il nostro modello di società, che parla di un lavoro svolto in prevalenza da donne adulte (il 39% ha oltre 45 anni) e che spesso prevede la convivenza con la persona assistita (59%). Solo il 38% ha i familiari che vivono tutti in Italia. Più della metà di loro dichiara di svolgere il proprio lavoro completamente o in parte senza contratto. Ma anche per chi è regolarizzato non mancano le irregolarità. Al lavoro nero si sovrappone quello "grigio", cioè la tendenza, 6 volte su 10 frutto di una scelta concordata, a denunciare meno ore di quelle lavorate. Quanto guadagnano queste “mediatrici culturali”che condividono drammi e gioie delle famiglie italiane assorbendone stili di vita e comportamenti? “Le esperte, quelle in Italia da più anni, possono sfiorare i mille euro, ma le nuove arrivate non vanno oltre i 700”, spiega Gianfranco Zucca, ricercatore Iref. “Chi è più fragile lavora di più oltre ad essere meno pagato. Sempre più spesso viene richiesta l’assistenza continuativa. Una su tre vive nella casa in cui presta servizio impegnandosi ben al di là di un normale rapporto di lavoro e non è un caso che quasi il 70% di loro sia venuta in Italia da sola”. C'è chi assicura che il lavoro è cambiato, diminuito, che ora ci sono più astuzie e raggiri. Certo è che non sono poche le italiane che stanno riprendendo in considerazione la professione con un’inversione che non si registrava dagli anni ‘50. “Un aumento così non si era mai visto”, spiega Francesco Murru, presidente provinciale delle Acli. “In un anno l’incremento delle italiane è stato quasi del doppio: il 48% in più nei primi quattro mesi del 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009. Quasi tutte hanno perso il lavoro per colpa della crisi, ma ci sono anche tante signore con un precariato lunghissimo alle spalle e che vivono con profonda amarezza questa scelta forzata”.