banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press
in primo
piano
Share |

Sorpresa: la città che verrà, c'è già. Presente e futuro di una metropoli multietnica che fra pochi decenni vedrà imporsi i 'i nuovi milanesi'

Milano 2048: Il sorpasso
Immagine relativa a Milano 2048: Il sorpasso

Sono 199.372 gli stranieri residenti a Milano al 31 dicembre 2009. La comunità più rappresentata è quella filippina con 31.123 persone, seguita dagli egiziani, 25.838. Al terzo posto i cinesi, 17.201

Medhin ha 29 anni e fa la fotografa. “Di dove sono? Sono di Milano!” Fa un sorriso beffardo e mi viene subito incontro… "Sì certo, i miei genitori sono nati in Eritrea". Una famiglia aperta, che non le ha fatto storie quando a 18 anni è andata a vivere da sola in un monolocale di via Padova. La sua piccola casa ricorda il modo di vivere dei ragazzi europei, segue quasi un clichè di emancipazione e crescita metropolitana: foto appese in giro e mezzi tecnologici di ultima generazione.

 

L'interesse che io mostro verso la sua presunta diversità non può far altro che metterla in difficoltà. “La scuola che ho fatto è nel Parco Trotter: asilo, elementari e medie. Una meraviglia! Dà un esempio bellissimo d'integrazione. Ricordo le valanghe di tesisti e borsisti che entravano in classe, ci sceglievano come fragole e poi ci riempivano di domande come fai tu: ma assolutamente stupide… ti senti più italiana o eritrea? Che è come dire: vuoi più bene alla mamma o al papà? E poi: ma come parli bene l’italiano! Che ti veniva da rispondere: ah, sì? Grazie, anche tu!”.

 

Medhin – cresciuta negli ultimi 30 anni nel quartiere più multietnico di Milano – di storie di razzismo, oltre che di pregiudizio o ingenuità, ne ha vissute tante, “tante che ora mica me le ricordo. Mio padre mi diceva sempre: il razzismo? Dipende da te. È la tua reazione ad essere determinante”.

 

Molti brutti ricordi ce li ha dalla scuola: “Ma è normale, come ti sfottono perché sei grasso, ti sfottono anche perché sei nero”. Nella zona 2 di Milano gli stranieri sono il 20% della popolazione, il doppio della media italiana, ma tra i minori la percentuale sale al 27, secondo i dati del Comune. La nazionalità dominante – dopo gli italiani – è quella dei filippini, e seguono a ruota egiziani, cinesi, peruviani ed ecuadoriani. Gli eritrei, come i genitori di Medhin, sono una minoranza, circa 300 persone.

 

A Milano sono contesti popolati prevalentemente da anziani ad accogliere gli immigrati, e così è anche nella zona 7: San Siro, Baggio, San Giusto. Il bar dove giocare a carte è sempre lo stesso, al suo posto la solita insegna, ma a servirti da bere non è più Gino, ma Zhang: ha vent’anni, una moglie incinta e un piccolo bimbo paffuto in braccio. In zona 7, il 13,1% della popolazione è straniera, e tra i residenti le principali provenienze sono filippini, egiziani e peruviani.

 

Gémino è un autista e abita nel quartiere San Siro. Per arrotondare fa anche le pulizie nelle case. Ha 40 anni, una moglie filippina come lui e due belle bambine: è fortunato, non tutti riescono ad avere con sé la famiglia, e sono molto spesso le donne a doversi staccare dai figli per venire a lavorare in Italia. Gémino è qui da 9 anni e del suo nuovo Paese è molto soddisfatto. La zona si estende fino a Baggio, quartiere popolare che in origine, negli anni ’60, ospitava gli immigrati che venivano dal sud Italia.

 

In via Paravia la situazione è l'opposto di quella della scuola del Parco Trotter: 95% di stranieri (da circa 20 nazioni diverse) dietro i banchi; a rischio con i suoi attuali 104 iscritti, dovrà chiudere appena scende sotto quota 100. Nessun mix sociale, l’istituto preoccupa portando a Milano per la prima volta una classe a sezione unica di soli stranieri. Preoccupa tutta la città: i genitori italiani ma anche quelli immigrati, che iscrivono i bimbi in altri istituti come comprensibile rifiuto di quello che può apparire un "ghetto".

 

Colpisce nello stesso quartiere la convivenza di zone residenziali di prestigio (Monte Rosa o l’Ippodromo) e palazzi degradati. Marlene arriva dall’Ecuador e fa la portinaia. Ha 37 anni e una bambina di 5. “Il mio lavoro? Mah, è una necessità. Avessi potuto scegliere mi sarebbe piaciuto molto fare la poliziotta. Non so spiegarti perché… è il rispetto che ha la gente quando ti guarda”, mi dice dall’androne del suo palazzo, in zona Bonola.

 

Sono peruviane, ecuadoriane e cilene a vivere qui, spesso sole, perché tra questi popoli a partire per prime sono le donne che si guadagnano da vivere lavorando come colf o badanti per le famiglie benestanti.

 

I cinesi a Milano arrivano da regioni precise - il Qingtian, Wencheng e Wenzhou-Ouhai - li chiamano
"i brianzoli della Cina" perché sono tradizionalmente attivi nell’imprenditoria familiare. Nonostante
i cinesi trovino casa prevalentemente in periferia – via Padova, ma soprattutto il triangolo
Affori-Bovisa-Niguarda – il loro commercio resta radicato nei dintorni di via Sarpi. Quella cinese di
Milano è una delle comunità immigrate più numerose oltre che più antiche d'Italia, e rappresenta da
sola oltre un quinto dei cinesi nel nostro Paese.

 

In città oggi sono circa 17mila quelli regolari, e altri 20-30mila senza permesso di soggiorno. La comunità negli ultimi anni si è quadruplicata. Accanto ai servizi tradizionali della ristorazione, del tessile e dei laboratori, i cinesi sono sempre più protagonisti anche tra i negozi di alimentari, parrucchieri e le agenzie immobiliari. La convivenza con gli italiani è sicuramente complessa, ma questo non vale per i giovani. Jang, attore, è qui da quando aveva 11 anni: “Molti pensano che abbiamo la mentalità chiusa – racconta – ma la nostra è solo una mentalità diversa. E poi sono anche gli italiani a non volersi mettere in gioco, a resistere di fronte alla diversità”.

 

Simona, detta anche Yu, studia l’ultimo anno di medicina, abita in via Padova, ma la giornata la
passa spesso in via Bramante, dove i suoi genitori hanno un minimarket. A volte, nel retrobottega,
suona il guzheng, un antichissimo strumento tradizionale che somiglia a un’arpa sdraiata. La Chinatown
milanese divide i suoi spazi con le botteghe storiche.

 

La ‘Macelleria’ di Walter Sirtori, con le sue cantine a volta e la manodopera multietnica, è un bell’esempio d'integrazione, come ci racconta lo stesso Walter: “La convivenza non crea alcun problema. In loro io rivedo i miei genitori, quella stessa voglia di fare che era tipica del dopoguerra”.

 

In tema di lavoro, una delle parti più vivaci di Milano è quella tra Porta Venezia, Corso Buenos Aires e la Stazione Centrale. Negozi con merce dal Bangladesh, dall'India, dall'Eritrea o dalla Cina, con la più alta percentuale di imprese multietniche. Su una popolazione che sfiora le 138 mila persone, più di 16 mila sono immigrati. Il 15% di richieste di 'aprire' piccole imprese arrivano al Comune da extracomunitari.

 

Daron Alexanian è nato a Milano da genitori armeni. In via Benedetto Marcello ha uno dei negozi di famiglia, dedicati alla vendita di tappeti orientali. “L’attività è stata aperta da mio padre nel ’53, prima la mia famiglia si occupava già di tappeti ma in Turchia. I miei si sono trasferiti in Italia durante il fascismo. Come molti siamo scappati dall’Armenia per il genocidio e i problemi con i turchi”. Gli armeni a Milano sono pochissimi, si concentrano soprattutto negli Stati Uniti o in Francia, più numerosi all’estero che in patria, Paese a maggioranza cristiana da sempre attorniato da Stati musulmani.

 

“Qual è il problema di questo quartiere? Gli immigrati” la risposta secca ci arriva da Raffaele, 74 anni, gli ultimi 50 passati in Corvetto (zona 4). Era anche lui un immigrato, “da giovane ho lavorato in Brasile e in Germania, ma a me i poliziotti mi bastonavano al primo sgarro: non come questi qui – mi dice – che tutto gli è dovuto”. Raffaele è nato in provincia di Salerno e a Milano lavorava
per l’Alemagna, come tostatore di mandorle. Passa i suoi pomeriggi al circolo Arci di via Oglio, gioca a carte con Caterina e Maria.

 

“Ho 53 anni, tre figli e mio marito mi ha lasciata – ci dice Caterina, la più giovane - Gli stranieri io li ho conosciuti qualche anno fa, egiziani: beh, ma allora avevo voglia di divertirmi”, ci confida. Nella stessa strada l’asilo ospita un 20-25% di bambini stranieri per classe “ma è come il resto di Milano – ci dice una maestra – questo quartiere non ha particolari problemi di integrazione”. Gli immigrati in zona sono circa il 14%, 20.700 su un totale di 148mila persone. “Noi abbiamo scelto l’Italia perché c’è una mentalità simile alla nostra” ci dice Abdel con un bel sorriso, un muratore marocchino che da un anno è riuscito a far arrivare anche la moglie, che fa le pulizie nella casa di riposo di Via dei Panigarola, e il figlio 14enne. Lui è un bel ragazzino sveglio e ci dice subito che da grande vuole fare il geometra, oppure l’ingegnere: il campo del papà, ma molto più in alto.

di Michela Dell'Amico



Il Sorpasso

A quando il sorpasso? Secondo le stime di Giancarlo Blangiardo, demografo dell’Università Bicocca e dell’Ismu, già nel 2030-2032 gli italiani residenti a Milano saranno 800 mila, gli stranieri ben 600 mila, quelli regolari però; se dovessimo calcolare anche gli irregolari (presenze difficili da quantifi care) potremmo già immaginare una situazione di quasi parità. Secondo il professore bisognerà aspettare il decennio successivo per vedere gli immigrati, e i loro fi gli e nipoti, scalzare "gli indigeni" dalla cima
della classifi ca. Data prevista: 2048 circa. Per quell’epoca il milanese doc sarà un animale in via di estinzione. In realtà già oggi è impresa diffi cile trovarne uno: siamo tutti mescolati, fi gli di padri e madri provenienti da tutte le regioni italiane. Infinite le possibilità di incroci. Chissà come sarà fra
trent’anni quando a incontrarsi, a innamorarsi e a far fi gli saranno uomini e donne di decine di nazionalità diverse! Blangiardo immagina una città decisamente più africana rispetto a oggi. Saranno gli
abitanti a sud del Sahara, secondo il professore, a premere soprattutto sull’Europa e sull’Italia. Sono loro quelli che aumentano di più al mondo e quelli che più hanno bisogno di emigrare, per povertà, guerre, catastrofi ambientali o semplicemente perché in cerca di una vita migliore. Gli altri fl ussi migratori in parte dovrebbero esaurirsi, a causa dello sviluppo economico dei Paesi dell’Est Europa e dell’attrazione crescente di Cina e India. Quella di domani potrebbe quindi essere una città più mista dal punto di vista etnico ma anche più vecchia: nel 2030, il 40% degli abitanti avrà più di 60 anni. Andrebbe peggio, molto peggio, senza gli stranieri: facendo più figli dei milanesi (3,2 per donna, contro
1,2), sono loro a ringiovanire la popolazione. Sul fronte dell'integrazione, nonostante la paura verso gli immigrati sia aumentata negli ultimi due anni tanto da far parlare gli analisti di mixofobia (il timore di mescolarsi con il diverso), Blangiardo è positivo. "Milano ha buone probabilità di diventare quella che oggi è Londra, una metropoli capace di metabolizzare la presenza straniera perché funzionale al sistema". I dati più recenti dell'Ismu già dimostrano l'elevata istruzione di chi proviene dai Paesi in via di sviluppo (1 immigrato su 4 risulta laureato). Se si aggiunge la forte crescita delle imprese straniere (il 60% è titolare di una ditta individuale) si può capire come gli immigrati già dispongano delle risorse
necessarie per inserirsi con successo nella nostra società.

 

Ginevra Battistini