Prima gli alluvionati del Veneto, poi i meridionali, infine gli stranieri. E’ tutta la storia del Secondo Novecento a dirci che Milano è una città di immigrazione. In realtà, lo è sempre stata, come tutti i centri economicamente importanti. Il boom degli anni ’50 però ha accelerato il fenomeno spingendo sempre più persone a trasferirsi sotto la Madonnina in cerca di lavoro. Per lo stesso motivo, negli ultimi decenni, sono arrivati gli immigrati dal Sud del Mondo: Filippini, Egiziani, Cinesi, Peruviani, Ecuadoriani, Marocchini, Albanesi, Rumeni. Chi prima, chi dopo, attraverso il passaparola, ha raggiunto Milano, spesso facendo viaggi, lunghi, costosi, a volte pericolosi.
Secondo i dati del 2009 elaborati dall’Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) per conto dell'Orim (l'Osservatorio Regionale), sono oltre 418 mila gli stranieri regolari presenti in città e in provincia, di cui quasi 237 mila nel capoluogo e 181 mila fuori. Nel 1998 erano 212 mila (compresi quelli della recente provincia di Monza Brianza). La cosa interessante è che mentre i milanesi diminuiscono, e di molto, gli immigrati aumentano in modo più che proporzionale e vanno a riempire i vuoti lasciati dai locali. Se così non fosse el gran Milan (come si diceva una volta in dialetto) sarebbe una metropoli ridotta all’osso, soprattutto in confronto alle altre capitali economiche europee e mondiali. I milanesi invecchiano e non si riproducono in maniera sufficiente a farsi sostituire da figlie e nipoti, oppure sono loro ad emigrare, in campagna, verso i comuni della provincia dove le case costano meno e la vita è più tranquilla. Tra il 1971 e il 2007 i residenti in città sono diminuiti di 400 mila unità passando da 1.700.000 a 1.300.000. Saremmo 1.120.000 se non fosse per gli stranieri.
A quando il sorpasso? Secondo le stime di Giancarlo Blangiardo, demografo dell’Università Bicocca e dell’Ismu, già nel 2030-2032 gli italiani residenti a Milano saranno 800 mila, gli stranieri ben 600 mila, quelli regolari però; se dovessimo calcolare anche gli irregolari (presenze difficili da quantificare) potremmo già immaginare una situazione di quasi parità. Secondo Blangiardo, bisognerà aspettare il decennio successivo per vedere gli immigrati, e i loro figli e nipoti, scalzare i locali dalla cima della classifica. Data prevista: 2048 circa. A quell’epoca il milanese doc sarà un animale in via di estinzione. In realtà già oggi è impresa difficile trovarne uno: siamo tutti mescolati, figli di padri e madri provenienti da tutte le regioni italiane. Infinite le possibilità di incroci. Chissà come sarà fra trent’anni quando a incontrarsi, a innamorarsi e a far figli saranno uomini e donne di decine di nazionalità diverse!
A quell’epoca Blangiardo immagina una città decisamente più africana rispetto a oggi. Saranno gli abitanti a sud del Sahara, secondo il professore, a premere soprattutto sull’Europa e sull’Italia. Sono loro quelli che aumentano di più al mondo e quelli che più hanno bisogno di emigrare, per povertà, guerre, catastrofi ambientali o semplicemente perché in cerca di una vita migliore. Gli altri flussi migratori in parte dovrebbero esaurirsi, a causa dello sviluppo economico dei Paesi dell’Est Europa e dell’attrazione crescente di Cina e India. Quella di domai potrebbe quindi essere una Milano più africana, più mista dal punto di vista etnico ma anche più vecchia: nel 2030, il 40% degli abitanti avrà più di 60 anni. Andrebbe peggio, molto peggio, senza gli stranieri: facendo più figli dei milanesi (3,2 per donna, contro 1,2), sono loro a ringiovanire la popolazione.
Sul fronte dell'integrazione, nonostante la paura verso gli immigrati sia aumentata negli ultimi due anni tanto da far parlare gli analisti di mixofobia (il timore di mescolarsi con il diverso), Blangiardo è positivo. "Milano ha buone probabilità di diventare quella che oggi è Londra, una metropoli capace di metabolizzare la presenza straniera perché funzionale al sistema". I dati dell'Ismu del 2007 già dimostrano l'elevata istruzione di chi proviene dai Paesi in via di sviluppo (1 immigrato su 4 risulta laureato). Se si aggiunge la forte crescita delle imprese straniere (il 60% è titolare di una ditta individuale) si può capire come gli immigrati già dispongano delle risorse necessarie per inserirsi con successo nella nostra società.
di Ginevra Battistini, foto Federico Ambrosi (10 giugno 2010)