Scuole di calcio in Angola per 'salvare' i bambini della "Lixeria", il quartiere discarica della capitale Luanda. O in Uganda per far vaccinare i ragazzini contro le malattie dell'acqua inquinata. O in Romania per integrare i bimbi che vivono in orfanotrofio. In Marocco per aiutare l'alfabetizzazione e la partecipazione delle ragazze. In Libano, insieme all'esercito italiano, per cercare di far respirare ai bambini un'aria di normalità. O in Kosovo dove sono alte le tensioni etniche e religiose. Il calcio per salvare da alcolismo, droga e devianza in Messico, Brasile, Colombia, Polonia e Slovacchia, o per aiutare gli handicappati in Slovenia. Sono ormai più di 20 mila i bambini di 19 Paesi diversi i protagonisti di Inter Campus, 'creatura' del presidente dell'Inter Massimo Moratti che compie 14 anni il prossimo 20 febbraio. L'idea è semplice e complessa al tempo spesso: aprire scuole di calcio in Paesi dove povertà e conflitti cancellano la speranza e tolgono la voglia o la possibilità di studiare. Per far parte della famiglia nerazzurra, indossare la divisa ufficiale e partecipare al corso c'è solo una condizione, ma non superabile: frequentare la scuola e impegnarsi a fondo nello studio. Approfittare del fascino di una maglia conosciuta in tutto il mondo per strappare dalla strada e dalla miseria migliaia di ragazzini. Lo scopo di Inter Campus è chiarissimo: coinvolgere i ragazzi in un percorso formativo completo, pensando al loro recupero psicologico e fisico, facendoli giocare e non allenandoli ad essere calciatori. All'Inter tengono molto a sottolineare che non è un modo per allevare baby campioni: per essere sicuri di sgombrare ogni equivoco l'età massima per partecipare è 13 anni. Molti i momenti difficili incontrati, come quando sono stati costretti a sospendere il progetto nei Territori Palestinesi a Nablus perché il campo rischiava di essere preso di mira dai soldati israeliani che dal Monte Sichem sparavano su tutto ciò che si muoveva. Ma anche molte porte che si aprivano proprio in virtù di essere una famosa squadra di calcio. L'esperienza è anche raccontata in un bel documentario 'Petites historias das crianças' (piccole storie d'infanzia, ndr) firmato da tre registi: Guido Lazzarini, il premio Oscar Gabriele Salvatores e Fabio Scamoni. In 90 minuti, come il tempo di una partita di calcio, si raccontano storie di vita di bambini delle favelas brasiliane e delle baraccopoli camerunesi che nel calcio hanno trovato oltre a una vera occasione educativa anche un'autentica chanche di intregrazione.
di Francesco Bianco
Simona La Mantia oro invece nel salto triplo