Rocco Marchegiano. Questo nome non dirà quasi nulla al lettore, ma se lo si americanizza diventa Rocky Marciano. Figlio di emigrante italiano, leggenda della boxe mondiale: 49 vittorie, nessuna sconfitta. Era l’America della prima metà del Novecento e tanti figli di immigrati diventavano grandi grazie allo sport. Ancora oggi è uno dei modi migliori per crescere in un paese che all’inizio è straniero.
Rocco Marchegiano. Questo nome non dirà quasi nulla al lettore, ma se lo si americanizza diventa Rocky Marciano. Figlio di emigrante italiano, leggenda della boxe mondiale: 49 vittorie, nessuna sconfitta. Era l’America della prima metà del Novecento e tanti figli di immigrati diventavano grandi grazie allo sport. Ancora oggi è uno dei modi migliori per crescere in un paese che all’inizio è straniero.
Hakim Chebakia ha 22 anni. Vive in Italia dal 1995, da quando raggiunse con la famiglia il padre che già da qualche anno viveva a Bologna. Da 5 anni fa il boxeur. Da dilettante, cioè, secondo la definizione della Federazione Pugilistica Italiana, da “pugile che partecipa a pubbliche gare per puro spirito agonistico e non per lucro”. Lui, peso gallo, 17 vittorie e 3 sconfitte, vorrebbe di più. A causa di problemi burocratici, non riesce però a ottenere la cittadinanza e questo gli impedisce di partecipare a i campionati italiani e quindi ad aprirsi la strada verso la nazionale o una carriera nel pugilato professionistico.
“La mia vita – dice – è tutta palestra e lavoro, gestisco un locale con un amico”. Della cittadinanza quasi non vuole parlare. “Mi sono stancato. Se viene bene, altrimenti andrò avanti lo stesso anche se non ritengo giusto quello che mi è successo. Io sono cresciuto qui, vivo in Italia da quando avevo sette anni, parlo italiano”. Per la precisione Hakim parla un italiano con un notevole accento bolognese, ma racconta il pugilato come uno sceneggiatore americano e a sentirlo parlare viene in mente la rabbia di Jake La Motta-Robert De Niro in “Toro Scatenato”. “La boxe – spiega Hakim – la fa la gente che non ha mai avuto niente e che vuole diventare grande. Tutti i pugili sono nati poveri. La boxe ti scarica da tutto quello che hai dentro”.
C’è però un torneo a cui Hakim può partecipare: è il 'Guanto d'oro', torneo annuale in cui i migliori pugili del territorio nazionale incrociano i guantoni. La prossima edizione è in programma fra l’11 e il 13 giugno e lui si sta allenando per andarci. “Questo torneo – spiega Alberto Brasca, Vicepresidente Federale e Coordinatore Delegato del Settore Dilettanti della Federazione Pugilistica – è in pratica un campionato italiano under 23 ed è aperto a tutti i tesserati. Fra i nostri tornei solo il campionato italiano non è aperto a chi non ha la cittadinanza, avevamo chiesto di cambiare, ma il Coni ha detto no”. Nelle palestre, 450-500 in tutta Italia, in cui si pratica la boxe, il numero degli atleti immigrati è in costante crescita. “In quasi tutte le strutture – aggiunge Brasca – c’è almeno uno straniero e si arriva anche al 20% degli iscritti”. Molti vengono da Maghreb dove ci sono Paesi in cui il pugilato ha radici forti, ma anche dal Senegal ed Europa dell’Est. “Per alcuni – conclude Brasca – abbiamo fatto pressioni perché i documenti arrivassero più in fretta”. E c’è chi i campionati italiani li ha fatti e ora punta all’Europa. E’ Mohuamed Alì Ndiaye, senegalese di Pontedera: porta per volontà del padre il nome che Cassius Clay scelse per sé ed è sposato con una italiana.
di Chiara Pizzimenti
Simona La Mantia oro invece nel salto triplo