Prima le Olimpiadi di Pechino, poi l'Expo di Shanghai. La Cina ha terminato la prova generale ed è salita sul palco dell'economia globalizzata. E la città si diverte a diventare la nuova New York
È la “fabbrica del mondo” o per qualcun altro la “locomotiva dello sviluppo globale”. Fabbrica o locomotiva la Cina è il Paese che si muove ad una velocità impressionante e lo capisci solo andandoci e alzando gli occhi da terra quando cammini: è tutta un cantiere.
Se la tua prima tappa in Cina è Shanghai, basta già solo guardare il suo aeroporto o la sua metropolitana per comprendere quanta voglia abbiano i cinesi di farla diventare in meno di dieci anni la nuova New York asiatica. Non è la capitale, ma è il motore economico del Paese, una città tutta proiettata in avanti e che guarda al futuro con un’energia che non ha paragoni nel Vecchio Continente. Primato che contende a Hong Kong, la vecchia signora elegante che guarda al domani senza paura, certa di essere uno dei centri finanziari più importanti al mondo. Shanghai la guarda da non troppo lontano, fiduciosa nei piani del governo che in un decennio faranno in modo di completare la metamorfosi e realizzare il sogno della città del Bund, l’illuminato e affollato lungofiume.
Hanno tanta voglia di farsi conoscere i cinesi e di conoscere il mondo per il quale producono e a cui aspirano. L’Expo di Shanghai quest’anno è stata la loro occasione, il traguardo della lunga marcia verso la modernità. Un’area di 6 chilometri quadrati per ospitare 192 Paesi e oltre 70 milioni di visitatori attesi fino a quando chiuderà il 31 ottobre.
Le Olimpiadi di Pechino del 2008 erano state un’opportunità per presentare la Cina moderna al mondo, l’Expo Internazionale di Shanghai, apertasi il primo maggio, è anche l’occasione di avere il mondo in casa. Ciascuno col proprio scopo: quello degli espositori occidentali di entrare nel ricco e grande mercato cinese con potenzialità di crescita tali da oscurare tutti gli altri; quello del Regno di Mezzo di strappare all’Occidente lo scettro dell’economia globalizzata.
Tutto ciò in maniera discreta, “silenziosa”, certosina, come i cinesi sanno fare. Guardano, osservano, imitano. E piano piano sono lì dove nessuno si aspettava di trovarli. La Cina di oggi non è più quella vecchia, povera e maoista. È piuttosto il Paese che ha fuso insieme due sistemi apparentemente antitetici: maoismo e capitalismo. Ne è uscito fuori un ibrido, il capi-comunismo, che se da una parte sfrutta i lavoratori in maniera disumana e vieta di parlare in pubblico di ciò che accadde nel 1989 in piazza Tienanmen, dall’altra ha portato modernità al Paese e popolarità al governo. Un potere legittimato dalla ricchezza che cresce senza freni: e fino a che il Pil sale in Cina nessuno avrà voglia di sostituire il partito unico.
Uno strano meccanismo, che neppure i cinesi ti sanno spiegare bene. Poi però stranamente entrano in un negozio di lusso, comprano quello che per gli altri imitano, e allora la risposta è lì: alla lunga lo sfruttamento della forza lavoro arriva a produrre benessere e ricchezza soprattutto per una classe alta emergente. È il prezzo della modernizzazione, che non è un bene a buon mercato.
Nelle fabbriche cinesi che producono per il mercato mondiale trascorrono la loro giovane vita le factory girls, ragazze che vengono dalla campagna tra le quali non ci si chiede come ti chiami, ma di che anno sei, quanto ti danno e se la paga è con vitto e alloggio. Ragazze per le quali l’ultimo giorno del mese può essere il più bello ma anche il più brutto, come racconta Leslie T. Chang, una giornalista statunitense di origine cinese, nel libro “Operaie”, uscito in Italia il 19 maggio. Dopo aver faticato come muli, le factory girls si vedono trattenuto dalle loro paghe denaro per motivi assurdi: qualche minuto di ritardo, una mezza giornata di permesso per malattia, il contributo obbligatorio per il passaggio dalla divisa invernale a quella estiva. Ma l’ultimo giorno del mese è anche quello che vede affollato l’ufficio postale: tutte lì per spedire alle famiglie rimaste in campagna gli yuan guadagnati.
Corre la Cina: a Shanghai, città che a febbraio la rivista economica Foreign Direct Investment ha messo al terzo posto nella sua classifica delle città del futuro, ogni giorno si aprono nuovi ristoranti lussuosi, moderni e costosi. Così la metropoli cambia faccia: e pensare che alla fine degli anni Ottanta era povera e quando si passeggiava lungo il Bund non si vedevano macchine, grattacieli, ma solo gente vestita male e “poveracci”. Ma il mondo cambia ed è cambiata la Cina, in maniera veloce: da allora nella capitale finanziaria del Paese sono state costruite oltre 4000 torri sopra i 30 piani.
C’è il Maglev, il treno più veloce del mondo che viaggia senza toccare le rotaie grazie alla levitazione magnetica. E c’è una zona commerciale e finanziaria, il Pudong, costruita al posto di vecchi depositi portuali.
Shanghai sta facendo di tutto per raggiungere l’obiettivo di essere la nuova New York. Ha costruito non a caso il World Financial Center, che con i suoi 101 piani è la sede asiatica delle più grandi finanziarie al mondo, ma rimane ancora la città caotica del Sud dove la gente cammina nelle strade del quartiere in pigiama, e stende i panni sui pali della luce e sulle ringhiere lungo le vie sporche e trafficate. Eppure nessuna città al mondo oggi sembra avere la forza e il dinamismo di Shanghai.
Lo sviluppo. I cinesi ci credono mentre lavorano. Dalla Grande Muraglia ai grattacieli di Shanghai, dalla Mongolia interna alle campagne del Sud. Eppure il contrasto tra la ricchezza delle città e le loro periferie con gli agglomerati sub urbani indecenti è così stridente che ti fa chiedere quale sia quel mistero sociale che riesce ad amalgamare senza grossi traumi il Medioevo e il futuro.
La mancanza di infrastrutture, servizi igienici, acqua corrente è ancora una conquista da raggiungere per molti in Cina. Basta attraversare il corso d’acqua che divide downtown Shanghai dall’altra sponda per saltare dal futuro dentro quartieri fatiscenti. Eppure si percepisce dagli sguardi e dalla dignità del popolo che sognava Mao Tse Tung, fiero e orgoglioso che lavora e mangia tutti i giorni, la ragione della sua serenità: la speranza nello sviluppo. Una speranza che da qualche altra parte è stata già persa da un pezzo.
di Tonia Cartolano
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Better city, better life. Uno sforzo di tutti i Paesi partecipanti all’Expo di Shanghai quello che racchiude il tema scelto per l’edizione 2010: ovvero la qualità della vita in ambito urbano. Oltre 5 km quadrati per ospitare 191 Paesi e 48 organizzazioni internazionali. Per tutti lo stesso problema da affrontare: quello della pianificazione urbana e dello sviluppo sostenibile nelle nuove aree cittadine, ma anche del come effettuare le riqualificazioni nel tessuto urbano esistente. Tutto parte dal presupposto che dal secolo scorso a oggi la popolazione che vive nelle città è aumentata dal 2% al 50%, con la prospettiva di un 55% nel 2010. Un’occasione unica per la Cina prima di tutto. I vantaggi dell’esposizione sono molteplici. Sul fronte interno, le commesse per la costruzione dell’area espositiva hanno generato migliaia di posti di lavoro, senza contare il rilancio urbanistico della città (terminal aeroportuali, metropolitana, strade, tunnel); sfarzo e imponenza, poi, rafforzeranno l’immagine del governo di fronte al suo popolo. Ma anche sul fronte esterno Pechino ha tutto da guadagnare. Una simile vetrina apre l’economia cinese ad affari grandiosi con il resto del mondo: alla vigilia dell’inaugurazione lo Shanghai Financial Service Office ha annunciato che “entro la fine dell'anno saranno pronti i nuovi regolamenti per la quotazione in Borsa delle società straniere”. Non secondario il debutto della delegazione Usa a un’esposizione universale che consacra l’asse Cina-America, su cui si snoderanno gli equilibri geopolitici del futuro. E le numerose difficoltà finanziarie incontrate dal padiglione americano, a fronte della magnifica piramide cinese, hanno chiarito che la Cina sarà sempre più una protagonista ingombrante. E anche il nostro Paese sta facendo la sua parte. In attesa del 2015, quando la kermesse verrà ospitata a Milano, l’Italia è leader in Cina con un padiglione a pianta quadrata di 3600 mq per 18 m di altezza, progettato da Giampaolo Imbrighi e premiato dalla città di Shanghai come miglior edificio dalla struttura in acciaio del 2009. “Un successo impensabile per l’Italia” ha detto Beniamino Quintieri, il commissario italiano del Governo per l’Expo 2010 : “Sappiamo che il nostro è stato il padiglione più visto, secondo solo alla Cina, con una media di 40 mila visitatori al giorno. Ed è in assoluto fra i più apprezzati. Si sta lavorando al dopo, l'obiettivo è far sì che il nostro padiglione continui a vivere. Magari a Shanghai, in deroga all' obbligo delle Expo di smantellare le loro strutture, o - rimontato - in altre località della Cina.
"La Cina è il Paese dove le cose ancora succedono", ci racconta Francesca Coppeta, una giovane italiana di 29 anni che da due anni vive e lavora a Shanghai. E' direttore generale di un'azienda italiana, la ITF International, che realizza interni su misura per negozi e residenze di lusso e non solo. “La Cina è il Paese dalle mille contraddizione e contrasti, dove passato e futuro si intrecciano e dove lo stupore in senso positivo e talvolta anche negativo è sempre dietro l'angolo. È un Paese incredibile, assolutamente diverso dallo stereotipo che ha in mente chiunque qui non ci sia mai stato, un Paese dove tutto corre ad una velocità impressionante e dove anche l'impossibile, l'impensabile, diventa realtà. Vivere qui in questo periodo storico - racconta Francesca Coppeta - è per me un'occasione unica, una sfida continua. Sviluppo è una parola astratta, ci dice la giovane italiana, ma qui hai la sensazione che sia qualcosa di concreto che tocchi con mano e che vedi con i tuoi occhi tutti i giorni”.