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La capitale dell'Etiopia è un cantiere a cielo aperto, ma i palazzi in costruzione sono destinati agli amici del regime e non alla popolazione allo stremo

La ragnatela Addis Abeba
Immagine del reportage La ragnatela Addis Abeba

Edifici in costruzione ovunque per gli amici del premier

Muoversi ad Addis Abeba è molto faticoso. L'inquinamento è pazzesco e gli automobilisti sono spericolati come in tutte le grandi megalopoli africane. La capitale etiope si salva per le sue ampie strade a due corsie e per i ciuffi di foresta che, indomabili, punteggiano baraccopoli e quartieri residenziali. Ma ciò che più impressiona chi visita Addis di questi tempi è il fatto che la città sembra avvolta in una calza a rete. Una rete di impalcature che cresce intorno a palazzi in costruzione in ogni via, in ogni piazza, in centro come in periferia. Si costruisce dappertutto e i ponteggi sono una sorta di teatrino all'aperto. Quasi inesistenti le gru: materiali e attrezzature vengono trasportate su e giù da queste strutture che non sono fatte con i classici tubi di metallo, ma con quelli di legno. Pali di eucalipto incastrati tra loro che danno un'inquietante impressione di precarietà.


Le impalcature si arrampicano storte e penzolanti sulle pareti degli edifi ci, popolate da giovani muratori che vi si muovono agili come ragni nella loro ragnatela, con secchi sulla testa e macchinari imbragati sulla schiena. Sicurezza zero. L'ispettorato sul lavoro di un qualunque Paese europeo potrebbe fare una retata colossale, chiudere imprese e arrestare imprenditori. Ma non siamo nel vecchio continente. Questo grande attivismo qui ad Addis indica una nazione in piena crescita economica, nella quale, evidentemente, arrivano investimenti che offrono lavoro e che, visto il gran numero di edifici in costruzione dedicati ad abitazioni popolari, forse nel breve periodo potranno dare una casa ai milioni di baraccati che sono la grande maggioranza degli abitanti della città. Non male, se fosse vero. Lo sviluppo, dopotutto, ha il suo prezzo.


In realtà in pochi ci credono e se si parla con la gente si capisce che lo scetticismo ha i suoi buoni motivi. Molti di questi palazzi sono hotel, grandi centri commerciali, condomini di lusso, grattacieli. Vengono costruiti con una serie di subappalti che, per abbassare i costi, riducono la qualità: il cemento delle scale si sgrana, le facciate cadono a pezzi, le grondaie penzolano e l'acqua, ai piani alti, arriva sì e no. I più critici e gli intellettuali non esitano a definire il “cantiere Addis Abeba” una formidabile campagna elettorale per il premier Melles Zenawi che, come da copione, aveva detto che non si sarebbe ripresentato alle elezioni, ma ha cambiato idea appena il suo partito glielo ha chiesto. Non è un caso che tra le tante accuse al regime, si dica che chi trae vantaggio da tutto questo costruire è l'entourage del primo ministro, al potere da quasi 20 anni.


Due cose erano certe nelle elezioni che si sono appena svolte: la prima era il nome del vincitore, Melles Zenawi, leader del partito al governo, il Fronte Rivoluzionario per la Democrazia del Popolo Etiopico (Frdpe). La seconda è che questa consultazione non sarebbe stata una replica di quella del 2005, quando il partito al potere e il suo premier persero di fatto le elezioni, dichiarando però il contrario, e non se ne vollero andare.


Le strade di Addis Abeba si riempirono per giorni di dimostranti e la polizia sparò sulla folla facendo oltre 200 morti. Migliaia furono gli arrestati, leader politici e anche giovani simpatizzanti dell'opposizione, catturati nel corso di brutali retate nelle bidonville della capitale e nel quartiere di Merkato, il più popolare e pericoloso della città. Poi tutto si quietò grazie anche al fatto che Europa e Stati Uniti non potevano permettersi di mettere in pericolo Melles Zenawi, unico bastione occidentale nel Corno D'Africa contro la penetrazione dell'integralismo islamico nella regione.


Questa volta gli “amici” del primo ministro hanno preso per tempo le loro precauzioni. Con abbondante anticipo Zenawi e i responsabili di 3 dei maggiori partiti di opposizione hanno firmato un nuovo codice di condotta elettorale. Altri movimenti e singoli oppositori hanno contestato quell'accordo. Alla luce dei fatti non avevano tutti i torti. Tra loro ci sono pseudo oppositori o ex oppositori che hanno deciso di fare il gioco del regime. Chi ha deciso di rimanere delle sue idee non solo non ha firmato ma è finito preventivamente in carcere. È il caso di Birtukan Midekesa, ex presidente della Coalizione per l'Unità e la Democrazia, partito che dopo il suo arresto è stato ricostituito con dirigenti voluti dal regime. Midekesa, prima donna a essere scelta come presidente di una formazione politica, è oggi chiamata la “Aung San Suu Kyi etiope”.


A una occhiata distratta i media locali alla vigilia del voto apparivano liberi e autonomi. Se si guardava meglio però ci si accorgeva che Melles Zenawi era ampiamente sovraesposto. Tutte le sere il TG era praticamente monopolizzato. Così ora l'Etiopia e il suo eterno regime hanno le mani libere per portare a termine gli affari incominciati. E non tutti hanno al primo posto il benessere della popolazione. L'Etiopia infatti si è distinta, nell'ultimo decennio, come uno dei maggiori Paesi che hanno off erto a grandi investitori stranieri vaste porzioni del proprio territorio per la produzione di derrate alimentari destinate all'esportazione o di biocarburanti.


Una contraddizione per un Paese che, nell'immaginario occidentale, è una sorta di crocevia mondiale di siccità, fame e guerre. Eppure Zenawi ha annunciato di essere pronto a offrire quasi tre milioni di ettari di terre vergini agli investitori esteri. Gli interessati non hanno tardato a farsi avanti. Tra loro, l'Arabia Saudita: l'Etiopia è una destinazione comodissima, appena oltre il Mar Rosso. Così dal 2007 ad oggi, Addis Abeba ha approvato ben 815 progetti agricoli finanziati da stranieri. E in questa corsa, naturalmente, non sono mancati Cina, Corea del Nord e India.

di Raffaele Masto

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La storia di Alganesh

 

 

Alganesh ci accoglie nella sua casa con un po' di titubanza. Poi però la preoccupazione svanisce e si rilassa. Ha 18 anni ed è già una ragazza eroica. Da lei ci accompagna Vittorio Villa, direttore de “Il Sole”, una Onlus di Como, che ad Addis Abeba ha un progetto contro la piaga degli abusi sui minori. “Conoscemmo Alganesh tre anni fa, attraverso sua sorella Ganneth che fu segnalata al nostro servizio di psicologia. Scoprimmo che la ragazzina, di un anno più giovane, aveva subito violenza da un amico di uno zio, proprio mentre i genitori stavano per morire, lasciandole orfane, insieme ad altre 4 sorelle”. Alganesh – racconta ancora Villa - non ebbe dubbi: toccava a lei farsi carico di tutto sebbene all'epoca fosse ancora minorenne. “Mi piaceva molto studiare – dice – ma non c'era alternativa, in famiglia doveva esserci un'entrata per mantenere tutti". Ovviamente, nonostante Alganesh lavorasse tutto il giorno, restavano enormi difficoltà. E' proprio ora che incontra i volontari de “Il Sole”. Raccontano che Alganesh li accolse con grande dignità, non chiese denaro ma un aiuto per trovare una casa più economica. “Ruscimmo a farle ottenere una casa popolare – racconta Villa - e poi inserimmo Ganneth nel nostro progetto 'Fiori che Rinascono', un sistema di adozioni a distanza di minori vittime di abusi. Così ora l'intera famiglia può contare su una somma che consente ad Alganesh di ricostruirsi, anche lei, una vita privata”. E i risultati si vedono: ora può permettersi quel po' di vanità alla quale una giovane donna della sua età ha diritto, si pavoneggia con una collana di perline e un po' di trucco sul viso ma non smette di pensare alla sua famiglia di cui è orgogliosa: “Le mie sorelline non hanno mai smesso di studiare – dice – anche Ganneth ora ha ottimi voti. Sta finendo il suo corso, poi si dovrà trovare un lavoro per aiutare la famiglia”.

Per tutte le info sulla Ong Il Sole www.ilsole.org



Italia-Etiopia

 

L'Etiopia per l'Italia è un nervo scoperto. Per oltre 100 anni i politici italiani hanno vissuto con una sorta di fissazione: salire su quel vasto altipiano nel Corno d'Africa e conquistarlo facendolo diventare una colonia al pari delle altre potenze europee che potevano vantare ben più consistenti possedimenti africani. Da Crispi a Mussolini rimase un sogno. Solo durante il fascismo nel 1935 l'Italia riuscì a salire su quell'altopiano e a insediarvisi, ma solo per 6 anni e in modo molto precario. E per farlo fu costretta a usare migliaia di soldati e soprattutto armi vietate dalle convenzioni internazionali come i gas nervini. Persa la guerra, colonialismo finì. L'Etiopia divenne indipendente ma rimase sempre un nervo scoperto. Un caso emblematico fu quello risolto con gravissimo ritardo, solo nel 2005: la restituzione dell'Obelisco di Axum, bottino di una guerra che l'Italia non vinse mai.