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Ogni anno in primavera la Camargue ospita il pellegrinaggio del popolo nomade, che arriva
per venerare la sua santa Sara

Rom in festa, in Camargue il pellegrinaggio zingaro
Immagine del reportage Rom in festa, in Camargue il pellegrinaggio zingaro

Camargue, Francia. Van Gogh li ha impressionati sulla tela gli zigani, gitani, Rom o semplicemente zingari; nomadi dalla pelle scura con i gilet, i calzoni a sbuff o e le zingare dalle gonne ad ampi panneggi colorati accanto alle loro carrozze di legno e ai cavalli.

 

Colori di un dipinto e di un popolo che risalta nell’orizzonte piatto e stordito dal sole. Malinconia gitana e luce provenzale si abbracciano nel quadro e rendono onore al popolo zingaro. Van Gogh gli zingari li aveva visti passare da Arles, antica città e gioiello della Provenza, dove l’artista prese casa per riempire le tele di profumi e di colori che giocano a nascondino nei vicoli dei villaggi di pietra color ocra. Erano diretti a Saintes Maries de la Mer sulla punta della Camargue dove a fine maggio si svolge la festa di Sara, la santa dalla pelle scura, le cui spoglie sono conservate nella cripta della chiesa.

 

Da secoli il pellegrinaggio si ferma qui nei giorni del 24 e 25 maggio: i gitani portano in processione la loro protettrice che alcune leggende vogliono serva di Maria Iacobea, sorella della Madonna e Maria
Salomè, madre degli apostoli Giacomo e Giovanni.

Cacciate dalla Giudea e arrivate naufraghe sulle spiagge della Camargue sopra una zattera. Altro credo, apocrifo e segreto, vorrebbe Sara addirittura frutto dell’amore tra la Maddalena e Cristo. Il mistero rimane sepolto nella chiesa romanica di Saintes Maries de la Mer, dall’alta facciata a vela che sovrasta le case e accoglie migliaia di zingari che provengono da mezza Europa, e tutt’attorno diviene un immenso accampamento nomade.

 

A tracciare i confini della Camargue è il delta del fiume Rodano, acquitrini, saline, stagni, spiagge e qualche milione di zanzare. Una terra difficile, abitata da gente caparbia che nei secoli non si è arresa, ha colto ciò che la natura ostile offriva: sale, riso nelle paludi, cavalli e tori da corrida al pascolo
simboleggiano ora questa terra meta di turismo.


Arrivo in anticipo d’un giorno al festival gitano per immergermi nella frenesia della festa. Le carrozze sono rimaste sulla tela di Van Gogh, i moderni zingari viaggiano sui camper o trascinano lunghe roulotte. Hanno preso d’assedio il villaggio di Saintes Maries de la Mer, turisti e locali si sono riversati nei vicoli, nella piazza o lungo il mare dove i gitani improvvisano concerti di violino e chitarra,
ballano o cantano, nella loro lingua romanes, uno struggente fado.


Accoglienza che nella terra di Camargue dura da secoli, mentre dalle nostre parti quando si profi la una roulotte all’orizzonte chiudiamo la porta di casa a doppia mandata. La cripta della chiesa, dove riposano le spoglie di Sara, è un andirivieni di uomini massicci, baffi e camicia aperta con enormi pendenti d’oro; vecchie gitane dal volto rugoso, scendono ad accendere candele alla santa. Qui devi stare in apnea, mille ceri trasformano l’antro buio in un forno. La folla sfi la a toccare il minuto volto della santa avvolta in vestiti di raso che le fanno prendere le sembianze d’una bomboniera.


Serva o figlia di Cristo, Sara per quindici secoli era stata dimenticata, emarginata anche dallo stemma comunale che ritrae le due Marie, poi 500 anni fa sono arrivati gli zingari, popolo simbolo dell’emarginazione, a elevare la santa dalla pelle bruna a loro protettrice. Nel cuore della primavera le vesti variopinte del popolo zingaro colorano il delta della Camargue, calano da tutta Europa in pellegrinaggio, vanno a venerare la loro unica protettrice.

 

Suonano, cantano e ballano, in quelle note sta scritta la loro lunga marcia sulla via dei canti e la
fiera cultura del popolo Romanì.
Il giorno successivo hai l’impressione che nessuno sia andato a dormire, il clima della festa è invariato, solo che le chitarre e i violini accompagnano la processione della santa portata a spalle, circondata da fiori e dalla folla.

 

Un miscuglio di delirio profano, inni da stadio, preghiere, candele, preti tonacati come vescovi e mani che cercano di toccare Sara. La portano a spalla sino al mare, dove le sue reliquie si specchiano sulla via d’acqua che la portò in Camargue 2000 anni fa con le due Marie. Sulla stessa spiaggia dove secondo la leggenda s’era arenata la loro zattera.

 

Fieri in sella ai loro cavalli i "guardians", allevatori di tori da corrida, cowboy del luogo gemellati
con i butteri della Maremma, rendono onore alla santa dei reietti
, accolgono gli zingari e aprono a
cavallo le celebrazioni. Mentre nelle periferie nostrane i nomadi sono un problema e all’accoglienza
ci pensano gli incaricati comunali in “sella alle ruspe”. Vanno a sgomberare i campi rom.

 

“È un problema comune ai Paesi d’Europa, il tutto si gioca sull’ambiguità della parola integrazione
– mi racconta un’anziana gitana
che ha un posto d'onore vicino alla santa e parla correttamente
diverse lingue. Tutti vogliono da sempre arrestare il popolo nomade, vedendo nel nomadismo
un ostacolo se non addirittura una vergogna per la modernità, ma non è così. Nomadi lo siamo
divenuti per sopravvivenza, per salvare la nostra cultura.
Basterebbe creare canali, opportunità,
accoglienza e soprattutto dialogo e rispetto per le tradizioni. Sono divenuta vecchia intrecciando
cesti e schivando il nazismo. Non ho mai rubato un portafoglio. Oggi siamo vittime di pregiudizi e abbiamo molta difficoltà a vivere come itineranti in una società sedentaria”.

 

Solennità e folclore, fede e canti profani s’allargano sulla bassa terra della Camargue da secoli, placano per due giorni odiose differenze razziali che come le tradizioni sono dure a morire, e persino il furore delle zanzare. Caparbi gli zingari continuano a perpetrare il nomadismo, aggrappati al costume e alla cultura d’un popolo affascinate ed emarginato, a cui forse sarebbe ora di prestare un poco più di attenzione, invece di considerarli figli di un dio minore.

di Valerio Gardoni (3 giugno 2010)

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Il lungo viaggio

Un viaggio lungo 1600 anni racchiude la storia del popolo Romanì (zingaro nel dire comune). La loro diaspora inizia nel V secolo dalle regioni nord ovest dell’India (Rajasthan, Punjab, Valle del Sindh).

 

Ondate migratorie da cui discendono le varie etnie: Rom, Sinti, Kalé, Manouche e gli Yeniche. Le cause della migrazione delle tribù indiane verso nuovi territori furono molte: carestie, tensioni sociali o
politiche, guerre. Queste genti peregrinarono per secoli dal subcontinente indiano al Medio Oriente, di Paese in Paese alla ricerca di spazi vitali, fino a giungere in Europa attraverso i Balcani.

 

Cronache dell’epoca raccontano dello stupore al passaggio di carovane verso i confini europei di gente dalla pelle scura, dalle vesti stravaganti. Un lento cammino di mille anni che non trova sosta nemmeno ai giorni nostri e che come allora provoca reazioni di timore e ostilità. Molti non hanno ancora cessato di vagare dalle steppe russe alle terre andaluse, dalle Americhe all’Australia. Altri si sono fermati e lottano giornalmente con problemi diversi che vanno dalla relativa integrazione alla totale emarginazione, se non addirittura alla segregazione.

 

La storia del lungo viaggio è scritta nei tanti dialetti sovrapposti al ceppo originale della lingua, ciascuna comunità odierna ha una propria variante, dovuta al mescolarsi delle parole con la società ospitante con cui vennero a contatto. La musica ha svolto nella loro identità un ruolo determinante, portatrice di valori comuni. Oggi molti stili musicali attingono a piene mani dal ricco patrimonio delle musiche zigane. Il popolo zingaro è un popolo senza nazione e senza territorio, senza uno stato e senza un esercito. Un popolo di pace che non ha mai avuto intenti bellicosi e non ha mai dichiarato guerra a nessuno.



Il museo dei Rom

Dragoljub Ackovic, vicepresidente del parlamento mondiale Rom, ha raccolto in un museo a Belgrado un’eccezionale collezione di libri, manoscritti, fotografi e, dipinti, canzoni e video. Inaugurato
nell’autunno del 2009 è il primo importante tassello per ricostruire la lunga storia delle popolazioni Romanì e dalla loro diaspora nel mondo.


Tra le rarità si segnalano il primo dizionario tedesco-serbo-Rom scritto in un campo di concentramento, la meravigliosa cartolina “Zemfira” e la corrispondenza di una famiglia Rom in Scandinavia. Grazie alla collaborazione delle biblioteche nazionali europee le tradizioni scritte ed orali dei Rom sono ora accessibili a tutti. Da poco, infatti, la raccolta è visitabile anche on-line.