Il piccolo arcipelago tuffato nell'Atlantico, a ovest del Senegal, sta conoscendo un fenomeno migratorio di ritorno: rientrano i giovani delle seconde generazioni nati all'estero, e arrivano italiani alla ricerca di lavori più o meno leciti. Associazioni e missionari cercano di preservare la bellezza selvaggia e incontaminata delle isole da resort e villaggi, promuovendo un turismo eco-compatibile.

Ti resta dentro, anche dopo il rientro in Italia: una specie di eredità, un tatuaggio indelebile nell'anima. Ad accentuare l'emozione della “sodade”, parola creola difficile da tradurre, è la 'diva a piedi nudi' di Capo Verde, Cesária Évora: ha intitolato così una sua canzone, diventata oltre vent'anni fa un successo internazionale. La sua voce a tempo di 'morna' - genere musicale intriso di Africa e America del Sud, passando per il fado portoghese - ha fatto conoscere al mondo il senso di quella struggente malinconia che ha il sapore agrodolce e nostalgico dei ricordi e, allo stesso tempo, la capacità di guardare con speranza. Eroina nazionale, Cesária viene reinterpretata da donne e uomini nei locali e nei ristoranti di Praia, capitale dell'arcipelago tuffato nell'Atlantico: un grappolo di isole vulcaniche crocevia per secoli di schiavi diretti verso le Americhe, di colonizzatori e colonizzati.
A Cidade Veha - la città vecchia della capitale Praia, proclamata nel 2009 'patrimonio dell'umanità' dall'Unesco - è ancora ben conservato il 'pelourinho', la colonna a cui venivano legati gli schiavi destinati alle Americhe, e la prima chiesa cristiana in Africa, costruita nel 1495 e dedicata a Nossa Senhora do Rosário. Ma oggi nei volti degli abitanti di Capo Verde si intravvede l'orgoglio di essere partiti, rimasti o tornati nella loro terra di origine, sferzata dai venti alisei e caratterizzata da un clima tropicale costante: l'estate dura per 365 giorni all'anno. Rivendicazioni che si sono mescolate, via via nei secoli, con i tratti e i caratteri di portoghesi e francesi, turisti e migranti di nuovo a casa con matrimoni misti alle spalle. Risultato? Un meticciato palpabile nei tratti somatici, negli abiti e nei tanti modi di fare sfumati che ti fanno chiedere: “Sono in Africa o in Europa?”.
Però la lingua, il criolo, resta una caratteristica pregnante e si differenzia - per inflessioni e qualche parola – da un'isola all'altra dell'arcipelago. Non solo: “Negli Stati Uniti la nostra lingua viene insegnata da un decennio in diverse Università, mentre in Portogallo la nostra letteratura è materia di studio nei licei”, ci racconta il professor Joao Lopes Filho, che fa la spola dall'Universidade Nova de Lisboa all'Universidade de Cabo Verde. “Il Portogallo – ci spiega - vive la cultura capoverdiana nella gastronomia, dove piatti tipici dell’arcipelago si possono gustare nei suoi ristoranti, soprattutto a Lisbona. Molto c'è anche nella musica, dove le canzoni africane integrano i programmi radiofonici e televisivi anche a livello nazionale: i cantanti della diaspora, infatti, hanno portato il nome e la cultura delle nostre isole in Europa, Americhe, Asia e India”.
Rimpianto e fierezza si mescolano ancora più intensamente, se possibile, nei capoverdiani nati o cresciuti in Italia, poi rientrati per mettere a frutto le competenze acquisite e gli studi conclusi nel nostro Paese. Ne ho incontrati alcuni, durante il viaggio-studio promosso dal Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes nell'isola di Santiago. “Provo una doppia morabeza” confida Lia, 33 anni e due figli, cercando di spiegare quel misto di amore e struggimento per Praia – dove è rientrata da qualche mese – e Roma, dove ha trascorso 25 anni della sua vita insieme alla mamma-colf. “Sono cresciuta in collegio con mio fratello: non potevo stare in casa dei datori di lavoro di mia madre, tranne nel fine-settimana: lo trascorrevo soprattutto a studiare, chiusa nella stanza per non disturbare”, ricorda. Un libro di poesie alle spalle, insieme a una collaborazione giornalistica con l'agenzia AgenParl, ora, Lia vive dai suoceri, nella capitale capoverdiana: “Mio marito fa l'insegnante e non ha mai lasciato l'arcipelago; io mi divido tra diversi lavori saltuari, come interprete e traduttrice dei documenti da inviare alle diverse ambasciate all'estero, in attesa di una maggiore stabilità professionale”.
Alla voglia di ricominciare in patria, si mescolano coraggio e determinazione, soprattutto al femminile: è il caso anche di Lorena, nata a Roma da mamma di Capo Verde e papà italiano; due anni fa ha lasciato i suoi genitori e si è trasferita nell'arcipelago, con una laurea in Scienze dell'educazione in tasca: “La mia tesi? Sui bambini di strada dell'isola di Sao Vicente”, ci riferisce. Ora lavora per l'Istituto capoverdiano dei minori, accanto ai bambini a rischio che abitano nella periferia di Praia.
Con qualche rimpianto in più si racconta Paolo, 29 anni, tornato a casa nel 2008 dopo aver visto infrangersi il sogno di giocare in una grande società calcistica italiana: “Amo il mio Paese e volevo avere accanto la mia famiglia, anche se mio padre e mia sorella si trovano negli Stati Uniti - sottolinea. Ora lavoro in una clinica come odontoiatra e spero di aprire presto un laboratorio tutto mio”. Speculare alla sua, la storia di Jacopo Forte, sociologo romano, partito per Praia 5 anni e mezzo fa con un biglietto di sola andata: è uno dei 154 italiani, soprattutto giovani, che negli ultimi 5-7 anni risultano ufficialmente e stabilmente residenti in una delle isole. “Da poco più di un anno sono responsabile di un centro per i bambini di strada e adolescenti a rischio nel quartiere Safende. E a maggio inaugureremo una nuova struttura, dove saremo in grado di accogliere un centinaio di bimbi e altrettanti ragazzi”, ci racconta. Nostalgia dell'Italia? “Un Paese splendido con valori belli: ci vado in vacanza una volta all'anno. Ma sinceramente non la vedo attraente professionalmente – osserva. Ho tanti amici di facoltà e mio fratello che sono laureati e in gamba, ma quasi tutti si trovano in una situazione difficile dal punto di vista lavorativo”.
Invece sono numerosi i nostri connazionali che hanno fatto fortuna grazie alle spiagge delle isole di Sal e Boavista, costruendo resort, villaggi all inclusive in cui turismo fa rima “con neocolonialismo - denuncia l'antropologo Damiano Gallinaro, del dipartimento Agemus dell'Università La Sapienza di Roma. Infatti sono soprattutto gli stranieri a ricevere i benefici del flusso di denaro proveniente dallo sfruttamento del territorio e dall'arrivo in massa dei turisti. Gli stipendi dei lavoratori locali negli alberghi si aggirano intorno ai 100 euro mensili, mentre i prodotti di artigianato restano tagliati fuori dai tour organizzati”.
Ma qualche alternativa si sta facendo strada: nell'isola di Fogo sia i cappuccini piemontesi (con i miniappartamenti 'Case del sole') che la ong Cospe stanno promuovendo iniziative di turismo "solidale ed ecocompatibile”, come lo definisce padre Ottavio Fasano. “Abbiamo aperto un bed&breakfast con una piccola trattoria”, ci dice Carla Cossu, operatrice del Cospe con un passato di tour operator in Sardegna, che sta sensibilizzando alcune famiglie “a migliorare le loro abitazioni per ricavare una stanza da affittare ai turisti. La nostra presenza vuole essere uno stimolo per i capoverdiani, perché diventino protagonisti del loro sviluppo”.
A finanziare questi progetti è la produzione di vino, in un circolo virtuoso che va a vantaggio delle popolazioni locali e anche di chi assaggia il frutto del loro lavoro: grazie al terreno vulcanico e al clima favorevole, il prodotto ha successo tra gli europei e viene anche esportato. Viaggia nelle valigie di turisti e degli stessi migranti, che rappresentano “una fonte di ricchezza per il profondo rispetto della sacralità della vita. Portano una coscienza forte che da noi si sta diluendo, per la grande attenzione alla famiglia e agli anziani”, testimonia mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma. Quello delle migrazioni – lo ha ribadito alla delegazione italiana il presidente della Repubblica capoverdiana, comandante Pedro Pires - “è un fenomeno ormai globale da gestire e controllare: impossibile frenarlo. E i capoverdiani all'estero dovrebbero sentire una doppia appartenenza”. Un invito che sembra già diventato realtà.
di Laura Badaracchi
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Produrrà uva da pasto e soprattutto 220 mila bottiglie di vino all'anno, che andranno a sostenere l’ospedale San Francesco aperto otto anni fa nell'isola di Fogo dal Segretariato delle missioni affidate ai frati cappuccini piemontesi. Un progetto finanziato prevalentemente dalla Conferenza episcopale italiana (Cei), foriero di posti di lavoro in loco, che sorge sul territorio vulcanico dell'arcipelago capoverdiano, fertilissimo e in grado di dare al prodotto finale un retrogusto del tutto particolare. La vigna occupa una superficie di 25 ettari ed è la prima, in tutta Capo Verde, con impianto moderno goccia a goccia che alimenta attualmente 130 mila barbatelle, messe a dimora qualche mese fa nella zona conosciuta come Maria Chaves. A tagliare il nastro, alcune settimane fa insieme ad alcuni missionari cappuccini, mons. Giovanni Battista Gandolfo, presidente del Comitato Cei per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo. Alla cerimonia d'inaugurazione della vigna hanno partecipato il Capo dello Stato, comandante Pedro Pires de Verona, il ministro dell’Agricoltura Josè M. Veiga, il ministro delle Comunicazioni Sidonia e il delegato del ministero dell’Agricoltura per l’isola di Fogo, João Batista Gonzales, l'ambasciatore di Capo Verde a Roma, Edoardo Barbosa. Per il cappuccino padre Antonio Fasano, si tratta dell'avvio di “un nuovo modello di sviluppo in campo agricolo vitinicolo, già conosciuto nell’isola; inoltre i ricavi sosterranno anche la casa di accoglienza per ragazze madri e in difficoltà a Santa Cruz, nell’isola di Praia”. Il primo raccolto? Previsto per l’autunno prossimo.
Quasi 520 mila i capoverdiani emigrati nel mondo, dagli Stati Uniti al Portogallo, ma anche in altri Paesi del loro continente: 273 mila nelle Americhe, 151mila in Europa, 93mila in Africa. Gli abitanti dell'arcipelago tuffato nell'Oceano Atlantico, di fronte al Senegal, sono circa 491mila: meno quindi del totale dei connazionali in diaspora. Per la giovane Repubblica - risale ad appena 35 anni fa l'indipendenza dal Portogallo - rimesse e Aiuto pubblico allo sviluppo costituiscono ancora i pilastri dello sviluppo economico. Secondo l’Istituto delle Comunità (Agenzia sotto la direzione del Ministero degli esteri capoverdiano), nel 1990 tutte le rimesse degli emigranti capoverdiani nel mondo ammontavano a circa 3.135 milioni di escudos (pari 26 milioni di euro), arrivando nel 2007 complessivamente a 10.078 milioni di escudos (84 milioni di euro). Tre anni fa, soltanto le rimesse dei capoverdiani dall’Italia verso la loro terra ammontavano a circa 690 milioni di escudos, pari a 5 milioni 800mila euro.
Relativamente alla meta scelta, l'emigrazione dall'arcipelago ha attraversato tre fasi: dagli inizi del Novecento, fino al 1926, si è diretta in prevalenza verso gli Stati Uniti; in seguito, fino al '45, le rotte si sono spostate verso Paesi africani francofoni e lusofoni, come Senegal, São Tomé e Principe, Angola. Dal 1946 sono cominciati i viaggi diretti in Europa: Olanda, Portogallo, Belgio, poi Italia, Francia, Germania, gli Stati di approdo. Su circa un milione di africani residenti nel nostro Paese, si contano circa 14mila capoverdiani, concentrati soprattutto a Roma, Napoli, Palermo, Milano, Bologna, Genova, Firenze, Torino e Bari. Tra loro, anche chi ha ottenuto la cittadinanza per matrimonio o residenza, e i figli delle coppie miste (oltre 4 mila), la cosiddetta “seconda generazione” di una comunità ormai “veterana” del fenomeno migratorio in Italia: i primi arrivi sono datati 1957, molto prima di filippine e marocchini.