di Giorgio Fontana. Foto di Alan Maglio

Oltre la cronaca. Il racconto orgoglioso di chi vive le viscere del quartiere
Dal portone di casa mia alla "zona calda" di via Padova, quella dello scontro fra nordafricani e sudamericani, ci sono cento metri. Li ho contati a passi, poi ho verificato su Google Maps: cento metri.
Quando li percorro, una sera piovosa, non è passato molto tempo dall'omicidio di Ahmed Abdel Aziz e dalla rivolta. E ora ci si appresta a fare i conti con il coprifuoco del sindaco Moratti: bar, takeaway e venditori di kebab chiusi a mezzanotte, le discoteche alle 3, i centri massaggi alle 20.
Le parole su tutto questo sono state infinite, ma la strada è una e corre al ritmo di sempre: negozi brulicanti, passi che ticchettano sulle pozzanghere, qualche gruppo di ragazzi di fronte al bar. L'unica novità sono le volanti della polizia che passano ogni dieci minuti.
Durante lo scontro io ero qui. Ho visto cinque uomini prendere a bastonate un peruviano. Li ho visti tirare colpi contro le auto parcheggiate e poi ribaltarle. Ho visto le camionette bloccare la strada e uomini peruviani portare via in braccio i loro figli.
Ed ero qui durante la fiaccolata del Pdl. Ho visto la gente del quartiere fare massa davanti all'incrocio con via dei Transiti, italiani e immigrati insieme, e gridare "Opportunisti!" a chi questa strada l'ha vista solo alla televisione e solo in quel momento.
Queste sono le notizie, ferite sulla superficie di ogni giorno — ferite anche gravi, certo. Ma questa strada non comincia né finisce con una notizia. Creare altre immagini, anche solo una luccicante da sostituire a quella della rivolta, non serve a niente: ognuna va a sovrapporsi in un gioco di specchi, e la realtà finisce sempre più lontano.
Così quando scendo per strada e percorro questi cento metri, non faccio proprio nulla. Non mando me stesso come inviato, tutto il contrario: vivo la mia vita come una serata qualunque.
Da Karbush, il kebabbaro di fiducia, stasera c'è poca gente: il cameriere spazza malinconico il pavimento, l'agnello nello spiedo rotea tranquillo. Chiedo un tè alla menta e mi siedo di fianco al proprietario. La gestione è egiziana e tutti chiacchierano ancora di quanto è successo: sono l'unico italiano presente e vengo subito coinvolto.
"Sai una cosa?", mi chiede un tizio. Scuoto la testa. "L'ambulanza che è venuta a soccorrere Ahmed era di piazzale Lotto. Dall'altra parte della città! Ho parlato con un volontario, è vero. Te lo giuro. E sai un'altra cosa?" Scuoto la testa. "Qui si parla e si parla e si parla e non si fa niente per mettere la gente d'accordo."
Il signor Karbush butta lì una frase in arabo. Seguono altri commenti nella stessa lingua: muovo la fronte da destra a sinistra cercando di inseguire il tono, visto che non capisco il senso. Alla fine Karbush mi guarda e alza le spalle: "Io sono amareggiato. La gente pensa che gli stranieri sono tutti come quelli che hanno ribaltato le auto. Ma quelli non fanno niente da mattina a sera, ecco il punto." Gli dico che anch'io sono indignato, ma lui mi manda a scuola d'italiano: "Indignato è una parola troppo forte. L'indignazione è per altre cose. Ma l'atteggiamento della città mi amareggia, quello sì. La gente che sta in centro non sa cos'è questa via, pensa che siamo tutti criminali o emarginati. Ma la vita qui non si spiega, si vive."
Dal lato destro della sala interviene una ragazza marocchina: "A me basta stare tranquilla, guarda. Mica vado in giro a spaccare le cose." Il cameriere porta un narghilé per lei e un'amica: tirano una boccata, l'odore caldo della menta si sparge nel locale. Si rilanciano frasi in arabo e italiano assieme: emergono frammenti — "cioè", "piazza", "via Padova", "algerino" — in un'onda di consonanti e vocali aspirate.
A un certo punto l'avventore che mi ha parlato per primo picchia il pugno sul tavolo. Il cucchiaino del mio tè salta nel bicchiere. Lui alza le mani: "Scusa. Scusa. È che stavamo parlando del solo problema di questa via: che un ragazzo è morto." E i sudamericani cui si dà la caccia? "Che c'entrano quelli. Non c'entrano niente." Si passa una mano sulla fronte, ripete: "Il solo problema è che un ragazzo è morto, e non doveva morire. Come tutti."
Quando esco, prendo l'autobus 56 all'altezza di via Predabissi: pieno zeppo, la solita carovana di volti, e un'altra etichetta made in provincia, 'la linea dei clandestini'. Quando le porte si stanno per chiudere, un ragazzo maghrebino le ferma per fare entrare un amico. Il bus rimane fermo. Il guidatore smoccola, scende, cammina lungo il bordo e poi ci rimprovera in napoletano: "Uè, tutti Hulk siamo qua! Tutto spalancato con la superforza! Bastava aspettare e io poi aprivo. Adesso mi tocca sistemarle, ché non si chiudono più." "Credevo stesse già partendo", si scusa il ragazzo. "See, see", dice il guidatore. I due si guardano e ridono fra loro. Eccoci qua: quattro immigrati da posti diversi, tutti nello stesso metro quadro.
Tre fermate dopo scendo: nuova tappa, la Bocciofila Caccialanza — uno dei ritrovi storici della zona. L'età media della sera è sui sessantacinque anni come sempre. L'evento più importante: il torneo di bocce, o un fallo durante la partita in tv. Il resto sembra preso dagli anni Cinquanta e portato qui per i capelli. Tavolacci in formica, due biliardi sul fondo, bicchieri di vino a profusione.
Ordino una birra e al bancone un signore pugliese attacca bottone. Dice di aver vissuto undici anni all'estero, di aver passato le frontiere di Romania e Bulgaria, di aver sposato una donna svedese, e di sapere come vanno le cose. E come vanno le cose? "Così: qua la gente ha bisogno di spazio, di risorse. Altrimenti siamo tutti compressi e non ce la facciamo più. Bastava distribuire meglio l'immigrazione su tutta la città e il gioco era fatto." Butta giù un sorso. "Ascolta me. Fra quindici anni questo sarà il più bel quartiere di Milano. Beato te che lo vivrai, ascolta me. Se solo chi è al potere sapesse... Qui c'è il naviglio della Martesana, c'è una via che va giù diritta per chilometri interi, c'è lo spazio, c'è la voglia. Andrà come per porta Genova: negli anni Settanta c'erano i tagliaborse, ora ci fanno l'aperitivo."
Alla televisione un centrocampista sbaglia il cross, c'è un battito di mani improvviso. Chiedo al mio nuovo amico quali modi ha in mente per valorizzare la via.
"Locali, centri sportivi, librerie", dice secco. "Non è che serva molto, serve solo avere le idee chiare, ascolta me." Quando vado a pagare, aggiunge: "Dai, offrimi un rosso!"
Gli offro un rosso e mi guardo attorno. È qui che ho conosciuto un fisarmonicista serbo, una notte di dicembre, con una promessa di incontrarci di nuovo una sera e il proprietario che annuiva: "Questo non suona, questo fa gridare i tasti dalla gioia." In questo locale ho passato le domeniche d'autunno dopo una passeggiata, e sono venuto d'estate a cenare all'aperto, mentre sulla pista si danzava come in una balera romagnola. Sotto questa veranda ho conosciuto il direttore dell'Orchestra di via Padova, un ensemble multietnico che suona la vita di questa strada — il suo ritmo complesso e sincopato.
Prima che esca, il barista spegne per sbaglio la luce in sala: un tizio sbotta. Un anziano al mio fianco alza la voce: "Sempre a fare le orge col buio, voialtri!"
Il locale intero scoppia a ridere. E io penso: non toglietemi tutto questo.
Al ritorno cammino. Il parco ex Trotter è immerso nel silenzio, e il resto è la solita geografia arlecchina: neon bianchi e rosa, un ristorante sudamericano, due alimentari cinesi, palazzi dalle facciate sdrucite, tre ragazzini che corrono seguiti dalla madre.
Passo a salutare il gestore dell'alimentari Eurasia, dove vado ogni tanto a ritoccare la spesa. Si chiama Ali, è bengalese, e come entro spalanca le braccia e ride: "Oh, io non c'entro niente, eh! Io sono uno tranquillo!" Mi batte il cinque. Il suo regno è fatto di quantità illimitate: di scaffali pieni di barattoli, bottiglie, sacchetti di patatine, verdura, carne, ogni cosa che sommerge l'altra, come un suk in miniatura.
In fondo, un italiano sulla cinquantina beve una Heineken e tamburella le dita sul frigorifero: "Secondo me non finirà mica qui. Ci saranno ancora decine di morti, anzi centinaia di morti." Centinaia addirittura? "Sì, sì, vedrai." Ali ride ancora — ha una risata in stile Eddie Murphy — e alza il braccio per mandarlo a quel paese. "A me basta che nessuno mi rompa le balle", dice. "Fine della storia."
Fuori, due ragazzi in abiti da rapper camminano a tempo, uno fa schioccare le dita, la pioggia continua a cadere. Io vado a casa — gli ultimi cento metri. Fine della storia.
Via Padova è questo, senza trucchi. Basta venirci davvero per vederlo, ma bisogna passarci del tempo per capirlo. A volte ricorda un frammento di Mediterraneo incastrato in una metropoli sempre più asettica: bello di una bellezza ruvida, con una lirica tutta sua, iperrealista e colorata. Una questione di sensi prima ancora che di parole.
Qui puoi trovare un triangolo di vie che sembra rubato a un film d'autore, dove si parlano quattro lingue diverse e sui marciapiedi c'è odore di spezie. Qui, nei bei tramonti di settembre, gli innamorati camminano tenendosi per mano sul lungofiume della Martesana. Qui, e solo qui, hai la sensazione netta di non essere in un luogo ma in tanti luoghi insieme, intarsi di un mosaico complesso, vite che pulsano.
C'è una parola che descrive bene tutto questo, ed è orgoglio. via Padova è orgogliosa e non crede nelle immagini: quella del ghetto o della strada dove non si esce la sera. Se fosse così, invece di scrivere, mi sarei ritrovato con un proiettile in testa.
E invece scrivo che questa via è fatta di cose semplici che non sono notizia, ma che tessono la realtà di ogni giorno. E quanto dura una notizia? Il tempo che qualcos'altro accada. Ma la notte in cui la cronaca muore, all'alba la vita si risveglia intatta — tocca alzarsi e camminare.
Questo fa via Padova, quella vera: si risveglia, beve un caffè dal barista cinese, e cammina.
di Giorgio Fontana
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Via Padova è uno degli otto bracci che si diramano da piazzale Loreto, e punta diritto verso nordest. Geograficamente è quanto di più lontano da una banlieu, un paragone spesso invocato di recente. Non è un quartiere-dormitorio abbandonato, ma una strada lunga quasi 4 km che parte dalla circonvallazione esterna e termina nella periferia — e che per tutta la sua estensione è ricchissima di attività commerciali e bar.
Dal punto di vista demografico, via Padova conta una cinquantina di nazionalità diverse, e gli stranieri residenti sono circa il 15% del totale. La distribuzione è interessante: secondo i dati del Comune, la maggior concentrazione di immigrati è nella prima parte della via, da piazzale Loreto al ponte della ferrovia, dove si toccano punte del 44%. Poi le percentuali scendono progressivamente: l'ultimo tratto, da via S. Giovanni Battista de la Salle a Cascina Gobba, registra un 21,90%.
(Nota. Tutta la zona 2 — Stazione Centrale, Gorla, Turro, Greco, Crescenzago — conta 138.062 residenti italiani e 28.468 residenti stranieri, con prevalenza di filippini ed egiziani. Questi dati sono interessanti anche per una revisione linguistica del problema: non sono numeri da "invasione", come si sente spesso dire).
Per quanto concerne le attività, la Camera di Commercio indica un migliaio di imprese di cui circa un terzo straniere. Il valore delle case, aumentato di 2/3 negli ultimi dieci anni, ha subito una battuta di arresto e una piccola diminuzione a partire dal 2009: stando ad alcune interviste ai residenti, il problema sarebbe proprio la presenza eccessiva di immigrati.
Il Parco ex Trotter non è solo uno spazio verde di centomila metri quadri, incuneato fra via Padova e via Giacosa. È anche la sede della Casa del Sole, una delle scuole più all'avanguardia della città. La struttura risale agli anni Venti, ma l'istituto è stato rilanciato nel 1995 con una serie di laboratori all'avanguardia, un'offerta formativa originale e soprattutto tantissimo verde intorno. Per una città come Milano, non è poco.
La caratteristica più interessante della scuola, però, è il suo essere specializzata nel campo dell'educazione "mista". Circa la metà dei suoi alunni è di origini straniere (per un totale di 26 nazionalità diverse), anche se quasi interamente di seconda generazione, cioè nata e cresciuta in Italia.
Il tetto del 30% per alunni cosiddetti "stranieri" imposte dallo riforma Gelmini (tema piuttosto caldo al momento) trova così un ostacolo evidente nella realtà di ogni giorno, e alla Casa del Sole le idee al riguardo sembrano chiare.
Il dirigente Francesco Cappelli, in una recente intervista pubblicata su Education 2.0 ha detto che con la circolare "si introduce un principio di “quota”, che non esiste in nessun paese al mondo, anche solo a fini “distributivi”. [...] I dati statistici ci dicono che con il trend attuale i figli di immigrati nel prossimo decennio saranno quanti i “nostri” con tendenza a superarli... che senso hanno quindi le quote?"
Ottima domanda. Intanto, la Casa del Sole continua il suo difficile e bellissimo lavoro. Fate un giro sul suo sito: http://www.casadelsoleonline.it/.