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Di Valerio Gardoni

Repubblica Ceca
Immagine del reportage Repubblica Ceca

La Boemia come sfondo di un incontro tra ragazzi di culture diverse

Muggisce l’aereo quando tocca la terra boema immersa nella nebbia, Praga, la bella Praga si distende in un paesaggio da impressionista a colpi di colore intenso d’autunno. Basta un soffio di vento per ripulire l’aria dalla bruma che sfuma nel cielo blu piacevolmente freddo d’ottobre, svanisce come la nostra speranza di far visita alla città, visto che siamo arrivati con diverse ore di ritardo. La nostra piccola spedizione nel cuore del vecchio continente è composta da tre ragazzi e tre ragazze ed io che fungo da accompagnatore con destinazione a sud nelle colline della Boemia, dove incontreremo gruppi di altre nazioni in una sorta di villaggio europeo.


Per raggiungere la stazione centrale, un’art noveau a due passi dal centro, decidiamo di viaggiare con mezzi pubblici, una maniera per entrare in sintonia con il Paese. Non sono difficili alcuni cambi tra bus e metrò, è più complicato ottenere il biglietto all’apposito botteghino della sala dell’aeroporto visto che la signora scorbutica è poco disponibile, tutto si intuisce quando due tassisti si propongono con uno sconto comitiva. Non ci lasciamo traviare da piccole consorterie e bagagli in spalla si sale e si scende da lunghe scale poi da un mezzo pubblico all’altro e già provetti viaggiatori ci districhiamo tra fermate dai nomi impronunciabili. Respiriamo solo l’alito di Praga; il ritardo non ci consente di passeggiare in una delle più affascinanti città del vecchio continente. Il bus che ci condurrà a sud, con gli altri gruppi di ragazzi provenienti da mezza Europa, è già in moto. Giusto il tempo per stivare i bagagli e tira diritto sosta solo un attimo in piazza San Venceslao, passa tra le spalle della statua equestre del santo e il Museo Nazionale.


In discesa si allarga la piazza testimone degli eventi della primavera di Praga nel 1968 e della "rivoluzione di velluto" che rovesciò nel 1989 la situazione politica, scrollandosi di dosso il regime sovietico. Usciamo dalla capitale per infilarci in un panorama di ondulate colline verdi come il tappeto d’un biliardo e macchie di bosco infiammate dai colori d’autunno; sembrano falò accesi dal giallo delle betulle, il rosso sangue degli aceri e la ruggine delle querce.


LA VIA D’ACQUA PER ČESKÝ KRUMLOV


Per quale miracolo la città di Český Krummlow, fra delle colline della Boemia, sia rimasta incolume da moderne insidie architettoniche non è dato sapere, ma è impossibile non rimanere ammaliati dall’incanto di questo luogo cresciuto dal XIII° secolo e abbracciato ad un’ansa perfetta del fiume Moldava che scorre poi serpeggiando oltre le colline, si rafforza d’acque per giungere imponente alla capitale Praga.


Non mi si chieda di pronunciare il nome della città più bella della Boemia del sud perché nonostante me l’abbiano fatto ripetere cento volte già mi son dimenticato la cadenza linguistica di queste zone, ma di certo non dimenticherò facilmente la meravigliosa avventura vissuta con i ragazzi che accompagno in questi giorni in Repubblica Ceca. Siamo arrivati a Český Krummlow via fiume, discendendo il tortuoso tratto della Moldava che porta direttamente nel cuore della città medioevale.


La mattina era iniziata bene, il sole s’era fatto rivedere spazzando il grigiore piovoso dei giorni passati. Lo squarcio d’azzurro ha sgarzato le nuvole scure di lana infeltrita e ci ha regalato una giornata fredda ma limpida, il giusto passaporto per un’incantevole avventura: abbiamo raggiunto la città di Český Krummlow lungo la via d’acqua della Moldava a bordo di gommoni da rafting, manovrati con destrezza dai ragazzi. Otto lingue diverse con un entusiasmo unico sono scivolate insieme sul fiume. All’imbarco, qualche chilometro a monte della città, ci ha condotto un vecchio autobus con gommoni gonfiabili e materiale per la navigazione a seguito. Autosufficienti, entusiasmo compreso, per pagaiare con energia e superare le sei rapide del fiume.

 

Český Krummlow è comparsa come in una favola dopo un’ora di fatica al remo, l’imponente castello asburgico si è materializzato nella sua elegante bellezza; intrappolati in un canyon di guglie, merlature, torri e chiese, abbiamo pagaiato e superato rapide in un panorama mozzafiato. Sopra i ponti che cavalcano il serpente liquido, una folla di onnipresenti giapponesi ha scaricato una cascata di flash al nostro passaggio.


Sbarcare dopo una lunga pagaiata galleggiando su una bolla d’aria nel cuore di una città medioevale ripaga del freddo, dei piedi bagnati, delle dita e del naso congelati.
Il fiume liquefa il senso del viaggiare, ti introduce nel paesaggio, il fiume non scorre accanto, non sfiora i luoghi ma li penetra e per qualche strana alchimia entrando nelle sue acque divieni frammento tu stesso del moto imperturbabile dell’acqua. Nel scivolare sul fiume si crea una sorta di canone inverso, non si viaggia verso gli orizzonti, ma sono i panorami a venire verso ti te, così percepisci tutto ciò che s’avvicina e si materializza: un ponte, le ripe dai boschi variopinti, le case, le chiese, i castelli, i passanti; e i giapponesi. Farne parte è il senso del viaggio, in Český Krummlow siamo entrati con questa sensazione.

 

Český Krummlow è di tale bellezza che pare un dipinto, è un’incantevole luogo dov’è delizioso passeggiare immersi in un’atmosfera rinascimentale, perdersi tra le strette e tortuose viuzze che girano e rigirano riportandoti inesorabilmente sul fiume come in un labirinto. Castello e città, città e castello, un mirabile matrimonio tra gotico e barocco che si accompagnano senza disturbarsi. Forse ha ragione la scritta che t’accoglie all’ingresso dell’imponente maniero asburgico: “Audi, vide et tace, si vis vivere in pace” (ascolta guarda e taci se vuoi vivere in pace).
Český Krummlow è un luogo dove riuso edilizio suona come una bestemmia, dove persino il macello, la filanda e la fornace valgono uno scatto fotografico, dove anche il nuovo è stato inserito con buon senso, dove infine lo zoo dei centri commerciali è stato chiuso in gabbia in un recinto fuori città così gli è difficile fuggire, allargarsi e far danni.


PARLARE ESPERANTO




Se tutto ha un inizio e una fine il progetto europeo Gioventù in Azione è giunto al termine dei suoi giorni di permanenza in Repubblica Ceca, ma è anche l’inizio per i sei ragazzi partecipanti di un nuovo orizzonte per interpretare la vita sociale, per conoscersi, per capire le differenze culturali che possono, anzi devono divenire ricchezza futura. Se il progetto prevedeva la consapevolezza d’appartenere ad un'unica famiglia con diverse culture e tradizioni, con la finalità di un reciproco coinvolgimento per una nuova coscienza europea, tutto questo è ora dentro l’animo dei sei ragazzi. Per un paio di settimane hanno lasciato la scuola per convivere un’esperienza indimenticabile con altri coetanei provenienti da diverse nazioni.


Il loro sguardo ora supera gli orizzonti e straccia i confini impressi in nero sulle carte geografiche, nel loro animo c’è un respiro europeo, ora parlano “Esperanto”.

Ci aspetta il lungo viaggio in bus per raggiungere Praga, qualche ora per visitare la città poi il rientro ai ritmi quotidiani della vita, ognuno per se, ma ognuno con un bagaglio molto più pesante e necessario per il futuro dei vestiti nella valigia.


Tutto era iniziato due settimane fa, strappati a forza da un paio d’ore d’aereo e catapultati in Repubblica Ceca, una terra straniera e lontana, una lingua diversa, usanze diverse, visi diversi, case diverse, paesi e persino gli odori e le piante lungo strade diverse; i ragazzi si sono ritrovati in una situazione nuova che avvolgeva la loro vita. Unico timore che mi portavo nello zaino era il saper convivere in gruppo con una generazione che ci separava. Tutto superato in poche ore.


La strada per il nostro destino correva tra le colline dalle mille gradazioni di pastello autunnali, panorami sfilati via dal finestrino dell’autobus che in tre ore ci ha sbarcato come un vascello in un’isola fatta di una manciata di cottage a Lipno Olšigna, un nome troppo lungo per un luogo sperso a sei chilometri dal capolinea, isolato da colline che si perdono all’infinito come onde d’un mare verde, un enorme campo da golf punteggiato di laghetti glaciali, avanzo liquido di quando in un’altra era passata il ghiaccio litigava con la terra.


L’isolamento da colonia degli anni trenta non ha demoralizzato la ciurma dei giovani europei che hanno gettato a mare in fretta le differenze linguistiche, i fast food, la musica moderna dai ritmi apparentemente deliranti, gli amici fissi del quartiere e in poco sembravano conoscersi da sempre.
Un panorama acquarello circonda Lipno Olšigna nel parco nazionale di Sumava in Boemia, una collezione colline e boschi da sette nani, con qualche casolare raro come un fungo porcino, mucche al pascolo immobili, squarci verdi da sfalcio di fieno e fitte foreste nordiche in una calma cronica, imperturbabile.


La terra delle colline del sud della Repubblica Ceca è una bella addormentata nel cuore della mitteleuropa che sembra non interessarsi di nulla. Nazisti e sovietici sono passati, ma qui non ne cogli testimone, un’omertà incosciente contadina, schiva se fatta passar sopra dagli eventi senza scuotersi più di tanto. Praga cigolava sotto i carri armati del soviet e qui si mungeva il latte, si svolgeva la rivoluzione del ‘89 e qui si tagliava il fieno e si raccoglievano patate.


C’era una donna in un orto intenta a zappare, segno di vita su questo pianeta rosso e giallo d’autunno, era stata la prima anima incontrata dopo tre giorni in una delle mie fughe quotidiane dalla “colonia” europea, viso tozzo e pallido da tedesca, vestiti e foulard da Ucraina. Vicino un omone era intento ad aggiustare porte, biondo e corpulento di würstel e birra, una fotocopia povera dei dirimpettai ricchi germani, stesso ceppo con una linea sulla carta di differenza che di qua ha creato sofferenze a catena.


Per i ragazzi era importante entrare anima e corpo in questa terra da sapori e odori lontani,
per me era solo un ritorno, avevo macinato chilometri in bicicletta carica di tenda e sacco a pelo negli anni del soviet e poi in cammino cinque anni fa sulle tracce dei pellegrini d’Europa, ero partito dal Danubio pochi chilometri oltre confine ed ero tornato a casa a piedi.


La nuova Europa ha cancellato con la gomma i confini sulle carte geografiche ma le differenze sulle carte della finanza sono dure a morire. Ora arrivano senza rallentare in frontiera tedeschi e austriaci su Bmw nuove fiammanti con le biciclette sul porta pacchi per smaltire le birre sulle piccole strade silenziose della Boemia, un’infinita pista ciclabile che cavalca silenziose colline dove se ti va male rallenti per evitare una vacca; mentre qui i contadini viaggiano su Scoda gialline “euro 0” del dopoguerra.


Malanni di confine, una riga dove da una parte c’è l’aspirina e dall’altra il decotto, lo ricordano gli italiani rimasti intrappolati nella Fiume di Tito o parenti di un quartiere di Berlino per metà risucchiati dall’ultimo totalitarismo d’Europa. Il muro è caduto ma è rimasta un poco di bronchite da decotto di qua dall’arrugginita cortina di ferro.
Noi abbiamo parlato “Esperanto”, l’abbiamo fatto insieme: due generazioni e tanti visi stranieri, siamo stati insieme, senza frontiere fisiche e mentali quelle che negli ultimi tempi stanno riesumando ombre cupe di razzismo xenofobo in Europa.

 

Valerio Gardoni

di Valerio Gardoni

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Giuliano ha scritto:
2010-03-05 14:49:38
Bello, emozionante questo reportage dalla fantastica Boemia, e mi fa piacere veder riportata un'esperienza realizzata tramite il programma europeo "Gioventù in azione", che conosco per professione e tanto ammiro. Ho partecipato anche ad un infoday, una giornata informativa, a Roma, qualche mese fa, proprio su questo stupendo programma, che sostiene i giovani nel farsi europei, nel conoscersi fra di loro attraveso la grande e diversificata realtà europea, un continente che si unifica, finalmente.
Lucie Parizkova ha scritto:
2010-03-07 07:35:00
Grazie per questa stupenda storia di MIO PAESE..Sono molto felice e contenta che finalmente qualcuno ha pensato anche noi stranieri che viviamo in Italia.BRAVI !!!!Continuate sempre cosi...Sono impazziente di leggere altre belle storie ..
Gioventù in azione

Gioventù in azione, programma europeo Gioventù per l’Europa, promuove attività di interscambio culturale tra gruppi di giovani.


Gli obiettivi:


- favorire la mobilità giovanile sostenendo gli scambi tra i giovani;
- promuovere la partecipazione attiva dei giovani;
- offrire a gruppi di giovani l’opportunità di incontrarsi e di conoscere le rispettive culture;
- contribuire al processo educativo dei giovani e renderli consapevoli del contesto europeo in cui vivono;
- obiettivi da condividere con altri coetanei provenienti da diverse nazioni, indirizzati a sviluppare la consapevolezza della cittadinanza europea e la comprensione reciproca attraverso le attività da svolgere insieme. È una via da percorrere per far scoprire ai giovani le diverse realtà socio-culturali perché ne prendano coscienza, imparando gli uni dagli altri. Il progetto dovrebbe contribuire al processo educativo dei ragazzi incoraggiandone il coinvolgimento per costruire insieme l’Europa;
- il progetto seguito da Eurodesk, una struttura europea per l’informazione dei giovani e degli operatori giovanili sui programmi europei (Unione Europea e Consiglio d’Europa) rivolti alla gioventù. Eurodesk è realizzato con il supporto della Commissione Europea, DG EAC e dell’Agenzia Nazionale della Gioventù (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione generale per il volontariato, l’associazionismo sociale e le politiche giovanili).

 

Eurodesk fornisce informazioni sui programmi europei rivolti ai giovani nei settori della cultura, della formazione, del lavoro, della mobilità giovanile e del volontariato, con l’obbiettivo di rendere sempre più accessibile ai giovani l’utilizzo delle opportunità offerte dai programmi europei. Eurodesk è una rete europea con 500 punti locali di informazione (circa 100 in Italia); è coordinata a livello europeo da un Centro Risorse a Bruxelles.



La storia di Jan Palach

Vorrei raccontaglielo ai ragazzi mentre cavalchiamo le verdi colline, vorrei parlargli di Jan Palach, vorrei narrargli, come fosse una saga nordica, del coraggio di quello studente con una piccola manciata di anni più di loro che nella primavera di Praga si diede fuoco sulla piazza del santo protettore della patria, sul selciato che scricchiolava sotto il peso dei carri armati russi. Qualcuno ha incastonato una croce nell’orma del carro armato, proprio nel punto in cui Jan s’è dato fuoco. Cosa è restato di quel gesto estremo che con Gandhi, Martin Luther King, i Beatles e Che Guevara hanno caratterizzato un’era? Un’era fa che per loro, i ragazzi, è come il medioevo talmente passa in fretta il tempo nella loro generazione. Poi cosa gli racconto? Della violenza del regima che schiacciava la speranza di un popolo intero, mentre le idee di libertà di Jan friggevano sulla piazza più grande di Praga, oppure che dopo quarant’anni da quei tristi giorni che accesero la rivoluzione del sessant’otto gli stessi carri armati hanno violato la stessa libertà in Georgia e nelle regioni del Caucaso. Hanno solo cambiato colore alla bandiera sui carri, tolto il simbolo della falce e martello, ma intatta e inalterata si è conservata l’aggressiva violenza.

 

Cos’è rimasto del gesto di Jan forte come i colori della sua terra in autunno che ora sbiadisce nei fast food, nelle slot machine e nei club che hanno invaso piazza Venceslao, credendo di levarsi di dosso la polvere del vecchio regime e rischia invece di scivolare verso quella del consumismo, forse peggiore?
Era il 16 gennaio del 1969 quando le fiamme divorarono il corpo di Jan Palach, fuori sulle colline c’era la neve dove ora il verde e i colori d’autunno accendono l’orizzonte. C’era una quiete nervosa e il suo grido ruppe il silenzio, andò oltre, oltre la terra ondulata, i campi di patate, oltre i carri armati, l’omertà e i tradimenti. Non si spense con le fiamme, ma infiammò il cuore di migliaia di giovani oltre il confine della terra di Boemia che si ritrovarono, forse per la prima volta, 'globalizzati' sulle piazze chiedendo pace, giustizia sociale, la fine delle oppressioni; comunicando con la musica della chitarra di Bob Dylan, determinati a costruire un mondo migliore. Poi forse tanto migliore non l’hanno costruito, ma anche questo per i ragazzi è medioevo.

 

Aveva in cuore il grido della libertà Jan Palach, quella per cui val la pena morire, quella per cui se ne sono andati in un modo o nell’altro gli eroi del nostro secolo, ben diversa da quella venduta nei talk show televisivi o confusa nell’illusoria abbondanza dei centri commerciali.
Fuori, oltre il finestrino, il tramonto s’acquatta sul panorama, scontorna la sagoma delle fattorie sparse come nel presepe. Dentro i ragazzi socializzano con i loro coetanei che parlano altre lingue, stanno già insieme e chissà se insieme sapranno far meglio di noi che li abbiamo preceduti, forse entreranno in un’Europa diversa. La mia generazione, quella che voleva parlare Esperanto, ha scritto una cosa e ne ha fatta un’altra. Come per esempio la nazione che ci ospita che dopo "la rivoluzione di velluto" del 1989 e la sospirata libertà ha pensato di dividersi in due Stati, alla faccia dell’unione europea!