Il 9 gennaio si vota per decidere la separazione tra il Nord e il Sud del Sudan. Nella città tutto sembra tranquillo, tra lavori in corso e voglia di cambiare
Benvenuti a Maridi, capoluogo dell’omonima contea del Western Equatoria State, nel Sud Sudan. Immensi spazi, natura selvatica, terreni potenzialmente fertili, il Nilo Bianco. Ma anche un territorio complesso e rischioso: dopo gli oltre vent'anni di guerra civile, scoppiata dopo l’Indipendenza (terminati ufficialmente con la firma del Comprehensive Peace Agreement nel 2005), ora il prossimo 9 Gennaio dovrebbe esserci - il condizionale è d’obbligo - il referendum che potrebbe assegnare l'autonomia del Sud dal Nord. L’evoluzione geo-politica, difficile e cruenta, di questo ancora semi autonomo Paese è tra le più rilevanti della storia contemporanea dell’Africa Orientale.
Benvenuti, quindi, a Maridi, a pochi giorni dal fatidico 9 Gennaio 2011. Raggiungerla non è semplice: come molti dei servizi primari del Sud Sudan - dalla salute all’educazione - anche la viabilità è piuttosto inaccessibile. Le infrastrutture garantiscono solo pochi chilometri di strada “meno sterrata”. Il resto dei collegamenti via terra è piuttosto complesso, laddove addirittura impossibile come nella stagione delle piogge quando anche i percorsi meno accidentati si trasformano in fiumi d’acqua. Per oltre 7 mesi l’anno è dunque possibile solo volare, e volare nei cieli sud sudanesi costa caro: al momento esiste una compagnia di Cessna, il MAF (Mission Aviation Fellowship), che collega Entebbe in Uganda a Maridi, al "modico" costo di $350. Solo andata, tasse aeroportuali comprese s'intende.
E per votare al referendum è necessario registrarsi in anticipo presso il villaggio d’origine: questa difficoltà di spostamento diventa quanto meno esasperante. In questo delicato momento, a cavallo tra ottobre e dicembre, ho avuto modo di appuntare voci e immagini di un pezzo del Sud Sudan.
L’atterraggio di un Cessna è emozionante, specialmente se avviene su un terreno dissestato come quello di Maridi. Uscendo dall’area di atterraggio e camminando verso il tucul (le capanne con tetto di argilla e paglia) dove avrei alloggiato, guardo colpita alcune novità: la rete elettrica in fase di realizzazione e il punto di approvvigionamento di acqua potabile con pianta circolare a 12 rubinetti, nuovo di zecca. I militari di UNMISS (United Nation Mission in South Sudan, a Maridi sono truppe che arrivano dal Bangladesh), sovrintendono i lavori per la messa a nuovo della strada principale. Dappertutto moto, tutte rigorosamente made in China, che schizzano lungo il percorso dissestato (è la formula sudanese dei “boda boda”, i moto-taxi ugandesi, ndr).
La stagione delle piogge è alla fine e la scelta della data per la registrazione al referendum è tutt'altro che casuale. Perché qui quando piove, piove sul serio. Le strade sono ancora segnate dall’acqua torrenziale della notte e per raggiungere il National Health Training Institute (NHTI), dove ho appuntamento col preside, mi tocca saltellare da una pozzanghera all’altra cercando di mantenere l’equilibrio quando atterro sul fango argilloso rosso. Tutto a piedi: il bello, a Maridi, è muoversi così. Prima di arrivare all'istituto dove si diplomano i “dottori del Sud Sudan”, i Clinical Officers, mi accorgo che al primo punto di approvvigionamento d’acqua se ne aggiunge a distanza un centinaio metri, un secondo. Delle stesse dimensioni, poco affollato. Chiedo a Steve, referente da Nairobi per le attività dell’NHTI, di raccontarmi la storia dietro questa scelta (perché ce n’è sicuramente una interessante). “I punti sono numerosi, coprono l’area della città. Oggi Maridi vanta una delle più grandi centrali di trattamento e depurazione dell’acqua del Paese. Con la diga, la centrale per il trattamento delle acque, l’acquedotto e il sistema di approvvigionamento, ipoteticamente la questione acqua non dovrebbe rappresentare più un problema. Almeno a Maridi città”. Caspita. Non dovrebbe, ancora condizionale d’obbligo. Chissà forse proprio perché sono così numerosi sono poco affollati? Mi accingo a proseguire il discorso quando raggiungiamo l’edificio, e la mia attenzione si concentra sull’incontro con il preside della scuola, Lou Eluzai Laponi.
Stringo nuovamente con piacere la mano di Lou, che ricopre questo ruolo dall’agosto del 2008 ma il suo rapporto con l’istituto è molto più lungo. Oggi preside di un istituto sanitario, fino a qualche anno prima militare dell’esercito sud sudanese. Aveva 16 anni quando nel 1986, a pochi anni dall’inizio della seconda guerra civile sudanese dopo l’indipendenza, entra nel Sudan People Liberation Army/Movement (SPLA/M). “Era l’unica scelta sensata da fare. Ho deciso volontariamente di essere un soldato”. E quel volontariamente lo sottolinea: “L’alternativa era di attendere inerme in un campo profughi. E perdere anche l’occasione di studiare”. Passa diversi anni tra Sud Sudan, Nord Uganda e Kenya, a studiare prima e ad esercitare come Community Health Worker e come militare poi. Gli viene infine concessa la licenza per finalizzare i suoi studi presso il NHTI di Maridi. Il resto è storia.
È molto impegnato: entro poche settimane si devono concludere gli esami di fine anno. In anticipo rispetto al solito, ma c’è il referendum e prima ancora la registrazione. E ormai l'abbiamo capito: spostarsi in Sud Sudan comporta sforzi notevoli. Così l’istituto sarà chiuso in anticipo (il 14 Novembre, ndr). Prima di lasciarlo, un’ultima domanda sul voto. Lou si anima: “Il Sud Sudan è in guerra dall’Indipendenza del Paese. Ci sono stati conflitti, sfollati, morti e la gente ha lottato per l’autodeterminazione. Ora abbiamo l’occasione di ottenerla, una volta per tutte. Certamente la separazione verrà confermata”. Non c’è commento geo politico che tenga di fronte a questo risoluto moto di spirito. E se dovesse andare male, Lou sarà uomo dell’esercito o uomo della medicina? “Della medicina”, risponde con sorriso fermo “Ma se l’esercito mi dovesse chiamare, io dovrò rispondere”.
Gli esami, le registrazioni, i lavori per la rete elettrica. Intorno a me si muove una città calma ma risoluta, che prosegue il suo nuovo corso. Gli stessi soldati sembrano pacati, quasi pigri, non c’è apparentemente alcun stato di allerta. Scopro però che questa normalità è cercata. Lo scopro attraverso le parole, riportatemi da Steve, di un leader politico che nel corso di una conferenza pubblica a Maridi insisteva nel sottolineare lo straordinario progresso della contea negli ultimi 5 anni, incoraggiando la gente ad andare avanti. Ma soprattutto leggo questa sollecitazione tra le parole del sermone del reverendo Patricia Wick, pastore anglicano britannico, ormai parte imprescindibile e rispettata della comunità da oltre vent’anni. È una leader carismatica e la sua voce cristallina rimbomba senza amplificatori tra le mura della cattedrale di mattoni: “Non permetteremo di ricadere in basso, nel basso assoluto in cui ci siamo trovati per troppi anni. Abbiamo fatto passi avanti: agricoltura, economia, la vita sta sostituendo la morte e la paura in cui abbiamo vissuto. Il Signore vuole che non ci si fermi, proseguiremo lungo questa strada”. Il suo sermone codificato contiene un evidente significato: qualunque cosa succeda il 9 Gennaio, la comunità deve proseguire verso la prosperità. Tra i banchi della chiesa, guardo con rispetto e timore il reverendo. Io stessa sono tentata di credere che qualunque cosa accada…
Lunedì torna il Cessna e non posso perdere il volo di ritorno. Troppo caro. Per non lasciare la questione-acqua in sospeso, trovo occasione per visitare la mastodontica centrale, anch’essa made in China. Sulle sponde del lago artificiale s’è sviluppato un intraprendete mercato del relax: un piccolo resort offre bibite, musica e la possibilità di campeggiare. Finalmente di fronte all’ingresso dell’edificio un operatore cinese, vedendoci, ci invita ad entrare e s’improvvisa guida. La costruzione è costata circa 4 milioni di dollari ed è il risultato di un accordo bilaterale tra il governo del Nord con la Cina. Sottolinea che, ora, sono sufficienti 3.500$ al mese per il suo funzionamento, materiali compresi. E il personale? “Lo stiamo formando. Sarà sudanese. A gennaio anche noi ultimi torniamo a casa, in Cina”. Sempre gennaio quindi. E ancora la Cina.
Sul Cessna, anche il decollo è un'esperienza emozionante. Guardando il cartello “Maridi County wishes you farewell” che s’allontana ripenso al reverendo che sarà qui a gennaio, e a Lou che invece sarà probabilmente a Kajo Keji per votare. Ripenso all’ingegnere della centrale e alla divisione bengalese della UNMISS, loro a gennaio torneranno a casa. Ripenso agli accordi bilaterali tra le autorità di Karthoum e quelle di Pechino, e al supporto statunitense e israeliano al governo semi autonomo di Juba (la capitale del Sud Sudan). Ripenso ai molteplici punti d’accesso all’acqua sparsi per Maridi città, semi deserti.
di Cristina Raho
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Nasce all'inizio degli anni 70, nella Contea di Kajo Keji (Central Equatoria State). Pare che lì di Lou Eluzai ce ne fossero parecchi. Ecco perché decise di aggiungervi il nome della madre, Poni, che è diventato il suo soprannome, ma anche una provocazione: “L’ho prelevato dalla famiglia paterna e trasformato nel nome materno: mi chiedevo perché dovesse essere ricordato solo mio padre”. Entra adolescente nell’esercito, a pochi anni dalla seconda guerra civile del suo paese; sceglie di diventare soldato per sfruttare anche l’occasione di proseguire gli studi. Diventando però così anche "proprietà" delle forze armate. Mi risuona in testa il suo marziale preambolo, prima di iniziare a chiacchierare: “ci sono domande a cui non potrò rispondere”, mi aveva detto con gentile risolutezza. Termina l’educazione secondaria in Nord Uganda e da quel momento inizia il suo percorso a metà tra l’esercito e i servizi sanitari: si specializza in Surgical Nursering poi come Immunization Programme Officer viene “prestato” a diversi centri sanitari e ospedali. Perché un percorso sanitario? “In realtà tra i banchi di scuola pensavo ad altro: volevo diventare pilota, al limite ingegnere civile. Solo per ultima scelta pensavo all’idea del medico”. Poi aggiunge provocando “Anzi, l’ultima scelta sarebbe stata la politica. Ma era decisamente l’ultima!”. Essere poi direttamente invischiato con la guerra l’ha portato all’unica alternativa a quel punto possibile e mettersi a disposizione della sua comunità partendo da una necessità basilare: la salute.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006 ha stimato che sono circa 57 i Paesi nel mondo che stanno affrontando una vera e propria crisi del personale sanitario. Critica è soprattutto la situazione nell'Africa Sub Sahariana dove, sempre l’OMS, ha stimato che servirebbero più di un milione tra infermieri e medici. Anche se gli investimenti in programmi sanitari destinati a nazioni di questa area geografica sono gradualmente aumentati, restano ancora insufficienti per assicurare l’accesso ai servizi sanitari di base. In Sud Sudan gli indicatori dimostrano l’urgenza di dedicare maggiori risorse al settore, le epidemie croniche e le malattie endemiche minacciano infatti la sopravvivenza e lo sviluppo dell’intero popolo. I dati sono allarmanti, in particolare, secondo uno studio condotto nel 2009 tramite l’ONG AMREF, sono solo 270 gli assistenti medici – i Clinical Officer – che operano sull’intero territorio, a fronte di una esigenza di 1.066 (“Human Resources for Health Strategic Plan 2007-2017”, Ministero della Salute Governo del Sud Sudan). I Clinical Officer sono considerati livelli professionali sanitari intermedi, fondamentali nel contesto sud sudanese pressoché privo di personale medico adeguatamente formato. L’Istituto Nazionale di Formazione Sanitaria di Maridi rappresenta uno dei più rilevanti centri di formazione per Assistenti Medici in Sud Sudan.