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Il gigantesco mercato di Dantopka è vitale per l'economia dei beninesi, ma è teatro ancora oggi della tratta umana

Il mercato Benin
Immagine del reportage Il mercato Benin

Il piccolo Paese crocevia dei traffici illegali dell'Africa Occidentale

I mercati sono il vero cuore pulsante delle città, a maggior ragione in Africa. E' un dato di fatto che a Cotonou, capitale economica del Benin, è ancora più vero. Basta andare in quello che è definito il più grande mercato all'aperto di tutta l'Africa Occidentale, che sorge proprio nel cuore di questa caotica città. Si chiama Dantokpa e si estende su quasi venti ettari di terreno. Vi si trova di tutto ed è il festival di quell'economia informale che, stando ad analisti ed economisti, mantiene una buona parte della popolazione del continente più povero del pianeta.


Dantokpa è una distesa a perdita d'occhio di bancarelle, carretti, tuberi delle forme più strane, frutta, semi, verdura intorno ai quali si agitano uomini e donne dai vestiti dai colori sgargianti; il tutto avvolto da un chiasso infernale e da un odore di spezie misto a quello di prodotti organici in putrefazione.


Dantokpa però è un vero e proprio ganglo vitale per l'economia di questo piccolo Paese, nel quale, secondo cifre non ufficiali ma attendibili, il giro d'affari giornaliero è di circa un miliardo di Franchi CFA, oltre un milione e mezzo di euro.


Ed è in questo magma - che vive di vita propria ai margini dell'economia ufficiale - che si svolgono gli scambi che sostengono gran parte degli abitanti di Cotonou, compresi i circa 40 mila minori che sono trasportati illegalmente attraverso le frontiere e che fanno del Benin la capitale continentale della moderna tratta di esseri umani.


Il fatto che Dantokpa sia nato qui non è casuale. Il piccolo Benin, infatti, è un'anomalia. Gran parte dei circa sette milioni di abitanti vivono di commercio. Se si guarda la carta geografica se ne ha una spiegazione: grande poco più di un terzo dell’Italia, confina, a Est, con il gigante nigeriano patria di tutti i traffici, dal contrabbando alla produzione clandestina di qualunque tipo di merce, e a Ovest c'è un altro piccolo Paese, il Togo, che a sua volta confina con il Ghana. Tre frontiere vicine e ampiamente permeabili vista l’enorme diffusione della corruzione. Il gioco è fatto: quei confini sono attraversati, ogni giorno, da una incalcolabile quantità di merci di tutti i tipi che, per il Benin, costituisce un giro d’affari che tocca una larga parte della popolazione.


Buona parte di queste merci finiscono poi a Dantokpa, compresi i minori. Pare che proprio qui si svolgano le trattative per smistarli nei Paesi vicini dove verranno poi utilizzati per lavori nei campi oppure, peggio ancora, inseriti nel mercato della pedofilia o in quello delle adozioni, non certo in Europa o in Nord America dove questo settore è rigorosamente controllato.


Un altro dei traffici clandestini che coinvolgono praticamente tutta la popolazione è quello del carburante che arriva di contrabbando dalla vicina Nigeria. Su qualunque strada del Benin, sia nell'affollata fascia costiera che nelle rotte verso le montagne del Nord e i confini di Niger e Burkina Faso, su ogni bancarella sono ben visibili grandi ampolle di vetro che sembrano contenere olio d'oliva e invece custodiscono carburante. Il percorso è tortuoso ma esplicativo di come funzionino le cose in questo ritaglio d'Africa.


Il delta del Niger è una regione ricchissima di greggio ed è attraversata da chilometri e chilometri di oleodotti di tutte le principali compagnie petrolifere del mondo. Questa regione è abitata da una ventina di milioni di persone che, a dispetto della sua ricchezza, sono tra le più povere di tutta l'Africa Occidentale. Per fronteggiare la miseria, molti di loro bucano gli oleodotti per trafugare il prezioso liquido che poi vendono ai boss della malavita che fanno da collettori per l'esportazione clandestina. Il passaggio delle frontiere è affidato, spesso, a ragazzini che lo trasportano a bordo di motorette sulle quali viene saldata una cisterna che può contenere anche 100-150 litri. La moto diventa praticamente un cubo viaggiante, o meglio una potenziale bomba ambulante, sulla quale il ragazzino quasi scompare. Il suo ruolo però è fondamentale: è lui che allunga le mazzette ai doganieri, ed è lui che vende al dettaglio il carburante, ed è sempre lui che alla fine consegna il malloppo al boss che gli elargisce la sua parte. Poca cosa, ma è pur sempre un lavoro in questa parte dell'Africa che è una delle più complesse e povere di tutto il continente.


In questo contesto il Benin tutto sommato è un Paese stabile, con un presidente riconosciuto ed elezioni partecipate che si tengono regolarmente e che poi sono rispettate. Anche sul piano dell'economia ufficiale questo Paese si sta ritagliando il suo posto. Nella guerra dei porti nel Golfo di Guinea, Cotonou è tra i più affollati. Il governo infatti ha praticato una politica abile per conquistarsi la scelta dei mercantili che devono rifornire i Paesi della fascia del Sahel: costi per i servizi portuali bassi e rigorosi controlli per evitare furti e contrabbando. Il risultato è che i porti di Lagos, di Accra e di Lomè hanno perso punti in questi anni a vantaggio del Benin che sul mare la vince di gran lunga. Sulla terra ferma un po' meno.

di Raffaele Masto

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La tratta come destino

 

La storia ha il suo peso e il Benin dei nostri giorni ne è un esempio lampante. La storia e l'attualità  infatti sembrano collegate da un invisibile legame. Oggi viene indicato come uno degli snodi principali della tratta, cioè la moderna schiavitù, e nel passato è stato una delle arterie aperte attraverso le quali l'Africa è stata dissanguata con lo schiavismo. Oltre al porto di Ouidah, a pochi chilometri da Cotonou, infatti gli altri luoghi africani dai quali milioni di neri furono trasportati oltre Oceano sono: l'Isola di Gorèe, in Senegal, davanti alla città di Dakar, il porto di Pointe Noire, nel Congo Brazzaville e Cape Cost, nel vicino Ghana. Se oggi è possibile stabilire che gran parte degli afro-americani hanno origine dalle etnie del golfo di Guinea, si capisce quale traffico passò dagli attuali Ghana e Benin.



I Fiori che rinascono

 

Tra le Organizzazioni locali e internazionali che operano in Benin c'è l'italiana “Il Sole” con un progetto che si chiama “Fiori che Rinascono”, rivolto proprio ai casi di abuso e violenza sessuale sui bambini. Lo fa coinvolgendo e collaborando con soggetti e associazioni della società civile e con azioni di prevenzione e sensibilizzazione sui diritti dei bambini. Il progetto “Fiori che Rinascono” prevede anche interventi di cura e trattamento dei traumi subiti con assistenza psicologica , sanitaria, sociale e legale. Al termine di questo percorso “Il Sole” si occupa anche del reinserimento sociale.
 

I bambini del Progetto “Fiori che rinascono” possono essere sostenuti attraverso l’adozione a distanza, il cui costo ammonta a 516 euro annuali, da garantire per almeno tre anni. Per informazioni: http://www.ilsole.org   mailto:info@ilsole.org – tel. 031 275065