Guarda la fotogallery di G. Cantini"/>
Ritratto da Gorgova, villaggio al centro del Delta del Danubio, in Romania. Guarda la fotogallery di G. Cantini
A Tulcea si mischiano insieme ai romeni anche ungheresi, russi, ucraini, greci. Il Delta è un luogo di transito, il confine da superare.
Quando si parla di confine si intende, quasi sempre, il concetto di limite. Il limite è qualcosa che ci separa da qualcos’altro. Tra i canali frastagliati e nascosti, tra i laghetti di acque calme e pozze d’acqua in tempesta, il concetto di confine si dissolve, annega, in quella che è la laguna abitata più selvaggia della Romania: il Delta del Danubio. Il confine più estremo della Romania dell’Est è un contorno di case e di abitanti che vivono da secoli in un habitat estremo e spesso inospitale. Unica risorsa inestinguibile, almeno per ora, la pesca. A Tulcea, punto di imbarco per il Delta, si mischiano insieme ai romeni anche ungheresi, russi, ucraini, greci. Il Delta è un luogo di transito, il confine da superare. Nascosto ancora al turismo di massa, questo posto riesce e mantenere una sua identità precisa: composta da molteplici etnie, ma comunque molto caratterizzata.
Mi sto addentrando in uno dei più grandi e affascinanti parchi naturali del mondo, patrimonio dell’Unesco. Ma la mia curiosità, che pure avvolge i cormorani, i cigni e i pellicani, che tutte le guide turistiche mi avvisano che vedrò tra poco, si spinge soprattutto verso le persone che si stanno imbarcando con me, sul traghetto. Nei tratti cerco di distinguere le origini di ciascuno e cerco di immaginarmi dai bagagli che trasportano e dall’accento la storia che si portano addosso.
Molti di loro sembrano semplici contadini che ritornano a casa. Altri invece sembrano veri e propri emigranti. Portano scatole e pacchi, borse di plastica con dentro soprattutto scorte di cibo. Altri sono vestiti di tutto punto per la pesca e scopro che da qualche giorno è iniziata la stagione. I pescatori sportivi sono soprattutto Ungheresi. Armati di tende e tavoli da campeggio sostano per giorni sulle sponde dei canali più interni per pescare.
Molti di loro hanno comprato per questo delle barchette a motore o a remi, e delle capanne dove si trasferiscono solo d’estate. Sul traghetto c’è anche una scolaresca in visita da Braila, l’ultima città da cui si può oltrepassare il Danubio per raggiungere Tulcea, a mezzo chiatta. Sono diretti a Sulina, porto franco e ultima città della Romania bagnata dal fiume prima che questo si dissolva nel Mar Nero. Hanno ancora 6 ore di viaggio. Io invece ho deciso di scendere a metà strada, nel villaggio di Gorgova, dove cercherò un posto per dormire ma soprattutto una barca per navigare tra i canali.
Dal traghetto vediamo mucche bianche pascolare su isolotti di terra minuscoli in mezzo ai canali. A fatica riusciamo a scorgere le lingue di terra, anch’esse semisommerse, che hanno portato quelle mucche fin là, al pascolo. Quest’anno il Danubio è in piena. L’acqua si è alzata fino a 4 metri sopra il livello di guardia e ha sommerso tutto nel suo cammino.
Molte delle case sulla riva sono state sommerse, insieme ai frigoriferi e alle scorte di cibo portate con il traghetto da Tulcea. Sul traghetto si gioca a carte, si dorme, si mangia. A ogni attracco parenti e amici si riversano sui cancelli per prendere la posta e i pacchi in arrivo dalla terraferma e per salutare chi ritorna. Al mio arrivo a Gorgova mi accorgo che il paese non c’è. Dopo il molo scorgo solo una serie di capanne in lontananza, che si sviluppano lungo il canale, ognuna di un colore diverso, i tetti fatti di giunchi e canne. La prima pensione segnalata dove mi fermo è di proprietà di un brailiano, che in verità aspetta i pescatori-turisti ungheresi e che mi fa da guida sul posto. Si offre di trovarmi una barca per l’indomani e mi mostra la sua pensione fatta in stile europeo, con il tetto in terracotta, le pareti bianche e il pratino appena tagliato davanti, illuminato a led. Una nota stonata in un villaggio fatto di capanne azzurre e oche, l’inizio di un’imprenditoria rivolta al turista europeo che un po’ mi fa rabbrividire.
La presenza di ungheresi a Gorgova è dominante. L’unico bar che è anche unico negozio di alimentari è infatti ungherese. Qui si può trovare cibo in scatola e generi di prima necessità trasportati da Tulcea. Il bar è un ritrovo familiare, luogo di bevute e anche, al bisogno, banca di cambio. Il paese sembra tuttavia essere diviso tra ungheresi e romeni in una competizione spudorata che in piena stagione diventa una vera e propria caccia al turista-pescatore, per recuperare soldi dall’affitto di una stanza o di una barca a motore.
In mezzo c’è il parroco, confessore di anime disperse in un habitat ostile, che mi mostra orgoglioso la sua chiesetta ortodossa piena di dipinti e cornici dorate dopo aver ritirato il vino al bar degli ungheresi. Niente altro. Nessun dottore, nessun servizio pubblico anche se, come mi dice il sacerdote, in posti come questo c’è più bisogno di un curatore d’anime che di corpi. Non mi è difficile credergli. Immaginarmi questo posto d’inverno mi fa sentire esposta a ogni avversità naturale, impotente. La natura qui è dominante, eppure queste persone sembrano farne parte in un indecifrabile equilibrio.
Loro conoscono ogni angolo. I canali che si possono navigare e quelli a rischio, le correnti del ramo più grande e gli animali pericolosi. Conoscono le anse di ogni strato d’acqua come si conoscono le vie più nascoste di una città. Molti di loro hanno imparato a proprie spese a superare l’ingenuità, restando al buio e da soli nei canali dispersi, di notte, dopo aver finito la benzina della barca o tormentati dalle zanzare, a mollo senza più punti di riferimento per il ritorno.
Eppure si rifiutano di tornare sulla terraferma, anche quando l’età inizia ad avanzare. Anzi. Restano attaccati a questi luoghi soprattutto coloro che qui hanno passato quasi tutta la vita. Coltivano orti infruttuosi e pascolano mucche magre, pescano un pesce che non può essere venduto (anch'esso patrimonio Unesco) e seminano gigli bianchi da portare in dono ai nipoti della terraferma. Della Romania mantengono la lingua madre e la fierezza, dal Mare raccolgono le contaminazioni linguistiche e gli emigranti.
Addentrandoci sulle strisce di terra che emergono dalla laguna, dietro le capanne dei pescatori, scorgo una discarica immensa a cielo aperto. L’inizio di un degrado che ancora resta nascosto agli occhi del mondo ma che avanza anno dopo anno con l'avanzare del turismo europeo. La gestione di questi luoghi, il loro mantenimento e la loro cura è per ora limitata all’habitat naturale, troppo poco agli esseri umani. E invece entrambi dovranno convivere e coesistere in un equilibrio consapevole, anche da parte delle autorità locali, troppo concentrate sull’aspetto commerciale e turistico.
Mentre osservo i cormorani spiccare il volo dandosi lo slancio sulle increspature di un grande lago interno, penso a quanto sono lontana adesso da quel contesto sociale che, nella fruttuosa Europa imprenditoriale, rappresenta la nostra più grande gabbia: la necessità di conformarci per sentirci vivi. E mi sento per un attimo libera da quell’idea di confine che nasce ogni volta che desideriamo superarlo e che invece si dissolve quando confessiamo a noi stessi semplicemente chi siamo e come vogliamo vivere, ovunque siamo, semplicemente esseri umani.
Questo viaggio sarà anche una mostra/reportage fotografico, all’interno di un evento di libera contaminazione italio-romena presso Lib Lab - libero laboratorio creativo di via Zumbini 6 a Milano in data da definire. Per info: www.liblab.org o www.mixamag.it
di Testo e foto di Giada Cantini (28 ottobre 2010)
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
Mentre tesse - come si tesserebbe la seta - una rete per la pesca, Petru non alza mai lo sguardo verso di noi, che ce ne stiamo lì, a mangiare semenze e a sputare bucce per terra imbambolati dal caldo e dalle zanzare che risalgono dalle sponde del Danubio, al tramonto.
Sicuro prende il filo e lo gira, lo intreccia, poi mette un tubo di plastica intorno all’ aureola di legno che con le altre, di dimensioni sempre più piccole a scalare, forma come un grande imbuto forato, dove, domani mattina, i pesci saranno risucchiati e catturati, poi venduti, a ogni costo, al mercato di Tulcea.
"Asta Este Romania", mia cara. Mi dice facendo un sorriso che somiglia di più a una smorfia che viene dominata e diretta da alcune rughe che gli solcano le guance. Lo osservo. Indossa dei sandali consumati e un turbante improvvisato in testa, per il sole. Ha un volto giovane ma insieme scavato, penso che non avrà più di trent’anni. Ha le mani piene di tagli e di calli, deve aver lavorato molto, penso, e a delle condizioni molto dure.
"Asta Este", riprende, e poi: "Anche io parlo italiano (ancora quella smorfia). Sono stato in Italia sei anni, lavoravo in una ditta che faceva case. Lavoravo duro. Guadagnavo bene. Tiene con una mano la rete e il filo, e con l’altra sfila da una tasca della tuta un pacchetto sgualcito di sigarette. Sempre tenendo la rete ne sfila una, rinfila il pacchetto, prende l’accendino, appoggiato sul muretto che fa sponda al fiume dietro di lui e l’accende. Per non mollare la rete fuma tenendo stretta la sigaretta con le labbra, anche mentre parla. "Io non ci sono mai riuscita". Gli dico. "A fare cosa?" Mi chiede lui. "A fumare e parlare tenendo sempre la sigaretta tra le labbra", dico io. "Asta Este".
"Devi imparare a farlo quando il bisogno di fumare è tanto forte quanto quello di lavorare...", ride. "Comunque sono tornato e ho deciso io di vivere qui. Sono da solo, abito in quella capanna mezza franata, ma è mia. Mangio vendendo il pesce che riesco a pescare con queste mani... Non pago l’affitto e non sono schiavo di nessuno. Certo, guadagno meno della metà di quello che mi davano in Italia... e là ho ancora degli amici ...mah..". Per un attimo molla la rete, che cade a terra, e apre entrambe le braccia come ad avvolgere tutta la laguna. Inizia a ridere come un bambino e mi offre una sigaretta delle sue. Timorosa non so cosa dire. Ho smesso di fumare, penso, da sei mesi... Lui fa di nuovo quel sorriso. E mi sembra che s’illumini tutto, da scuro che era. Ho smesso, e ne prendo una. Restiamo a guardare il fiume che scorre selvaggio verso il Mare. Petru guarda le nubi che iniziano a scurire. "Domani pioverà tutto il giorno", sentenzia. Mi guarda e sorride ancora. "Sai cosa mi manca dell’Italia?" Guardo il fiume infinito, gli alberi intrecciati e il molo al di là della sponda, e non mi viene in mente nulla...faccio cenno di no. Mi sorride ancora e guarda quelle nubi minacciose: "Il caffè..."
Dopo la recente fuoriuscita di fango tossico in Ungheria, che ha causato la morte di 5 persone e un evidente immane danno economico e ambientale, il Wwf denuncia che "sono attesi" lungo il fiume Danubio altri disastri simili. "Ci sono una serie di catastrofi che potrebbero accadere da un momento all'altro in alcuni siti lungo il bacino del Danubio", ha dichiarato il capo del programma Danubio-Carpazi del Wwf, Andreas Beckmann. La fuoriuscita di fango tossico ha portato l'attenzione infatti su altri due impianti di stoccaggio di fanghi tossici - altamente alcalini - derivanti dalla lavorazione della bauxite.
"Una fuoriuscita dal serbatoio di Almasfuzito avrebbe un serio impatto sull'acqua potabile e sui già fragili ecosistemi del medio Danubio. Una fuoriuscita dalla struttura di Tulcea, in Romania - che ha già subito perdite in passato -, avrebbe un impatto addirittura devastante sul Delta del Danubio e sulle sue popolazioni. La zona è di importanza mondiale per l'unicità della sua flora e fauna'', ha spiegato Beckmann.