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Cuba
Immagine del reportage Cuba

La storia di Cuba attraverso il racconto di un viaggio in auto

Toh, un agrimensore: trovarlo a Cuba è curioso. Come si misura un mondo nebuloso, fatto di mille regole e solo vaghe spiegazioni? Fernando ha 28 anni e lavora per lo Stato, misura i terreni dei contadini per concedere prestiti. Aspettava il passaggio di un’auto per tornare a casa dopo il lavoro, ai margini di una piantagione. E’ uno dei migliaia di cubani che ogni giorno attendono per ore un passaggio, più o meno l’unico modo per spostarsi a Cuba e ovviare alla cronica carenza di mezzi di trasporto. Aspettano per tutto i cubani: per un passaggio, per il pane e aspettano anche di capire che futuro attende l’isola. Il passaggio del timone da Fidel Castro al fratello Raul, avvenuto nel 2006, non ha significato particolari cambiamenti, anzi, tutti sembrano d’accordo nel dire che le cose vanno peggio. “Almeno Fidel sapeva parlare, e amava farlo – ci dice Fernando -: ci sapeva convincere delle cose che faceva. Raul ha uno stile militare, è un uomo dell’esercito, fa e basta, con lui sarà peggio”.

E’ bello viaggiare con un cubano a bordo, perché amano chiacchierare e parlano volentieri anche delle cose che non vanno, e poi è comodo perché ti aiutano con la strada. Di cartelli ce ne sono migliaia, ma sono quasi tutti riservati alla propaganda socialista. Secondo Modesto, un giovane medico, è colpa dell’embargo se a Cuba lo stipendio non vale più quasi nulla: “Gli Stati Uniti sono responsabili dei nostri problemi”, dice senza alcun dubbio.

Stiamo andando a Banes, un piccolo paese non lontano dalle spiagge di Guardalavaca. Lì è nato l’ex dittatore Fulgencio Batista e sempre lì si sposò Fidel Castro con la prima moglie, Birta. Si racconta che per l’occasione Batista, ignaro di quel che la storia gli avrebbe riservato, regalò alla coppia la bellezza di 500 dollari. Ci sembra una storia romantica, e anche la strada per raggiungere Banes lo è: attraversa enormi campi coltivati a canna da zucchero, serpeggia le bohìos, le capanne dal tetto di paglia, e file di palme reali. Mentre procediamo cauti, bene attenti a evitare le buche e i sassi appuntiti, dall’alto ci fissano i soliti avvoltoi dal collo rosso. Fernando ci propone una casa particular, a Banes, dove passare la notte. Sono amici suoi e, come ormai molte altre famiglie, hanno ottenuto dal governo la licenza per affittare stanze ai turisti: concessione di Fidel durante il periodo especial. “Sono tempi molto duri” ci racconta Narcy, la nostra padrona di casa, mentre registra con meticolosa cura i dati dei passaporti (la burocrazia è un macigno, e ogni errore può costare caro). Il governo si prende in anticipo una buona fetta dei profitti - più della rendita di una settimana - che è necessario pagare anche se le stanze rimangono vuote. Lei è biologa, suo marito presenta un popolare programma televisivo, “eppure viviamo dell’affitto di due stanze… e siamo fortunati!” mi dice a colazione, portandomi un rarissimo pezzo di burro. “Gli stipendi sono pagati in pesos, ma dobbiamo comprare quasi tutto in moneta convertibile”. Ovvero i soldi che arrivano dai turisti. “Alla mia porta bussano i vicini, a chiedermi soldi. La gente ha una specie di fissazione per il cibo: non c’è latte, non c’è formaggio, la cioccolata non ce la ricordiamo più…”

Perché la cioccolata non esiste a Cuba è un po’ come chiedere perché non esiste la carne di manzo. A confermarci la faccenda è una simpatica signora che ci chiede un passaggio fino a Baracoa, un meraviglioso paesino tra le montagne e il mare, primo avamposto degli spagnoli, nell’estremo oriente dell’isola. Lucia è una sorridente casalinga di mezza età, dalle unghie lunghissime, affilate e decorate, come a Cuba è facile trovare anche tra le bambine. Eh sì, ci dice, la carne di manzo è proibita. Come tutto, anche le mucche sono statalizzate e razionalizzate, in pratica nessuno le mangia. Ma i campesinos non ci stanno: se lo Stato vigila sulle mie vacche, posso legarne una alle rotaie, per la testa, e aspettare che un treno la uccida, per poi mangiarla. “E non è pericoloso?”. Lucia sorride ancora: “Sì, è pericoloso. Ci sono stati deragliamenti e anche qualche morto”.

Siamo arrivati. A un incrocio in mezzo al nulla Lucia scende, ringraziandoci come una mamma. Ci regala due belle arance che estrae dalla borsa. Subito sale una giovane infermiera, tutta vestita di bianco, comprese le calze e il piccolo cappello. Impeccabile nonostante il caldo torrido. E’ timida e parla a bassissima voce, è molto giovane e bella, sussurra che lavora in mezzo alla foresta. Anche lì c’è un ospedale, ci dice orgogliosa, e lei ci arriva in autostop tutte le mattine. E’ un esercito questo dei lavoratori che si spostano ogni giorno per raggiungere la fabbrica, l’ospedale o il ristorante, e poi tornare a casa. Tutti en botella, come si dice qui. “La scorsa settimana ho dormito per strada” ci aveva detto Oscar, un anziano muratore che arrotonda la pensione continuando a lavorare in nero. Nel tratto di strada che collega Trinidad a Cienfuegos, lungo il mar dei Caraibi, ne tiriamo su addirittura tre: un giovane informatico, un pescatore e un idraulico. La conversazione si fa animata e tutti sommergono il loro paese di critiche: “Ah, voi in Italia avete la crisi? Noi ce l’abbiamo da 50 anni”. Si parla di corruzione, di ingiustizie, di povertà. Di politica. Il giovane informatico, che a casa non ha un computer e a malapena sa cosa è internet, scherza e mi chiede se ho una sorella da sposare in Italia. L’idraulico al suo fianco sorride e in un sussulto d’orgoglio caraibico scandisce il suo slogan: “Prefiero morir de hambre en Cuba, que de frìo en Roma”.

 

 

Le immagini di Cuba


Di Michela Dell'Amico

 

 

di Michela dell'Amico e Tullio Barbieri

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Il mio amico Fidel

Fidel non ama la Revolucion. E’ giovane e non ha conosciuto il regime di Batista. Lui e sua moglie sono dei privilegiati. Affittano una stanza ai turisti dell’Havana e lui fa mille lavoretti per raccogliere altri soldi. Il palazzo dove vivono è squallido. Sembra la Ddr. Ma fuori c’è il sole e il caffè si beve tutti insieme sulle scale. Non ci sono spie tra i vicini, e si può “criticarlo” liberamente. Chi? ‘El’, Lui. Nessuno lo chiama per nome qui, per tutti Fidel –quello famoso – è solo ‘El’. E il nostro Fidel non lo sopporta. E’ colpa sua se non può avere una macchina, indossare abiti firmati e nemmeno trovare un barattolo di Nutella in tutta l’isola. Eppure deve portarne il nome. “Tutta la mia famiglia è in Spagna – racconta – solo io sono rimasto, qui, da solo, con questo nome cucito addosso”. “Da noi il nome si può cambiare” – dico. “Anche a Cuba – mi stoppa subito - ma prova tu a spiegare perchè non vuoi più chiamarti Fidel”. 



El Bloqueo

Per molti il bloqueo, l’embargo, è la causa di tutti i mali dei cubani, ma per i detrattori del castrismo è solo ‘La grande scusa’ – come la chiama la blogger dissidente Yoani Sanchez – dietro alla quale nascondere l’incapacità del governo e il fallimento del socialismo.

Poco dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana, nel 1962, gli Stati Uniti rompono le relazioni diplomatiche con Cuba e iniziano ad applicare un embargo economico che nel giro di poco tempo diverrà un blocco totale, che comprende medicinali e alimenti, e che non sarà mai sospeso. Le ragioni dell'embargo risalgono al danno economico provocato ai cittadini statunitensi dagli espropri attuati da Castro ma soprattutto dall’allineamento del governo di Cuba al comunismo sovietico. L’embargo colpisce anche i Paesi che commerciano con Cuba, negli Stati Uniti non è possibile importare alcun prodotto se contiene anche in minima parte materia prima proveniente da Cuba, mentre la nave che attracca in un porto cubano per sei mesi non può fare scalo nei porti statunitensi. E così via.

Se fino all’89 Cuba risente relativamente dell’embargo, grazie ai costanti e generosi aiuti sovietici, è dopo il collasso dell’ex Urss che il Paese sfiora la catastrofe. I primi anni ’90 passano alla storia come il periodo especial: l’economia è a pezzi e i cubani soffrono drammaticamente la fame. Il Paese lentamente si risolleva aprendo al turismo e anche, in parte, all’impresa privata. Nascono nuove alleanze politiche ed economiche in America Latina, in particolare con il Venezuela di Ugo Chavez. I cubani portano il know-how sanitario in cambio di petrolio a prezzi stracciati. Il blocco ha avuto, nel corso dei decenni, momenti di inasprimento. L’ultimo nel 2001, all’indomani del crollo delle Torri gemelle, quando Cuba fu accusata di fabbricare armi chimiche e inserita fra i Paesi dell’asse del male, al pari di Iraq e Afghanistan. Molti leader religiosi in tutto il mondo hanno più volte duramente criticato l’embargo, compreso Giovanni Paolo II, che ne chiese ufficialmente la sospensione in ben due occasioni. Per 18 volte l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato una risoluzione di condanna dell’embargo, l’ultima volta lo scorso ottobre, quando a favore votarono 187 Paesi. Contrari a porre fine al blocco solo Stati Uniti, Israele e il piccolo arcipelago di Palau.