Un libro imperdibile per capire perché l'Italia è il Paese che è diventato
Di Alberto Fornari
"Sa che i cinesi non muoiono mai…" chiede la ‘sciura’ milanese. E non è nemmeno una domanda, ma una semplice affermazione, una convinzione sua e non solo. Uno stereotipo come tanti, che accoglie in sé un mistero. Giallo a Milano è un bel gioco di parole, può essere tante cose: un mistero meneghino, un cinese che abita nel capoluogo lombardo, un milanese innamorato della Cina e della sua cultura. In questo caso è tutte e tre le cose. Più una quarta: Giallo a Milano è un film, diretto da un 35enne milanese che ha vissuto in Cina, si è laureato in lingue e letterature orientali e parla il mandarino. Il film è un documentario girato in zona via Paolo Sarpi (dove, da circa un secolo, si è insediata quella che oggi è la più antica e numerosa comunità cinese in Europa). Il regista, Sergio Basso, diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, è un vero talento mixa: ha conseguito un diploma in regia e recitazione al GITIS, l’Accademia d’Arte Drammatica di Mosca, e la pratica del teatro lo ha portato a collaborare con vari registi in Russia, Francia, Svezia e Algeria. Inoltre ha vissuto in Cina, dove tra l’altro ha lavorato con Gianni Amelio, come aiuto regista e dialoghista, nel film "La stella che non c’è".
La sua passione per l’Estremo Oriente lo ha spinto a realizzare questo documentario che indaga la storia, la cultura, i sogni e le ambizioni di quel microcosmo che è la comunità cinese che vive nella sua città. La volontà è quella di uccidere gli stereotipi e negare l’idea che la comunità di cui si parla sia la più autoghettizzata e la più refrattaria all’interscambio culturale. E’ un evento di cronaca a spingere Basso verso questa urgenza: il 12 aprile 2007, in via Paolo Sarpi, si scatena un diverbio tra i vigili urbani e una donna cinese incinta, seguito poi da un’aggressione ai vigili da parte di un gruppo di cinesi; interviene la polizia ed è guerriglia urbana. La notizia risveglia la città dal torpore, da quel sonno distratto di chi non vuole vedere né sapere chi dorme nella stanza di fianco, e parla del vicino chiamandolo ‘il vicino’, senza conoscerne il nome, lamentandosi del rumore e della puzza di fritto all’ora dei pasti.
Non è semplice per un milanese capire un cinese, e lo è ancor meno davanti a un fatto come questo, da cui è più facile che nascano odio, diffidenza e la rozzezza dell’ignoranza di chi sputa sentenze. “Sputano per terra e ruttano per strada”, questo sanno gli italiani dei cinesi. Ma l’astio, il malcontento, è anche quello dei cino-milanesi, che si sentono sempre più chiusi in loro stessi, sempre più allontanati e ghettizzati, e sanno che la colpa non può essere solo loro. E come stanno i ragazzi che sono nati qui, e si sentono milanesi in una Milano che non li accoglie e cinesi in una comunità che li guarda con sospetto? “Mi piacerebbe che guardando Giallo a Milano il pubblico uscisse pensando che a Chinatown non c’è una massa di cinesi ma un insieme di persone”- dice il regista. Nel suo film ci sono tutte e tre le generazioni di cinesi-milanesi, i nonni, i padri e i figli, appartenenti a tutte le classi sociali. E poi ci sono gli italiani che abitano in zona, come la signora che sostiene che i cinesi non muoiano mai, e per la quale Basso ha un consiglio: farsi un giro al Cimitero Maggiore: lì, su un bel po’ di lapidi, ci sono nomi che lei non saprebbe pronunciare.
Il film è proiettato al cinema Palestrina
Impressionante la trasformazione dell'attrice che interpreterà l'ex primo ministro inglese in "The Iron Lady" di Phyllida Lloyd