Un libro imperdibile per capire perché l'Italia è il Paese che è diventato
Di Francesco Bianco
Immigrati, italiani, da Oscar. A Hollywood si è celebrata la notte più importante dell’anno, quella degli Academy Awards, e un po’ si è parlato italiano. Lo ha fatto, dal palco, ritirando il premio per la fotografia del film “Avatar”, Mauro Fiore. “Un gran saluto all'Italia. Viva l'Italia. Un grande abbraccio” sono state le sue parole. Le parole di un italo-americano che ce l’ha fatta. È una storia di immigrazione quella che ha raccontato nel suo discorso ringraziando i suoi genitori “Lorenzo e Romilda, che sono venuti in questa nazione con quattro valige e un sogno”. Fiore è partito da Marzi, un paesino della Calabria, quando aveva sette anni, ha vissuto a Chicago ed è arrivato a Hollywood.
È nato invece negli Stati Uniti Michael Giacchino, premiato per la migliore colonna sonora per il film “Up”. Lui ha lottato per essere italiano e ha di recente ottenuto la cittadinanza. I suoi nonni sono originari dell'Abruzzo e della Sicilia. Nel backstage Giacchino ha esaltato i compositori italiani “che hanno scritto la miglior musica del mondo, basta pensare a Rossini. Sono molto orgoglioso di appartenere all’Italia, le mie radici sono in Italia”.
Facce italiane sul palco in una notte che ha riservato sorprese. A vincere non è stato il campione di incassi “Avatar”, ma il più piccolo, e molto meno visto, “The Hurt Locker”. Nove candidature a testa, tre premi sono andati alla pellicola di James Cameron, sei, fra cui quelli di miglior film, regia e sceneggiatura, se li è invece aggiudicati il film di Kathryn Bigelow, ex moglie di Cameron, che parla di guerra, soldati, Iraq. Ed è proprio lei Kathryn Bigelow la trionfatrice della serata. È la prima donna, alla vigilia dell’8 marzo, a vincere un Oscar per la regia dopo le candidature di Lina Wertmuller, Jane Campion e Sofia Coppola. A consegnarle il premio è stata chiamata Barbra Streisand, una delle donne forti di Hollywood. Non un caso: che la Bigelow, il cui film più noto finora era “Point Break”, potesse vincere per la regia era nell’aria. Più difficile era immaginare che il suo film, bello, semplice e crudo, si portasse a casa tante statuette. È una vittoria del piccolo sul grande, della storia sugli effetti speciali, della qualità sugli incassi.
Tutto come da copione invece nelle categorie riservate agli attori. A Jeff Bridges è andato il premio come miglior protagonista per “Crazy Heart”. Un premio annunciato per “Drugo Lebowski”: era arrivato alla quinta candidatura, aveva vinto quasi tutti i riconoscimenti che portano agli Oscar. Stesso percorso quest’anno per Sandra Bullock, ma con una storia tutta diversa. Quella che è stata la fidanzatina d’America, colei che prendeva i ruoli scartati da Julia Roberts, ha vinto alla prima candidatura per “The Blind Side”, storia di una donna che accoglie in casa un ragazzo difficile. Solo un giorno prima aveva ritirato il Razzie, il premio per la peggior performance dell’anno.
Percorso netto per i due migliori attori non protagonisti. Hanno vinto tutti i premi della strada degli Oscar e sono saliti sul palco del Kodak Thaetre: Christoph Walz per la sua intepretazione di Hans Landa in “Inglorious Basterds” di Tarantino e Mo’nique per “Precious”. L’attrice, più nota per ruoli comici, interpreta la cattivissima madre di una ragazza obesa e maltrattata nel film che ha vinto tutto i premi del cinema indipendente. Mo’nique ha ringraziato, nel suo discorso, Hattie McDaniel, la mamy di “Via col vento”, la prima donna di colore a vincere un Oscar, colei che ha aperto a tanti la strada del cinema quando ancora in gran parte degli Stati Uniti per legge vinceva il razzismo.
Impressionante la trasformazione dell'attrice che interpreterà l'ex primo ministro inglese in "The Iron Lady" di Phyllida Lloyd