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Milano
“I temi di maturità: Primo levi, le Foibe, gli Ufo e i giovani in politica. Due tracce di storia e due di fantascienza”. così il celebre blog satirico Spinoza.it. Il mondo cambia in fretta e la politica tradizionale arranca col fiatone. Forse quella politica sta stretta ai cosiddetti ‘giovani’. Girando tra i quartieri di Milano, per esempio, la politica torna ad essere fondamentale per i ragazzi, molti dei quali sono ‘Seconde Generazioni’.
Nura Tafeche ha 22 anni, studia nuove tecnologie per l’arte all’Accademia di Brera, suo papà è palestinese: “Una presenza veramente importante, ti assicuro!” mi dice ridendo. Per lei e il suo gruppo, il collettivo Zonarisk, la politica non è fantascienza, anzi: è veramente importante e inizia dal quartiere. “Zonarisk nasce in Bovisa, vicino a una piazza tonda e rotonda: piazza Schiavone (nella foto), popolata da culture e stili di vita che arricchiscono enormemente lo spazio e il tempo”.
Nura non dice 'culture diverse' o 'stili di vita diversi': questa è la vera novità. Non c’è una cultura 'uguale' a cui le altre devono conformarsi. Questa è l’idea - fortemente politca - da cui nasce Zonarisk, un collettivo costituito da ragazzi che hanno in media vent’anni. Non ci devono essere confini tra i presunti integrati e quanti ‘devono’ essere integrati. Non deve esistere insomma, a partire dal linguaggio, alcun ‘dominio’ delle società ‘integrate’ nei confronti di persone ‘passive’ da integrare. E il quartiere è il luogo da cui partire per ripensare la società.
“Vogliamo riappropriarci del concetto di quartiere – dice Nura -. A Milano, il quartiere è sempre esistito e sempre esisterà, però a causa delle pessime politiche sulla migrazione il quartiere viene vissuto male”.
Perché evidenzi una relazione così diretta tra quartiere e migrazione?
A Milano, il quartiere viene utilizzato molto di più dalle persone che nei loro Paesi di origine vivono questo luogo in maniera estremamente forte, come momento di solidarietà, di convivenza, di familiarità: hanno proprio il piacere della vita di quartiere. Bovisa, per esempio, è un posto dove culture, convivenza e socialità - e anche molta creatività – esistono in modo equilibrato. Solo che non si riesce a vederlo, non emerge. Non ci sono vere ‘politiche di integrazione’ – parola orrenda – per cui non viene fuori tutto l’humus creativo che dovrebbe uscire dal quartiere e dalla strada.
Cosa c’è di orrendo nell’idea delle politiche di integrazione, a parte il fatto che fino a ora hanno fallito?
Noi crediamo nella mescolanza delle culture. Il riferimento all’integrazione finisce per rifarsi alle diverse categorie sociali di coloro che migrano, e rischia di annullare la loro vera personalità, fatta di gusti, carattere e interessi personali che vanno oltre al fatto che uno sia anche un migrante, cioè che abbia semplicemente intrapreso un percorso. L’essere umano in genere è migrante, non solo quello lì. Credo che la parola migrazione produca ben poco di politico e di creativo.
È utile parlare di società meticcia?
Non molto perché perché dichiarare la differenza, spesso poi non aiuta la normalizzazione.
Come descriveresti la nostra società, allora?
La chiamarei 're-mixing'. ‘Re’ perché ci sono elementi che esistevano già, però oggi esistono nello stesso luogo. Un tempo per trovare queste cose bisognava, quanto meno, viaggiare.
Come concepite la politica al di fuori di quella partitica e quali sono i vostri progetti?
Per Zonarisk la politca inizia dalla strada, dalla comunità, nasce dalle relazioni. La politica è relazione. Inizieremo con una mappatura del quartiere, grazie alla quale ognuno possa capire quali siano i luoghi di interesse. È importante anche la reciprocità: chiunque segnalerà a sua volta i suo posti preferiti. Per settembre partiremo con uno sportello ‘migrante’ dove si possano alfabetizzare le persone per lo svolgimento di pratiche burtocratiche: che sia anche un punto di ritrovo ad uso molteplice, senza una connotazione ‘migrante’ a tutti i costi. Vogliamo che nascano progetti trasversali, tra tutti gli abitanti del quartiere e Zonarisk. Soprattutto vogliamo formare comitati, gruppi di studio e momenti conviviali che possano cementare un legame affettivo tra la gente e lo spazio.
Tutto questo entra in relazione con il resto della città?
Certo, questo permette ai diversi quartieri di dialogare tra loro, fregandosene delle cosiddette ‘politiche di integrazione’ che vengono dall’alto, che sono inconsistenti, prive di progettualità e che non si occupano neanche un po’ di organizzazione giovanile.
di Angiola Bellu (24 giugno 2010)
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La generazione ponte. Quella che ha il compito di amalgamare la cultura dei propri genitori con quella del Paese dove spesso sono nati, dove vivono, studiano, giocano, consumano, s'innamorano. Loro malgrado sono chiamati a un ruolo allo stesso tempo difficile e imposto dalla realtà. E' un mondo variegato e complesso quello dei giovani stranieri in Italia. Troppe le differenze al loro interno, tante le difficoltà e le opportunità. I minori che vivono nel nostro Paese sono ormai poco meno di 900 mila (854 mila secondo i dati Istat del 2008) e veleggiano verso il milione: sono praticamente triplicati negli ultimi otto anni tra nuovi arrivi e nascite in Italia. Seicentomila di loro sono nati in Italia, circa 50 mila sono i minori arrivati da noi senza genitori, gli altri sono qui grazie ai ricongiungimenti familiari. La tendenza è in costante aumento e in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia i bambini nati da genitori stranieri in Italia sono già oltre il 20% del totale. Di pari passo negli ultimi dieci anni gli studenti stranieri sono aumentati di oltre sei volte: sono circa 600 mila (dato Istat) e vengono principalmente dall'Albania, dal Marocco, dalla Romania, dall'ex-Jugoslavia e dalla Cina. La nascita o l'arrivo in Italia in età prescolare è determinante per una loro migliore integrazione, come dimostra uno studio di diverse Università italiane insieme all'Ismu. I bambini imparano velocemente l'italiano, assumendo in molti casi addirittura l'accento della città che li ospita. Più complesso fare gruppo quando si arriva adolescenti, soprattutto se si è donna: solo il 7% di loro frequenta i coetanei italiani al di fuori dalla scuola, contro il 22% dei maschi. Collante anche in questo caso lo sport, vero lasciapassare dell'amicizia. Ad allenarsi in una squadra sportiva è meno di una ragazza su tre, contro il 45% dei coetanei uomini. Altro aspetto fondamentale nella capacità di integrarsi è l’istruzione dei loro genitori. Anche in questo caso sono le figlie di genitori non istruiti a trovare le difficoltà maggiori: solo il 23% esce con amici italiani o stranieri, contro il 54% delle ragazze i cui genitori sono laureati.