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Milano
Assistere all'incontro assieme alle due comunità: questa l'idea di Terre di Mezzo per avvicinare le rispettive culture e contaminare anche i milanesi (VEDI VIDEO)
La partita è finita 1-0 per l’Argentina, ma poco importa. Sabato 12 giugno l’evento organizzato dall’Associazione Terre di Mezzo ‘Razza di Mondiale’ al Pime di via Mosè Bianchi a Milano ha avvicinato le due comunità mescolandole ai milanesi, con l’espressa intenzione di raccontare le rispettive realtà per come vivono e lavorano a Milano.
1.400 i nigeriani presenti in provincia secondo i dati Ismu, 600 in città. Ma dire nigeriani è dire nulla: “Noi siamo Yoruba, Igbo, Hausa, Benin” ci spiega Olla, referente della comunità nigeriana di San Donato Milanese. Diverse etnie con regole sociali, culture, lingue e piatti tipici diversi.
“Sono differenti i nostri volti, i nostri modi di vestire e ci capiamo solo parlando in inglese”, ci spiega sorridendo. Ad esempio, gli Yoruba vestono l’Iroatibuba, una sorta di tunica avvolta attorno a una spalla, ma “sono molto più sobri degli Igbo, che invece amano colori esagerati, soprattutto il rosso”. Olla nega, ma queste etnie non amano troppo mescolarsi, e in provincia esiste un’associazione che è aperta esclusivamente agli Yoruba, che in Lombardia – e in Italia, ma anche in Europa – è di gran lunga l’etnia principale.
“Noi torniamo spesso a casa, in Nigeria (l’etnia Yoruba si concentra nel sud ovest del Paese). Io sono a Milano da 24 anni, ho studiato qui, lavoro, ho la mia famiglia: ma ancora ci torno in media due volte l’anno”, ci dice Olla. I milanesi – spiega - non amano le persone di colore, e ce lo conferma anche la sorella minore, che è arrivata in città da pochi mesi.
“E venti anni fa era molto peggio - ricorda Olla: io non amo i milanesi perché sono state troppe le brutte esperienze di una vita passata qui: insulti, sguardi storti. Ancora oggi, al supermercato, mi capita di sentire battute come ‘Hai visto il caffè latte?’ Invece appena posso scendo a Roma, Napoli, Firenze, dove ho molti amici, le comunità presenti sono più numerose e le persone in genere più tolleranti. La mia città preferita in assoluto è Firenze: sembra di stare in Inghilterra o negli Stati Uniti, la gente non ti guarda come se fossi un animale strano, c’è integrazione e rispetto. E poi la città è meravigliosa e ci sono un sacco di cose da fare e da visitare”.
La Nigeria è divisa in 36 Stati, il più importante Sultanato è Sokoto, il cui Sultano è la massima autorità islamica del Paese. Le tre etnie citate formano i cosiddetti Big Three, dai quali è sorta la conflittualità politica e militare iniziata negli anni ‘60. La questione fondamentale riguarda l’utilizzo delle molte risorse presenti nell’area – sfruttate anche da multinazionali italiane, come Eni - e la divisione del potere tra il Nord musulmano e il più emancipato e produttivo Sud cristiano. A mantenere il caos politico oggi intervengono soprattutto le minoranze del Delta del Niger - Ijaw, Ilaje, Urhobo e Ogoni - che cercano di contrastare le multinazionali petrolifere, in particolare Shell, accusate di sfruttare le risorse senza ridistribuire i profitti alla regione e distruggendo l'ecosistema sul quale si basa la sopravvivenza di pescatori e agricoltori.
“Le associazioni presenti in Lombardia – ci dice Carlo Giorgi, di Terre di Mezzo – formate da piccoli imprenditori e commercianti, lottano per cambiare il giudizio comune sui nigeriani, che spesso vengono collegati allo sfruttamento della prostituzione e alla delinquenza”. Secondo Olla, gli Yoruba preferiscono un’attività in proprio, il lavoro autonomo, come gli Haussa, “mentre per gli altri è indifferente e fanno ogni tipo di lavoro”.
Se gli argentini non sono molti di più – 1.250 nella provincia milanese, 750 nel Comune (dati Ismu) – il loro rapporto con Milano e l’Italia è totalmente differente. Molto più facile. Ha scritto Marcello De Cecco su La Repubblica che tra tutti i Paesi toccati dagli italiani, quando erano loro ad emigrare, l’Argentina fu l’unico dove riuscirono a costituire la maggioranza della popolazione. Si calcola che più di 25 milioni di argentini abbiano almeno un antenato nostro connazionale: è la comunità più rappresentata nel Paese. La capitale Buenos Aires è la 9° cittá al mondo per numero di italiani.
Eppure anche gli argentini che adesso arrivano qui, a Milano, non ne parlano bene: “Se posso essere sincero – ci dice Fabian, in Italia da una vita, di origini italiane, spagnole e francesi – ho trovato ostilità da parte dei miei stessi parenti… ho tenuto le valigie per tre giorni sul pianerottolo”. Curiosi della diversità? “L’Italiano è come il topo: curioso come si può esserlo in autostrada, quando dopo una lunga coda passi vicino all’incidente e ti fermi per guardare, mai per intervenire”, conclude amaro.
Per quanto riguarda quella italiana, arrivò dopo i coloni spagnoli, tra la fine del XIX secolo e la metà del XX secolo: da Piemonte, Veneto e Lombardia, più tardi da Campania e Calabria. Il lunfardo (da lombardo) era il gergo utilizzato nelle zone povere di Buenos Aires e Montevideo, ma chiaramente ancora oggi persistono influenze del nostro dialetto regionale.
Stando alle stime di Ethnologue, ci sarebbero in Argentina 1.500.000 italofoni, e oltre 500 mila italiani censiti dall'AIRE, di cui il 63% ha partecipato alle ultime elezioni politiche: la percentuale più alta in assoluto, con una media mondiale del 44,88%, che testimonia quanto sia ancora sentito il legame con il nostro Paese. “Per noi è come una missione venire qui – ci dice Alejandro, mediatore culturale da più di venti anni a Milano – per ripercorrere a ritroso il cammino che fecero i nostri nonni”.
di Michela Dell'Amico (12 giugno 2010)
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“Non ho la febbre dei mondiali e guardo le partite solo se capito davanti a una tv accesa. Sono immune alla malattia del tifo e sono un dissidente del campionato del mondo, perché considero sbagliato un Mondiale che colloca l’Africa su una carta geografica: dovrebbe esserci per altri aspetti, come la creatività, la letteratura, soprattutto quella femminile delle giovani scrittrici, oppure per l’arte e la musica di Youssou N’Dour. Senza dimenticare i Paesi che si affrancano dalle dittature. Comunque, preferisco che si parli dell’Africa per i Mondiali piuttosto che per la fame o le guerre con cui si è soliti ricordarla”.
Wole Soyinka, drammaturgo e poeta nigeriano premio Nobel per la Letteratura nel 1986, ne ha parlato a Genova, ospite del sedicesimo Festival Internazionale di Poesia.