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Milano

 

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Foto di Periferie, presto o tardi banlieue

“Bassa conflittualità manifesta, alto potenziale di rischio”: questo il quadro del fenomeno immigrazione per come emerge dallo studio dell'Università Cattolica di Milano ‘Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane’, voluto dal ministro dell'Interno Roberto Maroni. Lo stesso ministro, nel corso della conferenza di presentazione, ha spiegato che “si apre oggi una fase nuova, con un accordo nella gestione degli interventi per l'integrazione”. Il governo presenterà a breve – ha detto Maroni - il modello di integrazione italiano, la nostra via alla convivenza pacifica che affiancherà i sistemi francese e britannico. Questi ultimi due, considerati falliti da molti osservatori, all’indomani dell’11 settembre, possono essere schematizzati come un sistema totalmente inclusivo, quello francese, accusato però di trascurare le culture d’origine (vietando per esempio i simboli religiosi in toto, e considerando tale anche il velo islamico); ed esclusivo il secondo, il modello britannico, criticato al contrario perché ‘ghettizzerebbe’ gli stranieri.

 

La nostra proposta, il nostro modello – ha spiegato il ministro - si baserà proprio sullo studio della Cattolica, chiamata ad esprimersi in particolare sulla questione: le periferie delle nostre città possono dar luogo a eventi quali quelli delle banlieues francesi? Ovvero rivolte urbane scoppiate contro lo Stato? Lo studio ha analizzato la realtà di periferie tristemente famose: una è quella di Milano, via Padova. E infatti i ricercatori dicono: “C’è la possibilità dell’emersione improvvisa del conflitto. Anche un singolo episodio può fungere da catalizzatore di contrasti latenti, cioè causa scatenante di manifestazioni violente”. Esattamente quanto è già successo.

 

Spiegano i ricercatori: in questo momento non c’è il rischio banlieues, ma ci sono buone ragioni per credere che presto le cose cambieranno, anche a seguito della attuale crisi economica. Il momento non è ancora arrivato – dice lo studio – perché “la seconda generazione italiana non ha ancora le dimensioni che assume nella società francese e, di fatto, sta cominciando a formarsi proprio in questi anni”. Ma veniamo alle conclusioni della ricerca, quelle che dovrebbero guidare le scelte del nostro governo.

 

Le periferie, definite “aree deboli”, devono essere “luoghi di interazione, di attività collettive, comunicazione e scambio”. Servono “riferimenti identitari” e per far fronte al disagio sociale occorre riqualificare le zone degradate (la teoria delle ‘finestre rotte’), ridurre l’affollamento abitativo e fornire servizi efficienti. Non bastano le forze dell’ordine – si specifica nella ricerca – (…) serve piuttosto un miglior coordinamento tra le istituzioni”

 

E di mancanza di coordinamento tra le istituzioni ce ne parlano sempre da Milano, quando cerchiamo di capire a che punto è il piano di integrazione che doveva rimodellare la città, soprattutto la zona 2, entro lo scorso marzo. Ebbene, mentre il sindaco di Milano Letizia Moratti ci dice che il piano non solo è pronto, ma anche in parte operativo (VEDI VIDEO), l’ufficio che se ne occupa in Comune ci dice che è in fase di ultimazione e che non è possibile svelarne i dettagli prima della presentazione ufficiale. Ancora diversa la situazione descritta dalle associazioni che a febbraio furono coinvolte nell’elaborazione del piano stesso, che ci dicono di non essere state più convocate. “A fine febbraio il sindaco ci promise che saremo stati chiamati di lì a un mese – ricorda Carlo Bonaconsa, del comitato Vivere Zona 2 e referente di ‘Via Padova è meglio di Milano’ – per darci i risultati del tavolo di lavoro. Ma non abbiamo più sentito nulla”. Mancanza di coordinamento e tendenza alla schizofrenia emergono anche nel fiore all’occhiello milanese in tema di integrazione, il progetto Start (VEDI BOX).


In Italia – ancora qualche dato emerso dallo studio - vivono oggi 5 milioni di stranieri, che vengono da Paesi a forte pressione migratoria: 500 mila in più rispetto all'anno scorso. E gli irregolari rappresentano il 10,7% degli stranieri. Nel 2009 la popolazione extracomunitaria (eccetto quella che arriva dalle nazioni più ricche) è aumentata di più (+10,8%) rispetto ai quattro anni precedenti (+9,4%). Con questi tassi potrebbe raddoppiare nell'arco di otto anni. Sembra proprio che la questione non sia rimandabile, e necessiti di un piano di integrazione vero, che ascolti la realtà delle periferie e ne faccia tesoro, adattandosi alle diverse esigenze locali. Un piano che sia guidato da idee semplici e chiare e con un coordinamento inattaccabile, tra chi è chiamato a renderlo effettivo.

di Michela Dell'Amico

{ 1 Commenti }

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Luca ha scritto:
2010-05-13 18:28:30
... E Maroni continua a parlare di banlieues! Ma i disordini che sono successi nelle periferie francesi, nascono in un contesto completamente diverso, che ben pochi in Italia hanno capito. La causa scatenante è la mancanza di lavoro in aree abbandonate a se stesse in seguito alla delocalizzazione delle industrie (tra l'altro, aree costituite da immensi complessi popolari senza servizi e con pochi collegamenti). Questo è avvenuto specialmente nelle banlieues a nord-est di Parigi. Mentre in città e nelle banlieues a sud-ovest (più ricche) c'è stata maggiore pianificazione, con una conversione post-industriale programmata. Ovviamente, ne è nato un circolo vizioso per cui se abiti in un certo quartiere, se hai una certa origine vieni discriminato sul lavoro. Ma tutto questo i nostri media e politici non ce lo dicono, a loro basta sbattere il fattaccio in prima pagina senza dare la minima spiegazione del contesto in cui è potuto succedere. E le risposte (che si danno da soli) sono sempre le stesse: più controlli! esercito! e via dicendo.
Il piano Start

Il progetto Start spunta sulle bocche di ogni politico milanese appena si inizia a parlare di integrazione. Si tratta in sostanza di un intervento per favorire l’inserimento sociale e scolastico dei ragazzi di origine straniera. Ma a fronte di un grande impegno economico del Comune sembra mancare un’idea complessiva, qualcuno che tenga le fila.

 

L’accordo di rete che definiva il progetto parlava di molti interventi che invece non sono stati attuati. Ci sono da un lato tantissimi corsi di lingua italiana e mediatori culturali garantiti all'interno della scuola pubblica a chiunque ne faccia richiesta, senza una precisa regia. Ma mancano ad esempio interventi – pur previsti nell’accordo – per i ricongiungimenti familiari o azioni e studi sui bacini di utenza. Ovvero quanti bambini stranieri accogliere per classe, e secondo quale criterio.


Eppure in fatto di pericolo banlieues sono esattamente i ragazzi ricongiunti, le seconde generazioni, il rischio da monitorare. Citiamo sempre lo studio della Cattolica: “Si evidenzia la difficoltà dei processi di integrazione delle nuove generazioni di immigrati, punto cardine sul quale riflettere in relazione anche agli avvenimenti francesi del 2005”.

"Uno dei problemi più seri – ha spiegato il ricercatore Davide Scotti della Cattolica, che ha seguito via Padova - è rappresentato dagli adolescenti che arrivano qui tramite il ricongiungimento familiare. Sognano di trovarsi in una situazione agiata e abitano invece in case fatiscenti, nelle quali certo non pensano di invitare i compagni di scuola”. In via Padova l'edilizia è privata e spesso si sviluppa quell' "economia del degrado" che vede i privati sfruttarlo questo degrado, affittando appartamenti senza doverli ristrutturare.