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Milano
Il senegalese Moussa Diop è innocente: vince l'assurda battaglia, durata un anno e mezzo, iniziata da un diverbio con i vigili milanesi. In Italia dal ‘92, sposato, un figlio, libero imprenditore, la storia di Moussa fece parlare Milano e l’Italia, nell’ottobre del 2008, e fece parlare di razzismo, di persecuzione per quell’uomo di due metri ammanettato faccia a terra nella piazza davanti alla scuola del figlio, piazza Gerusalemme, di fronte a decine di genitori indignati e di bambini spaventati, compreso il suo, Ismael, 6 anni, che venne poi abbandonato lì, mentre i vigili conducevano il padre al comando. Allora, il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato diramò una nota ufficiale, a seguito del grande clamore suscitato, unica voce a difesa di quei vigili, parlando di “necessarie misure di sicurezza, visto che il fermato ha reagito aggredendo gli agenti”, due dei quali si dissero feriti, con prognosi di 5 e 7 giorni.
“È stata decisiva invece per il giudice proprio la passività che il mio assistito è riuscito a mantenere in una situazione del genere” ci spiega l’avvocato Lucio Alfonso Liguori, che ha difeso Moussa insieme alla collega Sonia Canevisio. La denuncia di lesioni sostenute in un primo momento dagli agenti municipali, sparì infatti quasi subito nel nulla, “venne archiviata”. A formalizzare il decreto penale di condanna che giunse a Moussa, rimaneva “una contravvenzione dei vigili per il presunto rifiuto di rassegnare le generalità. Fatto che secondo la stesura del verbale costituiva reato”, continua Liguori. Ma ecco invece cosa ha stabilito il giudice che, il 3 febbraio scorso, ha dichiarato Moussa innocente con formula piena, perché “il fatto non costituisce reato”.
Nel dramma che coinvolse Moussa (vedi BOX) non c'è solo il fatto che il bambino e tutti i suoi compagni hanno assistito alla messa a terra e all’ammanettamento di un genitore ma, peggio ancora, l’uomo sarà condotto al comando dei vigili e costretto ad abbandonare per strada il figlio. Solo alcune ore dopo, rilasciato, Moussa potrà chiamare la scuola e apprendere che una signora che conosceva aveva messo il piccolo in classe, al sicuro. “Cosa può aver fatto un uomo che porta il figlio a scuola per meritarsi tanto? – si chiedeva la stessa mattina una mamma - Certo non può aver puntato la pistola a qualcuno, che mi sembra l’unico motivo per giustificare di bloccare una persona così, in così tanti, per terra, in mezzo a noi che urlavamo ‘Ma cosa fate’?” La domanda, rivolta ai vigili, continua la signora, ebbe questa risposta: “Ha avuto una contravvenzione”. Un altro genitore che ha assistito ai fatti, ha affisso dei cartelli al cancello della scuola, col titolo "Milano sicura?": in relazione a quell’azione “brutale, sproporzionata e fuori luogo, inaccettabile”.
Moussa Diop all’epoca era caporeparto in una ditta di materie plastiche. Nel quartiere lo conoscono tutti, è amato e rispettato. Quella mattina fu un piccolo esercito di mamme e papà a recarsi spontaneamente dai vigili, per rilasciare dichiarazioni a sconcertata difesa dell’uomo. Si erano sentiti parte in causa, “sentivano che quello che stava succedendo coinvolgeva anche loro e hanno dimostrato uno straordinario senso civico”, ci dice l’avvocato Liguori.
“La nostra difesa si è basata su due punti: da un lato le molte testimonianze a favore dell’uomo, ma poi soprattutto la stessa relazione dei vigili, che non dà adito a configurare un reato. Il giudice ha infatti stabilito che dichiararsi a disposizione di un agente dando un brevissimo intervallo di tempo giustificato – come in questo caso, dalla necessità di portare il figlio in classe – non è reato”. Al contrario, nella stesura del loro verbale, i vigili consideravano quell’atteggiamento un reato.
Per adesso, Moussa Diop, che in questo anno e mezzo di attesa ha sofferto moltissimo per questa storia, traendone anche ripercussioni serie nella sua vita in Italia, come la perdita del lavoro, si vuole godere la sua vittoria e non vuol sentir parlare di altri possibili ricorsi, come ad esempio una richiesta di risarcimento. Ma le domande senza risposta restano per noi molteplici: quale tipo di sicurezza possono garantire forze dell’ordine che si comportano in questo modo? Chi deve risarcire un uomo costretto a masticare polvere senza motivo davanti a classi di minori? Per chi lo conosce, per chi lo ha visto e lo vede per strada tutti i giorni, Moussa, da quell’ottobre del 2008, non ha più vestito lo stesso sorriso.
di Michela Dell'Amico
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Secondo la versione immediatamente resa dallo stesso Moussa, lui arriva nei pressi della scuola di via Mantegna e parcheggia l’auto. Scende e, mano nella mano del piccolo Ismael, procede a piedi. Lo avvicinano i vigili e gli chiedono patente e libretto, perché a loro dire aveva infranto il codice della strada: il figlio sarebbe stato senza cinture di sicurezza (la multa relativa a questa infrazione è stata impugnata e contestata). Lui mostra la patente, ma spiega che il libretto si trova in auto e quindi propone ai vigili di aspettarlo qualche minuto, il tempo di entrare nel portone della scuola, a pochi passi da loro, e che poi, tornando indietro, sarebbe stato a loro disposizione. Oppure, dice ai vigili di accompagnarlo, e poi tornare insieme alla macchina. Ma loro rifiutano. "La discussione ha preso toni sempre più accesi, fino a quando mi hanno detto di stendermi a terra - ci spiega Moussa - mi hanno ammanettato dietro la schiena, in sei, tenendomi un piede in mezzo alle spalle. Davanti a mio figlio e davanti a tutti i genitori della scuola”.