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Milano
‘Milano: razza di città’: è sabato pomeriggio e parte la delegazione dei curiosi organizzati da Terre di Mezzo (GUARDA IL VIDEO). L’obiettivo? Conoscere. Entrare nelle botteghe di questi strani cinesi, così chiusi, così chiacchierati.
I cinesi sono la più antica comunità straniera a Milano, e in Italia. “Arrivano qui dalla metà degli anni 30’ e sono un primo drappello che giunge dalla Francia, dove si trovavano a combattere nel fronte antitedesco della Prima Guerra” ci spiega Carlo Giorgi, ex direttore del magazine Terre di Mezzo, quando siamo tutti presenti all’incontro, in Largo Medici, via Canonica. “Non è un caso se ci troviamo qui: questa è stata la prima strada abitata da cinesi. Si sono concentrati qui perché questa al tempo era periferia, però appena fuori la città: quindi economica, ma pratica”. Una volta arrivati a Milano iniziano a organizzare piccoli commerci, vendono ninnoli, cravatte di seta e insomma cercano nuovi mercati: uno di questi sarà proprio l’Italia, che ‘conquisteranno’ a partire da via Canonica.
La prima tappa del nostro viaggio dentro Milano è la Chiesa SS Trinità di via Giusti, a pochi passi. Qui Don Domenico Lin ci accoglie in una sala non proprio elegante ma ordinata e spaziosa, quattro file di tavoli e due lavagne su un piccolo palco. Ci racconta prima di tutto dei corsi di italiano gratuiti per i cinesi, fatti da una decina di volontari italiani, “dove i cinesi corrono a imparare questa lingua difficile appena chiudono le loro botteghe, prima di cenare. Ceneranno, alle 11 di sera, una volta tornati a casa: questo vi dimostra che non è vero che i cinesi sono chiusi, loro soffrono moltissimo l’incapacità di esprimersi bene nella lingua del Paese che li accoglie. Come fai a integrarti, a farti nuovi amici, se non sai parlare la loro lingua?” ci chiede don Domenico con un sorriso. Altra cosa molto bella – ci racconta - è che ci sono corsi gratuiti anche per gli italiani che vogliono imparare il cinese. “Pensate, nel corso attuale ci sono due italiani che hanno più di 80 anni!”
Don Domenico è pieno di aneddoti e chicche curiose. Ci parla delle tradizioni più sentite, come il capodanno cinese, che è un evento familiare come il nostro Natale. Da tutto il mondo si torna a casa, altrimenti vuol dire che la tua vita è triste, che non riesci a godere della festa più importante dell’anno. Per questo – per chi è radicato a Milano – la chiesa organizza una grande festa, condivisa con gli italiani: addirittura si prevede un presentatore cinese e uno italiano. Si affronta poi la crisi economica, che per la prima volta ha messo in strada molti cinesi. “Non si era mai visto un cinese che dorme in stazione o fa l’elemosina, come invece si vede in questi anni”, ci dice. Don Domenico ci parla anche della medicina tradizionale: “Io ho il mio medico al Policlinico – ci confessa sorridendo – ma la medicina cinese è molto importante, e valida. Diciamo che ci sono cose che si curano meglio con la medicina occidentale, altre con quella orientale”. E poi tocchiamo il tema dei finanziamenti e ci spiega come la loro chiesa sia, in sostanza, autogestita, come tentino di vivere risparmiando e senza sprechi, “perché i soldi che abbiamo non sono molti”. Gli chiediamo se sono tanti i cinesi che arrivano in Italia non solo per lavorare, ma per sfuggire alle persecuzioni che, ancora, il governo cinese riserva ai cattolici. Ci risponde elusivo, dice che la situazione tra governo e religione è negli ultimi anni molto migliorata.
Terminato l’incontro con padre Lin, la parola passa al giovane Yang, attore del film documentario “Giallo a Milano”. Dispone le sedie in cerchio e poi si mette a testa in giù, in verticale sulla testa, per raccontarci il suo vissuto, la scissione che è propria degli immigrati di seconda generazione. Ride spesso e ci prende in giro, ci provoca, ma poi ammette che la sua maschera è difensiva, e di non farci troppo caso. Si è unito al gruppo con la sua mamma, Zhang, che non perde mai di vista e alla quale traduce ogni frase. Sempre a testa in giù ci parla del padre, che è malato di cancro e – per questo – ancora non sa dell’uscita del film. Perché la notizia del figlio attore dovrebbe essere una cattiva notizia? Perché si parla di vita privata, di famiglia, “e per lui queste cose non si devono risolvere platealmente”.
Torniamo al principio, all'introduzione di China Town da parte di Carlo, la nostra guida. “In via Canonica i cinesi restano poche centinaia fino agli anni ‘80. Il boom arriva nei ’90, con 25-30mila persone, che diventano 170mila in tutta Italia nel 2008. A Milano oggi sono circa 40mila quelli regolari, e altri 20-30mila ancora senza permesso di soggiorno. Si tratta – e questo è importante sottolinearlo – di un popolo che arriva dalla parte sud orientale della Cina, “un po’ i brianzoli della Cina! Non tutti così operosi, attivi nell’artigianato familiare”.
Parlo un po’ con gli altri partecipanti a questa gita. Sono giovani e meno giovani, sono tutti entusiasti. Visitiamo un negozietto cinese, uno di quelli così pieni di oggetti di ogni tipo da far girare la testa, da far tornare bambini: questo a che servirà? E questo costa pochissimo! “Non avevo mai messo piede in uno di questi negozi, pensavo: chissà quale mostro si nasconde qua dentro…È un peccato, viviamo la stessa città ma come su due binari paralleli”, mi racconta una ragazza.
Un po’ quello che ci aveva già suggerito Yang: “Dividiamo uno spazio comune? E allora veniamo fuori, mostriamoci per quello che siamo.
L’esperienza in zona Sarpi tocca tutti i suoi aspetti, e non può quindi mancare una visita alle botteghe storiche, quelle gestite da generazioni di famiglie italiane, da magari più di un secolo. La ‘Macelleria’ di Walter Sirtori è senza dubbio il luogo più suggestivo di tutta la visita: scendiamo nelle sue cantine e si apre un mondo fatto di cura estrema, di amore vero per quei prosciutti e culatelli a riposo come diamanti, custoditi con i guanti, tra volte in pietra e marmo di Carrara, per il lardo. “In loro rivedo i miei genitori, quella stessa voglia e necessità di fare che era tipica del dopoguerra – ci dice Walter, un signore dal largo sorriso e dal camice candido di salumiere -.”
I cinesi? Remo Vaccaro, presidente dell’Ales, l’associazione dei commercianti del quartiere, ci fa anche lui da Cicerone, e ci dice: “Una convivenza fantastica. Il mio socio è cinese ed è una persona straordinaria”.
Ancora saltiamo dai vini delle Cantine isola, enoteca antichissima, all’abbigliamento da uomo di ‘Gianni’. Ci sembra che tutto fili liscio tra italiani e cinesi, tra commercianti milanesi e colleghi dagli occhi a mandorla, tra una costata di vitello e il licious, tra un bicchiere di barolo e uno spaghetto saltato misto. Sono loro ad assicurarlo, i 'vecchi' negozianti locali: “I cinesi sono ottimi clienti – ci dicono praticamente in coro – si accostano alla nostra cultura e la scoprono, puntando volentieri alla merce di qualità”.
di Michela Dell'Amico
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“Giallo a Milano”, il film documentario sull'insediamento cinese più antico d'Italia, sarà ancora in sala il 28 aprile, alle 21, al cinema Palestrina di Milano e dovrebbe poi approdare al cinema Mexico. Il regista Sergio Basso fa luce su una comunità vista spesso come una minaccia dai milanesi. L'immagine di Sarpi viene rovesciata invece come un calzino, entrando nelle sue botteghe, nelle case e nelle vicende familiari. I protagonisti sono cinesi che si raccontano alla telecamera per quello che sono e per quello che sentono: il conflitto tra generazioni, la prima emigrata da anni ma ancora esclusa, amara. La seconda, che dice 'va a ciapà i rat' e si sente italiana, e ignora o trascura la cultura di origine. Ancora, coppie clandestine che sperano di ricongiungersi con la famiglia, coppie che sperano in un futuro migliore. Di occidentali ce ne sono pochi, voci fuori campo che raccontano l’importanza di un percorso di integrazione. "Mi piacerebbe che guardando Giallo a Milano il pubblico pensasse che a Chinatown non c’è una massa di cinesi ma un insieme di persone", dice il regista, 34 anni, laureato in lingue orientali a Cà Foscari. Non vogliamo rovinarvi la sorpresa, ma come molti di voi sapranno, 'Giallo' indica il colore della pelle, ma anche il giallo di un thriller.