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Milano
Tante le iniziative organizzate dalle realtà locali per favorire l'inclusione sociale nonostante i tagli del Comune
Dopo i fatti di via Padova di Milano del 13 febbraio scorso, il consiglio di zona 2 di martedì 16 tratta di parcheggi e concessioni. Al telefono ci confermano che l’ordine del giorno rimane quello fissato: la morte di un 19enne egiziano e la successiva rivolta non cambiano le cose. Cerchiamo di avere un commento dal presidente, Luca Lepore, ma invano, e nei giorni successivi il telefono della segreteria suona sempre a vuoto. Le cose non cambiano neppure per il resto delle istituzioni: comune, provincia e regione. La decisione è presa: un gruppo interforze di 130 uomini presiede via Padova, come annunciato dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e dal sindaco Letizia Moratti. Si tratta di agenti provenienti soprattutto dai reparti Prevenzione crimine di Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, che quindi avranno una permanenza limitata in città, prima di tornare nelle sedi di provenienza. Almeno i cittadini dovrebbero sentirsi più tranquilli.
Ma è davvero così? È di agenti in prestito che ha bisogno la zona di Milano più discussa del momento, dove ancora – a 4 giorni dall’omicidio – mercoledì è stato accoltellato un 16enne algerino?
Le politiche sociali in via Padova mancano, le associazioni ce lo gridano, la zona è totalmente lasciata a sé stessa e “noi volontari andiamo avanti per disperazione, perché onestamente non ce la sentiamo di abbandonare questi ragazzi”. Luisa Dell’Acqua, una giovane educatrice di strada di Comin, cooperativa sociale privata e laica, resta fredda quando ci dice che dal 2008 il Comune ha tagliato i finanziamenti e lei è finita dietro una scrivania. Insieme ai suoi colleghi, il suo compito era girare nei luoghi tipici d’incontro, il parco Trotter, le strade, i bar. “Il nostro obiettivo erano i ragazzi dai 12 ai 25 anni. Prima di tutto ci facevamo conoscere, gli spiegavamo che con noi era possibile organizzarsi per fare musica o teatro, avere informazioni sulla ricerca di un’occupazione, molto tempo lo dedicavamo al tema della droga, alla prevenzione”. Per 5 anni Luisa ha organizzato eventi al Parco Trotter, per lo più musica hip-hop e graffittari. “Devo dire che i gruppi che lavoravano con noi erano quasi sempre misti, italiani e stranieri di seconda generazione. Vi garantisco che la differenza tra di loro era pari a zero”. Quando nel 2008 il Comune taglia i fondi, la cooperativa di Luisa e molte altre associazioni fondano un comitato, per cercare di capire perché. Quel comitato, al quale Letizia Moratti promette vanamente un incontro, sta ancora aspettando una risposta.
Giusto un paio di settimane fa, incontriamo l’assessore alle politiche sociali di Milano, Mariolina Moioli, e le parliamo della necessità di integrazione in città. Lei taglia corto, e dice che Milano è in prima linea, che “Milano fa molto di più per gli immigrati che per i milanesi”. Mi sembra una cattiva notizia per entrambe le categorie.
“Via Padova manca di un intervento sociale da parte delle autorità”. Giorgio Fontana, giovane scrittore, ha ambientato il suo ‘Babele 56’ proprio sull’autobus dove è avvenuta la lite mortale tra l’egiziano e il sudamericano. “Mi spiego meglio: ci sono molte iniziative di quartiere legate soprattutto ai singoli. Le istituzioni sembrano disinteressarsi della via perché, chiaramente, non rientra nel solito stilema milanese della 'città della moda': ma è un errore cruciale, sia perché genera un sentimento di abbandono in chi ci vive, sia perché spreca un serbatoio di risorse straordinarie. Non è certo con la militarizzazione che si risolvono i problemi di interazione etnica, ma creando nuovi luoghi di incontro e nuove strutture: dando una mano a chi lo fa attivamente da anni, partendo dal basso”. Quello che bisogna evitare a ogni costo – continua Fontana – “è strumentalizzarla al fine di creare l'idea di via Padova come un ghetto o un posto dove non si può uscire la sera. Io vivo qui dietro da due anni e mezzo e ti assicuro che la via ha una coesione sociale molto più forte di quanto traspaia dalla cronaca”.
Nel suo ‘Calle’, studio sulle bande latinos di Milano, il sociologo Massimo Conte scrive che lo “scontro non nasce dall’appartenenza al territorio, ma dalla precarietà e dall’attraversamento di quel territorio. È l’indigenza e il dover dividere piccoli spazi a creare tensioni”. Conte esclude prima di tutto l’ipotesi di scontri tra bande giovanili, i famosi ‘Latin Chicago’ che sui giornali hanno fatto molto periferia disperata a stelle e strisce, ma che – ci spiega Conte – in via Padova non esistono praticamente più. “Si tratta di un innalzamento della violenza tra pari, che si misura spesso in ambienti dove la povertà, il degrado e l’abbandono la fanno da padroni”. Ma via Padova è soprattutto buone notizie, belle iniziative – ci fa notare. Via Padova, come tutta Milano, soffre: ma vanta anche un associazionismo che la rende – invece – un esempio di meravigliosa integrazione: c’è l’orchestra multietnica, c’è la scuola del sole al Parco Trotter, c’è il prete che apre la sua chiesa alla preghiera islamica. Via Padova sono 40 associazioni che per rispondere a un omicidio organizzano una festa multietnica per fine maggio, alla quale parteciperanno davvero tutti: ve lo immaginate l’associazione culturale boliviana che discute di festoni con la Casa della Cultura islamica? Tutte cose che nei giornali non trovano spazio - ci rimprovera.
Questo certo non significa negare l’esistenza del problema, anzi. Paolo Buffoni è tra i fondatori di Todo Cambia, associazione interculturale, vive in via Padova e lavora a Corvetto, altra zona multietnica. Insegna italiano e la sua classe è formata da sudamericani ed egiziani. Proprio le due componenti dell’omicidio del 13 febbraio. “Il mio gruppo è pacifico, ma non nasconde i pregiudizi. Esattamente come gli italiani, e con lo stesso intento dispregiativo, i latini chiamano tutti gli arabi marocchini. Dal canto loro, i nord africani disprezzano in generale l’abitudine dei sudamericani di bere, e di farlo in pubblico: fatto doppiamente deprecabile per loro”. Insomma, una questione banale che però – dovendo dividere ogni minuto della giornata in condizioni precarie, in questo caso schiacciati sull’autobus 56, perennemente sovraffollato – è sfociato in un atto di violenza estrema. A mio avviso la soluzione si deve raggiungere per due strade: concedere spazi e possibilità di sfogo, di divertimento, di incontro a questi giovani e costruire abitazioni a buon mercato. Il sovraffollamento delle vecchie case di via Padova non può che aumentare la pressione di vite difficili, segnate da mille disperazioni”. Anche Todo Cambia non gode di finanziamenti pubblici, tranne che per i corsi di italiano. Tutto il resto è nelle mani dei soci, e nella buona volontà di chi lavora anche gratis.
E infatti via Padova si sta mobilitando per via Padova: oltre 40 realtà tra associazioni, parrocchie, scuole, biblioteche e centri sportivi, attive nel quartiere, si riuniranno il 25 febbraio in una conferenza stampa al Centro di cultura islamica di via Padova, al 144, per “approfondire le tematiche sociali e culturali” e per illustrare le diverse attività sociali che animano la sua vita, in vista anche della due giorni di festa organizzata per il 22-23 maggio.
Sempre per riflettere su quanto successo il 13 febbraio scorso, è in fermento anche l’Orchestra di via Padova: insieme a Rapsodia Trio, sta organizzando un ‘Concerto spontaneo’ per il 28, al Teatro di Parco Trotter. Cose normali, eventi comuni, ma che adesso si spera riescano a richiamare l’attenzione di chi – anche per via Padova – dovrebbe finalmente pensare a finanziare politiche d’integrazione a lungo termine.
di Michela Dell'Amico
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L'Orchestra di via Padova, con 15 musicisti, 10 italiani e 5 stanieri, è il simbolo dell'integrazione a Milano. Questa è la lettera aperta che hanno scritto dopo l'omicidio dell'egiziano 19enne dello scorso 13 febbraio.
In questi giorni vengono dette tante cose su Via Padova, sull'integrazione e sull'intolleranza.
Vista dal di fuori la nostra esperienza di condivisione sociale e culturale viene vista come qualcosa di eccezionale, di unico. Non è così. Noi siamo lo specchio di quello che non si vede nei telegiornali, delle persone normali, che vivono e convivono. Delle mamme che portano i propri figli a scuola e poi si prendono un caffè al bar insieme, senza accorgersi neanche che magari una mamma è italiana, l'altra marocchina e l'altra peruviana, e il barista è cinese. Nessuno se ne accorge perché è la cosa più normale di questo mondo, e le cose normali non fanno notizia.
Quello che è successo è tremendo: per futili motivi è scoppiata una rissa e un ragazzo ha accoltellato un altro ragazzo. Nessuno parla di questo perché è molto più d'effetto mettere il dito su uno scontro interetnico che in realtà non esiste fra le persone che quotidianamente lavorano e vivono in pace. Dopo questo fatto, pochi facinorosi, indisturbati, hanno incominciato a devastare. Per ore hanno agito liberamente e impunemente lasciando credere che Via Padova sia quella cosa lì. Loro erano qualche decina, Via Padova è 4 chilometri e mezzo di case piene di persone.
Noi, insieme agli Amici del Parco Trotter chiediamo che il Comune non ci mandi solo l'esercito, ma soldi e risorse per risanare le scuole, assistere gli anziani, i giovani, i bambini, creare spazi di incontro e socialità, migliorare la vita del quartiere e renderla più sicura dal punto di vista, prima di tutto, sociale.