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Milano
Per la prima volta un gruppo di immigrati si oppone allo sfratto e occupa un immobile fatiscente. Nasce una cooperativa che chiede legalità e che spera di coinvolgere tutta Milano
Hanno occupato uno stabile fatiscente e semi-abbandonato, lo hanno ripulito e si sono organizzati in cooperativa, per chiedere alla proprietà un contratto legale: che sembra molto vicino. E’ un esempio unico, a Milano, quello in corso in via Sangallo 5: l’obiettivo, il sogno, di queste 15 famiglie immigrate, che si sono riunite in cooperativa, è darsi una casa regolare e dignitosa, ma anche coinvolgere Milano nel miracolo che hanno creato: unire asiatici, africani, sudamericani e rom. Rendere lo stabile funzionale, pulito e accogliente, e poi aprirlo a tutti i milanesi, vecchi e nuovi, con spettacoli, cinema, condivisione.
Bruno Menotti, dell’associazione Action Migranti, ci racconta come è nata la cosa. “Come succede in tantissimi stabili abbandonati o degradati, qui solo tre appartamenti erano occupati, fuori dalle regole e in totale abbandono. Tutto il resto era vuoto, e veniva usato “di passaggio”: si passava dalla finestra, si dormiva per una notte...”. Gli inquilini invece pagavano fior fior di affitti ai proprietari: come Angela, qui dall’Ecuador da 15 anni, 900 euro al mese per un bilocale al primo piano. “E senza riscaldamento, senza luce, con il portone senza serratura, topi ovunque. A me è anche capitato un allagamento, e l’amministratore è rimasto assolutamente indifferente”, racconta. Lo dice alla prima assemblea che il “nuovo” condominio di via Sangallo organizza pochi giorni dopo l’occupazione, a fine settembre. Nella stessa occasione spuntano fuori vicini di casa, associazioni, immigrati che hanno sentito della cosa e vogliono dare una mano. Josè è anche lui dell’Ecuador e chiede agli abitanti di non mollare: “Dobbiamo creare un precedente. Basta essere usati come oggetti”. La rabbia è comprensibile: “Non è un caso - spiega Menotti - che le tre famiglie in questione fossero immigrate: una categoria debole, che è facile mettere sotto torchio. La situazione “tipo” in questi casi è: affitto in nero a caro prezzo, chiudo un occhio – e tu sganci 150 euro in più a persona – se accogli altre persone, amici e parenti clandestini”, spiega Menotti. Quelle tre famiglie però a un certo punto non ci sono state più, e hanno smesso di pagare l’affitto. Hanno quindi ricevuto lo sfratto per morosità, e lì è nata l’idea di ribellarsi, e occupare: portando altre 12 famiglie senza un tetto. L’arma che i padroni di casa avevano in mano, spiegano dalla casa, si è quindi ritorta contro di loro.
Affittare casa a clandestini è infatti in Italia un reato grave e “diciamo che la polizia ha chiuso un occhio. Sta aspettando che la proprietà si accordi con noi. Se non dovesse succedere procederebbero allo sgombero dell’immobile, ma anche alla sua confisca”. E a perdere la partita più grossa sarebbe dunque il padrone di casa. La contro-proposta di questa coraggiosa cooperativa adesso è comunque del tutto onesta: un canone annuale di 3mila euro, una garanzia di poter restare almeno 2 anni, tutta la ristrutturazione del palazzo a carico della cooperativa, con contratti registrati e in regola.
“Se riusciremo nell’impresa, se sarà possibile regolarizzare questa situazione - dice Menotti -, recupereremo un intero palazzo, sottraendolo al degrado, ma anche alla confisca, e quindi saranno garantiti gli interessi delle due parti. Questo al momento è l’obiettivo della cooperativa”. Una volta raggiunto, il passo successivo sarà aprire via Sangallo 5 a Milano, mostrare il proprio modello “con eventi e momenti di condivisione con la città”, si è detto all’assemblea.
Un obiettivo ambizioso, ma importante: “Quando arriviamo come immigrati pensiamo solo a lavorare a testa bassa e a guadagnare soldi, a trovar casa – ha detto a quelle famiglie Edda Pando, dell’associazione Todo Cambia – poi però ci accorgiamo che i soldi non sono tutto. E chi è qui da 20 anni lo sa. Oggi la vita, per noi, è molto peggiorata: dalle leggi alla percezione che le persone hanno di noi. E’ giunta l’ora di cambiare, di parlare, di interagire con la società che ci accoglie”.
di Michela Dell'AMico (4 novembre 2010)
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