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Milano

 

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È considerato un estremista dall'amministrazione Moratti e rifiutato come interlocutore, Abdel Hamid Shaari si racconta a Mixa e si toglie qualche sassolino

Foto di Shaari sfida Milano

Abdel Hamid Shaari è presidente del Centro Islamico di viale Jenner. Ha proposto, in vista delle amministrative del 2011, una lista civica per dare voce alle migliaia di stranieri che vivono a Milano e che spesso non si sentono né interpellati né rappresentati. In seguito però “alle strumentalizzazioni che sono state fatte” e alle accuse ricevute di voler fondare il primo partito islamico italiano, ha preferito parlare con Mixa di alcuni aspetti problematici della situazione che lui e la sua comunità vivono in prima persona, e aspettare di discutere eventualmente della lista civica una volta ufficializzata la proposta.

 

Il quadro che ci ha descritto è una realtà spesso difficile e, nonostante questo, trascurata e colpevolizzata da parte dell’attuale amministrazione comunale. Shaari denuncia una mancanza di interesse sistematica per i problemi degli immigrati. Secondo lui, “c’è una parte politica che deve sempre terrorizzare la gente per avere in cambio dei voti e utilizza l’odio per non parlare dei problemi reali di Milano”, senza tener presente invece che gli stranieri sono una risorsa sia per la città che per il Paese, “dato che rappresentano il 12% del Pil nazionale”.

 

Nella logica della politica della paura a priori rientrerebbe anche l’ostilità nei confronti della realizzazione della moschea anche se, precisa Shaari, “quello che la mia comunità chiede è la messa a disposizione di uno spazio più grande, e adeguato, per allestire una sala di preghiera e non una moschea”.

 

Il problema sicurezza verrebbe quindi sempre anteposto alla disponibilità al dialogo e così, spiega, non si favorisce l’integrazione. Quell’integrazione di cui, giusto qualche giorno fa, proprio il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha parlato da Rabat, in Marocco, affermando che l’obiettivo dovrebbe essere “l’inserimento dello straniero nel tessuto sociale attraverso l’insegnamento della lingua e del rispetto delle regole”. A questo proposito Shaari sottoscrive la visione di Fini, facendo notare però che è proprio l’ala politica di cui lui fa parte che non ha mai cercato di porre i presupposti per questo tipo di confronto.

 

“A Milano per esempio - dice Shaari - c’è il totale disinteresse riguardo le difficoltà degli stranieri, a meno che non sia una questione che riguardi l’ordine pubblico, come quello del permesso di soggiorno. Si tende ad avere una visione dello straniero come un problema, e non come una risorsa. Una volta c’erano i mediatori culturali, adesso li hanno tolti. Una volta in questura c’erano uffici in cui lavoravano gli stranieri, il che agevolava il rapporto tra immigrato e istituzione, adesso hanno tolto anche questo tipo di servizio. Io non sono contrario all’integrazione, ma all'assimilazione: vorrei vivere in una società dove posso fare quello che fanno tutti gli altri, sia nel rispetto dei doveri che nel godimento dei diritti, con l’unica differenza, per quanto mi riguarda, che io sono di religione islamica: per questo chiedo un posto dove poter pregare e dove insegnare ai miei figli qual è la mia religione e la mia cultura, e allo stesso tempo spiegare alla gente qual è il ruolo di un musulmano nella società non musulmana come quella italiana”.

 

Gli abbiamo chiesto se pensa che la sinistra possa dare risposte più concrete rispetto alle esigenze degli stranieri e in particolare della comunità islamica. “Almeno – risponde Shaari - avremmo un interlocutore. Io ho sempre avuto il centro sinistra come interlocutore, non per mia scelta personale ma per scelta loro che mi hanno chiamato, anche se ultimamente meno. La discussione con il centro sinistra è più facile perché a loro manca una cosa fondamentale: l’odio strumentale verso l’altro, motivo per cui il dialogo è più facile”.

 

L’impegno al confronto è inteso in modo reciproco, e infatti il Centro Islamico sarebbe disponibile a farsi promotore di iniziative socialmente utili, come l’organizzazione di corsi di lingua durante i quali si potrebbe anche parlare della Costituzione.

 

Shaari non si dice contrario neppure alle scuole per imam, come quelle che sono state organizzate in Francia e in Germania per "controllare" il messaggio religioso e prevenire l'estremismo e il terrorismo, ma - dice - se ogni iniziativa è vista con sospetto e boicottata, alla fine il rischio è perdere lo spirito di iniziativa. “La via per l’integrazione passa quindi attraverso la nostra disponibilità ma anche attraverso l’impegno dello Stato a inserire lo straniero nel tessuto sociale in modo deciso ma giusto. Per questo noi chiediamo un interlocutore, che a Milano per ora non c’è, anzi ci sono molti che si vantano di non aver mai ricevuto un musulmano”.

di Laura Filios (29 ottobre 2010)

{ 2 Commenti }

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Said ha scritto:
2010-10-29 12:28:49
Con l'articolo non ho capito se sarà possibile votarlo? Anche alla primaria? Io sono in italia da 1984 ho diritto di voto. Ma quanti siamo a milano che possiamo votare? Ci sono dati? Grazie
Franco Patricia ha scritto:
2010-11-17 07:40:14
Yo me pregunto si voy a Libia y pido que me permitan construir una Iglesia Catolica , me lo permitirian??? Como se permiten estos beduinos llegar a un pais que los ospita y exigir con esa prepotencia que los caracteriza, sobre todo a este personaje de dudosa honestidad . Si bien me va podria al maximo en Libia rezar de rodillas en mi casa , si no hubiera muerto ya a pedradas . Si, me es muy claro que Italia esta durmiendo con el enemigo en casa , y no solo L'italia, Europa entera !!!
Chi è Abdel Hamid Shaari

 

Abdel Hamid Shaari è emigrato dalla Libia nel 1967 per venire a studiare architettura al Politecnico di Milano, dove alla fine ha conseguito una laurea in Ingegneria e ormai da tempo è cittadino italiano. Di formazione laica ha compiuto la sua scelta religiosa una volta in Italia. Nel 1989 ha fondato, insieme a Ahmed Nassreddin e Sa'ad Abu Zeid, l’Istituto Culturale Islamico di viale Jenner, di cui è tuttora presidente. Fin dall’inizio, presso la sede dell’Istituto, sono stati attivati una piccola mensa come sostegno per le persone in difficoltà e la prima scuola araba riconosciuta in Medio Oriente, con programmi scolastici egiziani (trasferita poi in via Quaranta e successivamente chiusa per “problemi igienico-sanitari”). Agli inizi degli anni ’90, in seguito alla crisi bosniaca, alcuni membri dell’Istituto, tra cui l’imam Anwar Sha‘ban che rimanse ucciso in un conflitto a fuoco al confine croato, avevano organizzato “insieme alla CGIL e all’ordine dei farmacisti” una catena di aiuti umanitari. Per questo motivo nel 1995 l’Istituto finì al centro dell'«Operazione Sfinge» che portò all'arresto di 73 persone (di cui 16 arrestate per sei mesi mentre gli altri rilasciati dopo pochi giorni) con l’accusa di aver collaborato dall'Italia alla resistenza islamico-bosniaca. Dopo cinque anni di processo furono tutti assolti, ma questa operazione pesò parecchio sulla percezione di viale Jenner, che venne di nuovo posto sotto osservazione dopo gli attentati dell’11 settembre. Anche per questo nel 2003 fu deciso di riscrivere lo Statuto e di trasformare l’Istituto in una Onlus. Su di esso pesa anche la recente condanna di tre anni e otto mesi all’ex imam Adu Imad, che Shaari ci tiene a precisare totalmente estraneo ai fatti che gli vengono contestati. Per il presidente infatti l’Istituto non è un centro dove fare politica ma un luogo di riunione per i fedeli musulmani.