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Milano

 

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Foto di "La città di Abba sempre più razzista"

“Ci sono tanti fiori nel mondo, e hanno tanti colori. Così sono gli uomini, perché lo ha voluto Dio”. L’umiltà di Assane Guiebre, padre di un 19enne ucciso a sprangate a Milano esattamente due anni fa, da due italiani che gli gridavano “sporco negro”, ti lascia di stucco. Contrasta con la rabbia che invece salta fuori al presidio per ricordare Abba organizzato da giovani italiani, giovani come suo figlio. La disponibilità di Assane a parlare mi sorprende, e anche la sua pacatezza. È lui a richiamarmi, finito il lavoro in fabbrica, a Cernusco, nella pausa pranzo.


Il clima a Milano è peggiorato, è più razzista? Sì, mi dice, è così. “Dopo la morte di Abba ci sono stati altri casi simili, altri casi di razzismo. Io ho tante persone care accanto, tanti amici italiani e non penso che tutti siano razzisti. Però si dovrebbe intervenire nelle scuole e parlare ai ragazzi, dargli una buona educazione, insegnargli a stare insieme, a dialogare, a non fare distinzioni”.

 

Assane però non ci riesce. Gli piacerebbe essere lui a parlare ai giovani, gli piacerebbe andare in strada e raggiungere quel gruppo di ragazzi del centro sociale Cantiere che ogni anno, il 14 settembre, organizza un sit-in in ricordo di suo figlio (VEDI VIDEO). Vorrebbe dire grazie e mettere anche lui dei fiori all’incrocio tra via Zuretti e via Zuccoli, ma proprio non ce la fa. “Tutta la mia famiglia è come ingessata - mi spiega - e per me ogni anno è peggiore del precedente. Mia moglie è come un pezzo di carta e sono inutili i miei tentativi di consolarla. Le mie figlie si sono chiuse e, a differenza del primo periodo, non vogliono più parlare. L’altro mio figlio ha abbandonato l’università dopo la morte del fratello, e si è sottratto al mondo. Loro stanno peggio di me, e io non riesco a rialzarmi”.

 

La notte del 13 settembre 2008, pochi minuti dopo le 5, Abdul Salam Guiebre, per tutti Abba, cittadino italiano dalle pelle nera, è stato ucciso barbaramente da Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio di 51 e 31 anni, proprietari del bar “Shining”. Pensavano avesse rubato l'incasso della giornata, diranno in tribunale, ma Abba e i suoi amici avevano forse rubato solo un pacchetto di biscotti. Lo inseguono con l’asta di ferro usata per abbassare la saracinesca e lo colpiscono più volte. I suoi amici fuggono.

 

Il vecchio Assane lavora a Milano dall’87, ma ora aspetta solo la pensione – mancano ancora 9 anni – e poi programma di tornare in Burkina Faso, dove è riuscito a far seppellire Abba. Ci torna spesso, per tenere in ordine la tomba. “Una volta l’Italia mi piaceva, ora non mi piace più tanto”, dice. Abba è stato ucciso per razzismo? Sì mi dice, ma poi precisa: “Erano due animali, potevano uccidere chiunque, ma quando vedi un ragazzino nero è più facile”. Assane non è il solo a crederlo.

 

Al presidio organizzato dal centro sociale Cantiere, c’è un’umanità tanto varia da confonderti: insegnati, vicini di casa, signore di passaggio, intellettuali, avvocati, ragazzi incappucciati. Gli amici di Abba arrivano dopo circa un’ora. Sono chiusi, hanno i musi tirati, non parlano con i giornalisti. Solo le ragazze lasciano trasparire qualche possibilità di dialogo, ma limitata a un mezzo sorriso. I maschi lasciano scattare solo i muscoli della mandibola, a furia di stringere le labbra. Un po’ ti senti in colpa, dato che sei bianco. Lo scrittore Marco Rovelli legge il suo “Servi" da un palchetto allestito nella strada, dove, come spesso accade, la polizia supera il numero dei presenti.

 

La polizia è infatti tanto numerosa da risultare involontariamente buffa, perché lì non c’era, quando serviva. Adesso ci sono due camionette e una ventina di poliziotti a circa duecento metri, e vigili urbani a ridosso del presidio. Sembrano un po’ imbarazzati anche loro e sembrano voler passare inosservati. 

 

Nel luglio 2009, il gup di Milano Nicola Clivio condannò Fausto e Daniele Cristofoli a 15 anni e 4 mesi di carcere per omicidio volontario aggravato da motivi abietti e futili. 

 

“Il razzismo nasce dall’ignoranza - mi ricorda Assane, alla fine. A voi giornalisti chiedo di lavorare per cambiare queste cose”. Poi mi saluta, e mi ringrazia. Il suo tono è caldo, mi sembra di sentire la sua mano sulla testa. Mi sta responsabilizzando. Prima di andarmene dal presidio passo davanti al bar dei Cristofoli. Adesso non si chiama più "Shining" ma "Bugaboo", ed è gestito da due cinesi.




Le iniziative per Abba, contro il razzismo, continuano il 24 e il 25 settembre in piazza Selinunte, dove in occasione del "Clandestino Day" saranno organizzati spettacoli, tributi, una cena e una nuova edizione dell'Abba Cup, il torneo di calcetto dedicato al 19enne.

di MiDA (16 settembre 2010)

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Mohamed Ba, "Milano mi ha tradito"


“Il clima che si respira a Milano”, dice Mohammed Ba, milanese di origini senegalesi, la cui storia ha dell’incredibile, è quello di una città che ha paura di sé. “Milano è nostalgica e non trova sé stessa. Da noi si dice che solo chi sente i suoi piedi nella terra può essere ospitale".

 

"A Milano manca questo: la consapevolezza del proprio passato. È una città che è nata dall’incontro, è fatta di sfumature, e di influenze austriache e francesi. Ogni monumento in questa città ricorda un passato che ha sovrastato una precedente identità. Ma la memoria della città non è mai aggiornata, i giovani pensano che sia sempre stata quello che è, e allora credono che possa arrivare qualcosa di diverso, e inquinarla".

 

"L’incertezza, il lavoro, la crisi, un mondo sperequato, dove chi ha i soldi vive, chi non li ha si arrangia. La mente legittima il braccio – mi dice tutto d’uno fiato - come voce autorevole del razzismo serpeggiante”. Mohammed ha speso una vita intera per l’integrazione, ma è comunque finito accoltellato da un ragazzo dai capelli rasati, lo scorso anno.

 

Attore, scrittore, mediatore culturale. Mohamed Ba non racconta volentieri la sua storia perché, dice, ogni volta si riapre quella ferita, quel “tatuaggio” che porta nell’addome. Ma se decide di farlo, succede di corsa.

 

Siamo in via Espinasse, alla fermata del tram. Mohamed è attorniato da persone che come lui aspettano, in un tardo pomeriggio di sole del maggio 2009. “31 maggio 2009, ore 19.45 - ricorda. Un giovane italiano dai capelli cortissimi, sui 30 anni, mi si avvicina e mi dice: "C’è qualcosa che non va". Io mi giro, lo vedo e sorrido: “No, no. Va tutto bene”. L’uomo tira fuori un coltello e gli perfora l’addome. Poi lo estrae, per infilzarlo di nuovo all’altezza dell’ombelico. “Tira su la lama e apre in due il mio corpo. Io mi accascio. Lui mi sputa in faccia”, sussurra.

 

L’aggressore non è mai stato ricercato, mi spiega. “Io sono finito in ospedale. Prognosi di 19 giorni. Con 20 sarebbe partita l’indagine d’ufficio. Nessun poliziotto è venuto da me, nessuno ha indagato. Una mia amica si è precipitata a chiedere informazioni e le hanno detto che si era trattato della solita rissa tra immigrati”. Solo dopo essersi rimesso, Mohamed andrà a fare denuncia, ma senza ottenere alcun risultato. "Immagina le fiaccolate, se io fossi stato Mario Rossi".

 

Tutto questo succedeva il 31 maggio. “Il 6 giugno avrei dovuto presentare al Teatro Dal Verme uno spettacolo teatrale finanziato dal Comune di Milano per favorire l’integrazione. Nessuno si è fatto vivo. Eppure se sono conosciuto, a Milano, è perché ho speso ogni momento della mia vita per conciliare e riunire. Milano mi ha tradito, c’è un trauma che mi porto addosso e non so che fare. Quello che ero prima è morto. Sono convinto ci sia un’utilità in tutto questo, ma non ho ancora scoperto quale".