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Milano
Continua la polemica sulla necessità di costruire una moschea nel Comune di Milano. Il vicesindaco De Corato sfrutta i numeri in calo dei fedeli al teatro Ciak - venerdì 10, per celebrare il termine del Ramadan - per ribadire l'inutilità del luogo di culto. Da parte loro, i musulmani fanno notare che, essendo coinciso il Ramadan con il mese di agosto, quest'anno molti erano in ferie, e hanno quindi raggiunto i familiari nei Paesi d'origine.
"La fine del Ramadan è stata celebrata tra il teatro Ciak, un campo sportivo nei pressi di via Padova, Segrate, via Quaranta, Cascina Gobba e via dicendo: i musulmani a Milano sono circa 10 mila, e nonostante il periodo di ferie eravamo moltissimi", spiega Abdel Hamid Shaari, presidente del centro islamico di viale Jenner.
Al teatro Ciak qualcuno ha voluto prendere carta e penna e scrivere alla meglio un ringraziamento al cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, che nei giorni scorsi ha speso parole a difesa della comunità e a favore della costruzione di un luogo di culto in città. Tettamanzi ha raccolto anche l'appoggio della Cei, e ribadito il concetto all’apertura del nuovo anno pastorale.
"È un problema - ha detto il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, Presidente della commissione Cei per l’evangelizzazione dei popoli e il dialogo fra le Chiese - che va affrontato senza conflitto e pragmatismo. Ci vuole più cultura, volontà di dialogo e di costruire il bene comune".
Dal canto suo, De Corato ha invece voluto sottolineare un aspetto che non solo non c'entra nulla con la questione, ma che a nostro parere arriva a offende l'intelligenza dei suoi interlocutori, utilizzando un sillogismo davvero troppo fragile: "Spiace rilevare - scrive il vicesindaco in un comunicato - che anche in questo momento di ritrovo per la comunità islamica milanese non si sia spesa una parola, una preghiera, per Sakineh, condannata a una morte atroce con modalità tribali. (...) lascia trasparire una connivenza con l’ala integralista e fondamentalista”.
Cosa - tra l'altro - non vera. "Il Corano, che è la parola di Dio, non parla di lapidazione - aveva detto invece ai giornalisti Shaari, considerato rappresentante dell'ala estremista della comunità musulmana milanese -. E il caso di Sakineh è solo un modo in cui uno Stato mostra i suoi muscoli, facendo pagare a una povera donna l’adulterio, che riguarda la sfera privata di un essere umano e non quella pubblica", aveva concluso, aderendo all’appello per la sua salvezza, non più tardi di qualche giorno fa.
di MiDA (13 settembre 2010)
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