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Milano

 

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Si spaccano, si dividono, si arrabbiano. La questione moschea a Milano non è una patata bollente solo per l'amministrazione, tentata di scaricare la scelta sul voto popolare con un referendum consultivo, ma lo è anche all'interno della stessa comunità musulmana. "Sarà perché è così eterogenea, raccoglie tanti Paesi e movimenti al suo interno": dice conciliante Bunegab Benaissa, consigliere della Casa della cultura di via Padova, l'ala più dialogante dell'islam milanese. Tanto dialogante che pur di non dispiacere all'amministrazione ha denunciato chi, tra loro, ha voluto aprire un nuovo centro di preghiera nonostante mancassero i permessi, a Cascina Gobba. Lo stabile era stato acquistato con i soldi dell'intera comunità di via Padova, che aveva presentato al Comune un progetto per ampliarla e fornirla di spazi di svago per bambini e anziani. Ma il progetto fu bocciato e una parte di quella comunità decise allora di ristrutturare la parte già esistente, e renderla utilizzabile per la preghiera. Il Comune ha lasciato fare, ma la Casa della cultura li ha portati in tribunale. Fatto sta che, comunque sia, il centro è attivo da quasi due anni, mentre la polemica si è accesa solo recentemente: guidata forse dal vento caldo delle elezioni comunali e dal crescente via vai di fedeli, nel mese sacro del Ramadan (vedi video). Insomma, in mancanza di regole chiare, si fa come si può.


Hanno fatto bene, "siamo contenti per loro", dice Abdel Hamid Shaari, architetto 62enne, cittadino italiano nato in Libia, considerato da alcuni (ad esempio dal vicesindaco De Corato, che gli nega il dialogo) capofila dell'ala radicale. Shaari è il direttore dell'Istituto culturale islamico di viale Jenner. "è necessario arrangiarsi, perché la nostra situazione è immutata da troppi anni. Non chiediamo una moschea con il minareto - spiega - ma un luogo di culto degno, che possa semplicemente contenere tutti i musulmani". In effetti, basta fare un salto al Palasharp per capire che, anche senza gli stand del partito democratico fra i piedi, i musulmani milanesi proprio non ci entrano tutti, come succede negli altri luogo di culto concessi dal Comune. A vedere queste persone in attesa del loro turno, suonano vuoti i calcoli di vicesindaco e polizia: "Inutile costruire una moschea - ha dichiarato De Corato -, a Milano è praticante solo il 3% dei musulmani". "Facciamo fino a 5 turni di preghiera il venerdì - ribatte Benaissa -. Se noi possiamo accontentarci, e ringraziare comunque per la disponibilità, come faranno i nostri figli?"


Se sembra monotono appellarsi alla Costituzione italiana, che sancisce il diritto di culto individuale e collettivo, e troppo cristiano ascoltare le parole del cardinale Tettamanzi, "pensiamo all'Expo 2015: vogliamo far pregare per strada i musulmani che arriveranno?" A parlare è l'imam del 'nuovo' centro islamico di Cascina Gobba, Abdallah Tchina, che minimizza i contrasti interni ("si litiga anche tra marito e moglie", dice sorridendo), e poi considera il danno all'immagine della città. Su questo punto sembrano tutti d'accordo: Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda hanno molte più moschee o centri di preghiera rispetto a noi. Lo ricordano anche da destra, dove, all'indomani della cena, a Roma, in onore del leader libico Gheddafi - alla presenza del sindaco di Milano - Il Giornale titolava: "Il Comune apre agli islamici per affari. Resta tabù invece la questione moschea". Dal canto suo, il magazine finiano Farefuturo elogia la destra di Sarkozy, e spiega come, in Francia, sorgeranno a breve più di 200 nuovi spazi dedicati alla preghiera, e nuove moschee a Marsiglia, Strasburgo e Tour. Certo, la via francese all'integrazione prevede anche la formazione di imam, che studiano religioni, laicità e interculturalismo, anche - ha scritto Le Monde - per dissuadere le posizioni più radicali. Salvare capre e cavoli, quindi.


L'Italia sembra invece voler evitare il problema. Quando di viale Jenner - con i fedeli costretti in strada - si parlava ai tg nazionali, l'amministrazione e il governo avevano promesso risposte lampo: "La questione sarà risolta in tempi brevi", disse Roberto Maroni, ministro dell'Interno. "In qualche settimana sarà tutto risolto", gli faceva eco Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano. Oggi siamo ancora qui, "mentre gli Stati Uniti parlano di costruire una moschea addirittura a Ground Zero", riflette Benaissa. E il tono degli amministratori è cambiato molto: il vicesindaco De Corato vuole prima di tutto un'intesa tra Stato e musulmani (vedi box). Ma "la richiesta è illegittima - spiega l'islamista della Cattolica di Milano, Paolo Branca - sarebbe antidemocratico e discriminatorio pretendere da questa comunità ciò che non è stato necessario per altre. Sembra più un modo per ritardare la questione". Tutta la Lega rema contro, e il capogruppo a Palazzo Marino, Matteo Salvini, tira fuori il sermone in italiano come condizione indispensabile: "Invito Salvini a non sputare nel piatto dove ha mangiato, visto che in campagna elettorale, anni fa, lo abbiamo accolto a parlare alla comunità di viale Padova", ribatte Benaissa, spiegando che, al 144, i sermoni sono da anni in italiano. "Siamo cittadini italiani - ricorda Shaari - e come altre comunità, abbiamo solo una religione diversa".

di MiDA (9 settembre 2010)

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Cos'è l'Intesa


L'articolo 19 della Costituzione italiana stabilisce che: "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume". Altra questione l'intesa tra Stato e confessioni diverse da quella cattolica, che riguarda soprattutto la possibilità di partecipare alla ripartizione dei fondi derivanti dall'8 per mille. L'iniziativa spetta al governo. Nessun accordo, in questo senso, tra lo Stato italiano e l'islam, seconda confessione religiosa in Italia. Recentemente invece nuove intese sono state ratificate con cristiani ortodossi, buddisti, mormoni, induisti, apostolici e testimoni di Geova. In Italia l'islam conta più di un milione di fedeli, di cui circa 50 mila italiani.