banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press

news
medio oriente

 

Share |

L'inviata Giuliana Sgrena racconta in un libro il suo ritorno in Iraq, i cambiamenti del Paese e le attese e preoccupazioni della genta e della comunità internazionale

Foto di

La nuova sfida dell’Iraq si giocherà tra pochi giorni, il 7 marzo prossimo, quando il Paese sarà chiamato alle urne per le elezioni nazionali. Sono passati quasi 7 anni da quando, nel 2003, dopo soli tre mesi dall’inizio del conflitto, le truppe americane sono entrate a Baghdad, presunto inizio di una nuova democrazia irachena.


L’eco della guerra è ancora forte, con un terrorismo strisciante e velenoso che indebolisce il già debole potere costituito e non permette al Paese di stabilizzarsi. Certo, gli ultimi tre anni hanno dato all’Iraq un po’ d’ossigeno: il settore petrolifero è in leggera ripresa, le truppe americane si stanno gradualmente ritirando, la temuta guerra civile tra sunniti e sciiti non è scoppiata.  Ma - stretto tra fondamentalismi di stampo qaedista e iraniano, questione curda e nazionalismi diversi -  l’Iraq vede ancora lontana l’alchimia politica che potrebbe portare la stabilità nel Paese. Scansato, per il momento, il pericolo della guerra civile intreconfessionale, in Iraq è invece sempre più allarmante il conflitto interetnico tra arabi e curdi.


“Il Kurdistan è andato un po’ per conto proprio e non ha tutte le ferite delle guerra, anche se è terrorizzato dagli attentati” ci racconta Giuliana Sgrena, autrice del  “Ritorno. Dentro il nuovo Iraq” che racconta la sua prima volta in Iraq 5 anni dopo il suo drammatico rapimento, la liberazione pagata con la vita di Nicola Calipari, capo dipartimento dei servizi segreti militari italiani. 


Il nodo della città curda di Kirkuk, il più importante centro petrolifero iracheno, alla base di una contesa tra le diverse etnie del Paese, non è stato ancora risolto. Nella zona, gli attentati sono pochi ma spettacolari. Nel dicembre del 2007 era previsto un referendum per determinare l’appartenenza della città, ma è tutt’ora impossibile stabilire chi abbia diritto di voto. (Vedi box)


La questione curda è tra le priorità delle elezioni nazionali di marzo. La precedente tornata elettorale si svolse nel 2005 in un clima di grande tensione, e segnò la rivincita di partiti  curdi ( riuniti nell’”Alleanza curda”) e partiti sciiti (insieme nell’Alleanza unita irachena), emarginati da Saddam e dal suo regime laico baathista. Allora otto milioni e mezzo di persone - tra cui le donne costrette a velarsi, ridotte a puri fantasmi -  andarono a votare sfidando gli attentati che fecero 44 morti e numerosi feriti. La comunità sunnita disertò le urne.
 

L’Iraq che ha ritrovato la Sgrena è un Paese più laico rispetto al 2005, sotto quest’aspetto più vicino al regime sanguinario di Saddam, in  cui non erano le libertà personali di donne e uomini ad essere perseguitate: "rispetto ad allora ho trovato una novità straordinaria: la gente ha ricominciato a vivere. Questa è una reazione della gente comune, soprattutto delle donne che sono di nuovo in giro per le strade, vanno al ristorante la sera. Per le donne è un riscatto notevole dal 2005. Con Saddam avevano molte libertà: era un regime tremendamente sanguinario ma laico. Con la guerra, le donne erano state 'annientate' dall’arrivo di tutte le milizie islamiche. Ora, approfittando di un periodo di relativa sicurezza, hanno ripreso ad uscire, si sono tolte il velo, hanno ripreso a guidare la macchina, e se anche portano il velo lo portano colorato. Gradualmente ridiventano protagoniste. Questo è un segnale molto forte anche se è solo l’inizio. Ci vorrà molto tempo perché si ritorni alla completa laicità della vita civile”. 



L’Iraq ritrovato dalla Sgrena quindi mostra un lieve segnale di ritorno alla civiltà che parte anche dal basso, dalla voglia di vivere della popolazione, ma la lotta per il potere continua ad essere feroce e le infrastrutture del Paese sono uguali a quelle di cinque anni fa. “Ci sono ancora attentati, la ricostruzione non è partita, le infrastrutture mancano, così come l’acqua e l’eneria elettrica. La distruzione sfigura ancora le città e contrasta con lo stile dei nuovi edifici che non rispetta la compatibilità urbanistica e stride con le immagini dei palazzi antichi, ridotti in macerie e trasformati in depositi d’immondizia”.
  

La linea politica che emerge dalla campagna elettorale è quella dell’indipendenza del Paese da influenze straniere; siano esse ingombranti tutele statunitensi che ingerenze teocratiche iraniane. In realtà Baghdad dovrà decidere che tipo di relazioni esterne stabilire: se rafforzare i suoi legami con l’America e l’Occidente oppure con Teheran.


Nel dicembre 2005 si presentavano in moltissimi fra partiti e movimenti, ma le coalizioni principali erano sostanzialmente tre, tutte di stampo confessionale: la United Iraqi Alliance, che raggruppava tutta la galassia sciita, la Kurdistan Alliance (KA), dove c’erano quasi tutti i partiti curdi e l’Iraqi Accord Front, composto da tre formazioni sunnite.


Oggi solo la KA, l’Alleanza curda, è rimasta in piedi. La Commissione elettorale centrale ha impedito a 145 politici sunniti di presentarsi alle elezioni, a causa di presunti rapporti con il vecchio regime baathista, oggi fuori legge. Questo potrebbe portare ad una nuova astensione sunnita con relativa destabilizzazione del Paese.

Al momento sono quattro le coalizioni che potrebbero accaparrarsi la quasi totalità dei seggi in palio. Quella accreditata come la vincente è l'Alleanza per lo Stato di diritto del Primo Ministro, lo sciita al-Maliki. Le altre sono: l’Alleanza Irachena nazionale, capeggiata da Moqtada Al-Sadr, l’imam sciita anti americano; Iraqiya, l’alleanza nazionalista nata attorno all’ex premier Iyad Allawi e al leader sunnita Saleh al Mutlak (escluso dal voto) e ovviamente il partito curdo.

di Angiola Bellu

{ 0 Commenti }

Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.



La questione del Kurdistan iracheno

 

Il ripristino del Parlamento curdo, nell'ottobre del 2003, nell'ambito di un Iraq democratico, laico e federale, prevedeva il riconoscimento della regione autonoma del Kurdistan corrispondente al territorio governato in maniera semi-indipendente dai curdi a partire dal 1991. Nell’accordo si prevedevano due lingue ufficiali: l’arabo e il curdo, e, soprattutto, si stabiliva un censimento dei curdi presenti a Kirkuk prima di definire lo status della città, che per il momento restava fuori dal territorio autonomo.
La questione dello status di Kirkuk è stata così rimandata fino alla costituzione di un governo legittimo in Iraq, avvenuta nel 2005. Nell'ambito della regione autonoma, i curdi, più numerosi e meglio organizzati, hanno rivestito ruoli chiave nel consiglio provinciale voluto dagli Stati Uniti.


Con l’intensificarsi della violenza in Iraq, sono scoppiate nuovamente le tensioni per il possesso totale di Kirkuk che i curdi aspirano a far diventare la capitale dello stato curdo-iracheno. La zona è la più ricca di giacimenti petroliferi dell'intera regione mediorientale. La costituzione irachena ha demandato la soluzione della questione a un referendum, da tenersi entro la fine del 2007 ma che ad oggi non si è ancora svolto.


La costituzione prevede che, prima del referendum, i curdi espulsi dalla città durante le campagne di 'arabizzazione' volute da Saddam Hussein negli anni '80 dovranno tornarvi. Successivamente dovrà essere effettuato un censimento per determinare quale sia il maggiore gruppo etnico. Dalla caduta di Saddam nel 2003, sono decine di migliaia i curdi rientrati a Kirkuk, ma finora non c'è stato alcun censimento.


Secondo quanto dichiarato dal presidente della regione autonoma curda Barzani, senza l’attuazione della disposizione costituzionale sul futuro di Kirkuk, l’Iraq rischia la guerra civile.

Logo Voci GLobali