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Balzata al centro delle cronache internazionali dopo il fallito attentato al volo Northwest 253, la situazione nello Yemen resta quanto mai complicata e delicatissima

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Lo Yemen, il gioiello d’Arabia, l’Arabia Felix degli antichi romani, la  terra d’origine della regina di Saba, è balzato d’improvviso sulle prime pagine della stampa internazionale lo scorso Natale, quando fallì -  per un soffio - l’attentato sul volo Northwest 253 della Delta Airlines, partito da Amsterdam per Detroit: il nigeriano Abdl Al Muttalib, che aveva tentato di far saltare in aria l’aereo, risiedeva da tre mesi nello Yemen, ufficialmente  come studente di arabo, in realtà per ricevere, in un campo base qaidista, addestramento e risorse per compiere l’attentato.

 

Attentato rivendicato quasi subito dal gruppo 'Al Qaida nella penisola araba' (Aqap), gruppo che ha accusato gli Stati Uniti di aver lanciato offensive contro le tribù yemenite al confine con l’Arabia Saudita, alcune settimane prima.

 

Il presidente americano Barak Obama ha parlato alla Nazione, dicendo: "Faremo tutto quello che è in nostro potere contro i nemici che in Afghanistan o in Pakistan, in Yemen o in Somalia, o ovunque, complottino per organizzare attacchi contro il suolo americano". 

 

Immediatamente i media internazionali, soprattutto europei, 'intuiscono' l’apertura  di un terzo fronte -  dopo Iraq e Afghanistan, - della guerra al terrore, che poi non verrà ufficialmente aperto: le autorità yemenite, filoamericane, hanno scongiurato operazioni militari straniere nella regione, rassicurando gli Stati Uniti sulla lotta al terrorismo e chiedendo, piuttosto, intelligence e addestramento. Così lo Yemen è tornato nell'ombra.  Restano, invece, altissime le attenzioni internazionali: gli Stati Uniti, nel solo 2009, hanno destinato all’antiterrorismo locale 67milioni di dollari. Cifra che, nel 2010, dovrebbe raddoppiare.

 

Difficile comprendere l’intreccio geopolitico  dello Yemen, prescindendo dalla sua storia: sono molti, infatti, i fattori e gli attori in gioco. Vediamone alcuni. Innanzitutto lo Yemen è uno Stato molto giovane, nato dalla fusione nel 1990 - dopo il crollo dell’Urss, la fine della Guerra Fredda  e l’inizio del nuovo (dis)ordine mondiale - della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen del Sud (all’epoca lo Stato più progressista della regione, piuttosto 'pericoloso' negli equilibri precedenti alla caduta del Muro di Berlino) e la Repubblica araba dello Yemen del Nord (Stato con una società feudale, controllata dagli altri Paesi del Golfo, soprattutto dalla confinante Arabia Saudita).


La pace all’interno della neonata repubblica è durata poco e già quattro anni dopo, il Sud – che ha vissuto l’unificazione come un’annessione – è insorto contro il governo centrale, alla cui guida c’era (c’è tuttora) l’ex militare di carriera Alì Abdallah Salih, già presidente della Repubblica del Nord. Al secessionismo del Sud, represso militarmente ma mai completamente sconfitto, si è aggiunto un fronte critico a nord-ovest, nelle terre di confine con l’Arabia Saudita, dove la mai sedata ribellione zaydita, guidata dall’imam Abdul Malik Al-Houthial-Houti (fratello del fondatore del movimento, Hussein Al-Houti, morto in battaglia quattro anni fa e da cui i ribelli prendono anche il nome di 'Houtis') si scontra ferocemente con le forze governative dal 2004. Lo Zaydismo è una variante yemenita dello sciismo islamico, a cui appartiene poco meno della metà della popolazione yemenita (la maggioranza della popolazione, prevalentemente del Sud, è di credo sunnita).


L’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, che non è presente nella zona, stima che finora circa 200 mila persone siano state colpite dal conflitto. I seguaci di Al-Houti si ribellano al filoamercanismo del governo centrale, e, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, hanno alzato il livello dello scontro sino a combattere, tra il 2004 e il 2008, sei 'guerre'. Secondo l'esecutivo di Sana’a, la capitale, al-Houti riceve sostegno materiale e politico dall’Iran, che fornirebbe armi attraverso il Corno d’Africa, e incoraggiamento attraverso un massiccio sostegno mediatico. Sana’a, inoltre, non esclude un’alleanza con i secessionisti del Sud, così come non esclude un’intesa con Al Qaida. Ecco che la ribellione Zaydita non è più solo un problema interno: è una spina nei fianchi di Arabia Saudita e Yemen, Paesi alleati di Washington, che ha bisogno più che mai di zone stabilizzate nello scacchiere mediorientale.


La debolezza del governo di Sana'a è una polveriera internazionale pronta ad esplodere: benché estremamente corrotto, il governo del presidente Ali Abdullah  Sahli, è in armonia con il disegno geopolitico degli Stati Uniti in Medioriente. Sahli è al potere da trent’anni; un suo eventuale rovesciamento darebbe vigore ai numerosi  movimenti antioccidentali all’interno di Stati amici dell’Occidente, in primis l’Arabia Saudita.


La precaria situazione sociale dello Yemen, ancora intrinsecamente tribale, è il miglior brodo di coltura del fondamentalismo: l’estrema povertà del popolo, che vive principalmente di un’agricoltura di sussistenza, di un po’ di pesca, di aiuti internazionali e delle rimesse degli emigrati,la mancanza di ridistribuzione delle entrate che derivano dall’esportazione di greggio e combustibili, il progressivo impoverimento dei giacimenti petroliferi, la corruzione dilagante. Se a questo si aggiunge la strategicità geografica del Paese, bagnato dal Golfo di Aden, crocevia della pirateria internazionale, del terrorismo e dei traffici d’armi e petrolio, ecco che lo Yemen diventa uno dei principali serbatoi per la militanza jihadista globale. Secondo il Segretario Generale della Lega Araba, Amr Moussa, l’unità dello Yemen è una 'linea rossa' che non può essere oltrepassata: la disintegrazione del Paese, secondo Moussa, rafforzerebbe “Al-Qaida nella Penisola Arabica” il cui manifesto politico religioso parla della creazione di un califfato islamico che dovrebbe riunire la Penisola Arabica.


Così, mentre formalmente il terzo fronte della guerra al Terrore non è stato aperto, fonti di stampa statunitense raccontano di operazioni segrete congiunte di forze armate e servizi segreti americani per combattere il terrorismo, approvate dall’amministrazione Obama. L’importanza strategica dello Yemen è tale che non può essere ignorata dalla guerra al Terrore che dal 2001 sta coinvolgendo (senza chiari risultati positivi) gran parte del Pianeta.

di Angiola Bellu

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Il ponte dei bin Laden

Dal Gibuti allo Yemen via Bin Laden. I lavori sono ufficialmente partiti, Tarek bin Laden - il principale azionista del Saudi Bin Laden Group e fratellastro del terrorista più  ricercato del mondo Osama Bin Laden - costruirà, con la sua società  Middle east Developement, quello che è già stato battezzato il 'Ponte del Secolo': unirà l’Africa al Medioriente con una faraonica struttura lunga quasi trenta chilometri - con 6 corsie stradali e 4 binari ferroviari – sospesa sulle acque del Mar Rosso, sullo stretto di Bab el Mandeb, dove si affacciano le coste di Yemen e Gibuti. Alle basi del ponte sono previste due centri per il commercio mondiale super lusso, le 'Città della Luce' (le prime due di circa cento che la compagnia di Tarek Bin Laden ha in progetto di costruire in tutto il mondo). Entro il 2025 si calcola che saranno abitate da milioni di persone (da due e mezzo quella in Gibuti e da quattro e mezzo quella yemenita) creando milioni di posti di lavoro. E' previsto anche un aeroporto internazionale capace di gestire il traffico di 100 milioni di persone l’anno. Il businessman Bin Laden non si è fatto mancare la partnership americana: sarà la californiana Noor al Madina Construction Company, con sede a San Francisco, a reclutare finanziamenti e appoggi politici made in Usa. “La famiglia Bin Laden è originaria dello Yemen – ha ricordato Tarik – e vuole combattere la povertà, la disoccupazione. Vuole unire le regioni del Golfo ai musulmani dell’Africa”.

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