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Cambio al vertice dei militari stanziati tra il sud del Paese e israele. La Spagna prende il posto dell'Italia. L'inviata Tonia Cartolano racconta l'impegno dei soldati italiani.

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In Libano non c’è la guerra, ma non c’è neppure la pace. Una pace che da quelle parti è questione di pochi centimetri. Quelli della blu line, la linea armistiziale che separa Israele dal sud del Libano e che va dalle alture del Golan fino al mare. Una linea di 118 km, che però non è un confine. A farlo diventare tale ci sta provando da tre anni Unifil, la missione dell’Onu istituita dal consiglio di sicurezza per la prima volta nel 1978 dopo l’invasione del Libano da parte di Israele, e che nel 2006 è stata rafforzata con la risoluzione 1701 dopo i 34 giorni di guerra tra Israele e Hezbollah.



In Libano per fortuna, o forse meglio per Unifil, non si combatte da tre anni e mezzo, ma per ora esiste ancora solo uno stop delle ostilità che però non è ancora un cessate il fuoco. A garantire che i due popoli da sempre in lotta non imbraccino di nuovo le armi ci stanno pensando 15 mila caschi blu dell’Onu, stanziati da 30 Paesi. Di questi 2400 hanno il tricolore sulle divise. Al loro comando fino al 28 gennaio scorso c’è stato il generale Claudio Graziano, che ha consegnato dopo tre anni allo spagnolo Asarta un Libano sicuramente più stabile. Mai un italiano era stato tanto a lungo alla guida di una missione Onu così strategica.



È stato suo il merito di aver iniziato a mettere di fronte nei “tripartite meetings” (vedi box) l’esercito libanese Laf e l’israeliano Idf, facendoli sedere allo stesso tavolo ogni mese nella villetta piazzata in un posto che non è Libano e non è neppure Israele. È lì che si va verso la pace, è lì che si decide dove installare un altro “border pillar”, uno di quei piloni blu che stanno costruendo il confine. E anche la pace.

 


I soldati di Unifil è per questo che sono lì, e anche per vigilare affinché nessuna delle due parti violi la risoluzione 1701 sorvolando o facendo partire razzi dai bananeti lungo la strada costiera a sud di Tiro. Da quelle parti basta davvero poco per rompere un equilibrio precario costruito con fatica da Unifil nel sud del Libano, dove se guardi una cartina ufficiale del ministero della Difesa vedi che al confine sud del Paese non c’è scritto Israele, ma Palestine.



Ma oltre al problema della pace difficile nel sud del Libano c’è anche il problema delle mine. Ce ne sono ovunque e l’opera di bonifica è ancora in corso. Da pochi mesi Israele ha accettato di consegnare le mappe dei terreni in cui sono nascoste anche le cluster bombs, le micidiali bombe a grappolo. Del milione che sono state lanciate dopo il 2006 ne sono state rimosse solo 28.500. E nonostante l’opera dei militari dei diversi contingenti di Unifil, dei 48 milioni di metri quadrati di terra ne è stato sminato appena il 10 per cento.



Anche per questo i caschi blu rimangono ancora lì. Il mandato di Graziano è scaduto, ma la missione va avanti. E il compito del suo successore non è semplice. Un italiano, il generale, è andato via, ma oltre 2000 nostri soldati sono lì, impegnati sul campo e tra la gente. E la gente li vuole. Nel Paese dove c’è anche il problema dell’acqua, gli italiani arrivano per portare pure i trattori, come quello donato a fine gennaio alla municipalità di Blida, una trentina di km da Naqoura. Servirà per portare l’acqua nelle cisterne poste sopra i tetti di tutte le case. Oppure i nostri donano generatori di corrente, (anche questa è un problema) come quello di cui può disporre ora l’ospedale del distretto di Margiayoun.



Nella scuola di Naqoura i bambini sanno dire “ciao”. La loro scuola è stata ricostruita grazie agli italiani e dove prima c’era un cumulo di macerie ora c’è anche un campo di calcio. La preside è una donna tenace e orgogliosa, ma mostrando il campetto con soddisfazione e gratitudine dice “non ce l’avremmo potuta fare senza di voi”.

di Tonia Cartolano

{ 3 Commenti }

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Ciro ha scritto:
2010-02-15 12:36:12
Davvero importante che qualcuno parli ancora del Libano! Complimenti per essere andati di persona, per raccontare cosa succede a tre anni di distanza dall'orrore dell'aggressione israeliana. Non condivido, però, la retorica sull'intervento "tricolore": non vedo una strategia di cambiamento, e pertanto il bilancio della nostra missione non può essere dipinto come tanto positivo. Cosa vuol dire che Israele ha consegnato le mappe delle cluster bombs: ma non erano assolutamente proibite!
Olli ha scritto:
2010-02-17 18:25:11
è importante che questi posti siano ancora nominati e che se ne parli. é fondamentale! spesso è volentieri nei posti dove non "esiste la guerra ma manco la pace" non facendo più la notizia non si nominanano neppure. e quei posti sono i peggiori perche sono delle bombe che scoppiano senza nessun controllo. bisogna parlarne e portare altre notizie ancora, perche solo opinione pubblica e un intervento politico internazionale potrà aiutare questa zona che porta con se una storia molto lunga e difficile. Dateci ancora le notizie su Libano!
olli ha scritto:
2010-02-17 18:53:16
ritengo importantissimo e fondamentale che se ne parli ancora dei posti dove "non c’è la guerra, ma non c’è neppure la pace"! proprio perche spesso si dimenticano i posti dove la questione di pace è solamente anestetizzata ma non risolta. dateci le notizie su dei posti del mondo che non fanno più "notizia"! a qualcuno interessa ancora credetemi!!!
L'intervista al generale Claudio Graziano

 

 

Per tre anni ha retto il comando della missione Unifil in una zona che è una vera polveriera, dove uno degli eserciti più efficienti al mondo si è fronteggiato per 34 giorni nell’estate del 2006 con le milizie sciite di Hezbollah. Il generale Claudio Graziano, 56 anni, è tornato in Italia, cedendo il comando al collega spagnolo Asarta. 


Generale Graziano, che Libano lascia?

Anche se all’inizio pochi ci credevano, Unifil è riuscita ad ottenere e mantenere la cessazione delle ostilità, a favorire il dispiegamento delle forze libanesi, a dare supporto umanitario alla popolazione e a instaurare la situazione più stabile che il Libano ricordi negli ultimi 40 anni. Quello che lascio è un Paese sicuramente più stabile.


Un suo indiscutibile successo sono i tripartite meetings. Quando si è insediato credeva davvero di poter riuscire a far dialogare i due eserciti?


A New York pensavano di no. E invece abbiamo la prova che possono 'dialogare'. Persino quando non si è deciso niente si è fatto un passo avanti. Questi incontri hanno consentito di risolvere direttamente molti problemi concreti contribuendo a creare un clima di maggiore fiducia tra le due parti.


Ci racconta un aneddoto positivo e uno negativo, con cui simbolicamente ricorderà la sua esperienza in Libano?

Sono più i ricordi belli che quelli 'brutti', senza dubbio. Un bel fatto che ricordo è quello dell'israeliano malato di mente che è scappato dalla sua Patria ed è venuto in Libano. Gli israeliani hanno avvisato le forze libanesi che una persona stava scappando. Arrestato e detenuto legalmente dai Libanesi, dopo poche ore è stato liberato. Questo ha fatto capire realmente che le cose sono cambiate. Ricordo invece con meno piacere quando stavo per prendermi finalmente qualche giorno di riposo con la mia famiglia, stavo chiudendo la valigia e ho dovuto disfare tutto a causa dell’ennesimo momento di tensione tra Israele e Libano.

 

Secondo lei è possibile già da ora ipotizzare quale potrà essere il giorno di un ritiro dell’Unifil dal Paese?

No, anche perché sono le parti che continuano a dire che c’è bisogno della nostra presenza per garantire la sicurezza e la stabilizzazione. Ci sono poi ancora tante armi nel Libano e ci sono ancora i campi dei palestinesi che continuano ad essere un problema, con terroristi e povertà. Tutto questo chiede che l'Unifil rimanga ancora.

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