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medio oriente
Li chiamiamo kamikaze. In Occidente ci siamo veramente accorti di loro l’11 Settembre del 2001. Ci siamo sentiti indifesi e sconvolti di fronte a chi, pur di ucciderti, si uccide. Oggi - migliaia di kamikaze dopo - siamo riusciti a metabolizzare l’idea dell’esistenza di persone che scelgono di diventare bombe umane.
Gli Shahid, i "martiri" dell’Islam (letteralmente testimone, ndr), ormai fanno parte della griglia attraverso la quale guardiamo il mondo. Tanto che viene voglia di soffermarsi un momento, a riflettere su questo tetro fenomeno impensabile fino a pochi decenni fa. Chi sono, da dove vengono? Chi li recluta, cosa li motiva?
Ne abbiamo parlato con lo scrittore Maurizio Piccirilli, che ha vissuto a lungo - da inviato – nelle zone in cui si diventa combattenti volti al martirio, e in questi giorni ha in libreria "Shahid" (Edizioni Mursia), romanzo in cui racconta il possibile percorso di un ragazzo arabo che diventa kamikaze.
Lo shahid, il martire del jihad, la guerra santa, è una figura che nasce - racconta Piccirilli - in ambito sciita (VEDI BOX): nel momento in cui si assiste allo scisma, compare il concetto di martire. Non a caso, il martirio viene celebrato spesso nei discorsi dello sciita Khomeini. I primi shahid colpiscono in Libano: tutti Hezbollah (sciiti). Dal momento in cui Al Qaida (sunnita) decide di portare avanti la guerra contro l’Occidente, utilizza questo concetto nella propria lotta. I sunniti di Al Qaida giustificano questo tipo di suicidio con il fatto che l’Occidente ha, di contro, armi nucleari, carri armati, eserciti evoluti.
Cosa porta a decidere di usare un terrorista suicida in un’azione?
Nella strategia del Jihad, lo shahid è un'arma letale per obiettivi di una certa importanza, viene usato quando si deve dare all’azione un significato particolare non solo per il nemico ma - soprattutto - all’interno della stessa organizzazione.
Noi occidentali ci stiamo assuefacendo al racconto delle azioni dei kamikaze? Nelle cronache mediorientali sono quasi spariti.
Gli shahid laureati nella scuole del jihad restano sempre tanti. Oggi l’utilizzo di altri tipi di "tecniche" – ultimamente si utilizzano le biciclette, mezzo nella disponibilità di molti – è più frequente. Gli shahid vengono messi in campo quando ci sono azioni multiple con obiettivi precisi, come le stazioni dei governatorati o le sedi della polizia. In Israele e Palestina questo tipo di azioni è quasi in disuso. In Iraq è utilizzata come ultima ratio: quando si deve essere sicuri di non fallire. Però è vero anche che l’Occidente oramai si annoia a sentire di queste azioni, a meno che non siano dirette ai contingenti militari della coalizione impegnata nelle zone di guerra. Tutti i problemi interni a quelle nazioni, non ci interessano più: sono ignorati o peggio snobbati.
Cosa scatta nella mente di chi decide di intraprendere la via del martirio? Come si diventa shahid?
Ci sono diversi percorsi. C’è una componente di plagio che interviene di solito grazie a uno stato di depressione psicologica: molti sono figli, genitori o fratelli di vittime della guerra del nemico (straniero o meno). Oppure può essere la ricerca del senso da dare alla propria vita: l’interpretazione di determinati testi - il Corano, gli Hadit, gli scritti dei leader del Jihadismo mondiale – li porta a trovare nel martirio il senso della vita. In questo caso il fine ultimo è quello di far vincere l’Islam. Far trionfare il Califfato sul governo degli infedeli. Per capirci: un genere di sacrificio simile a quello dei nostri eroi rinascimentali, che gettavano il cuore oltre la barricata per un fine superiore.
Una volta deciso il martirio, c’è un punto di non ritorno? Una volta in azione si è costretti a portarla a termine?
C’è stato almeno un caso, in Iraq, in cui uno shahid è stato trovato ammanettato al volante dell’autobomba. È successo nel periodo in cui Abu Mussab al-Zarqawi, il macellaio di Baghdad, gestiva le operazioni di Al Qaida in Iraq.
Quali sono, oggi, le zone in cui si "producono" i martiri dell’Islam?
Sicuramente quelle del nord-ovest del Pakistan, le zone buie del Waziristan, dove c’è una visione dell’Islam molto legato alle tradizioni locali, e dove ha facile presa il radicalismo islamico jihadista. Lì, per effetto della guerra in Afghanistan, sono fioriti numerosi centri d’addestramento.
L’idea di trasformarsi in bombe umane per combattere il Jihad sta prendendo piede anche in Occidente?
In Europa ci sono potenziali terroristi suicidi. Secondo l’intelligence tedesca, ci sono almeno cinquanta giovani, con passaporto tedesco, addestrati in Pakistan. Sta crescendo in Occidente il fenomeno dei terroristi cresciuti in casa, i cosiddetti “terroristi dagli occhi azzurri”. Tra questi, molte donne: ne hanno fermato alcune provenienti da Belgio, Germania e Svezia. A volte sono seconde generazioni che riscoprono le proprie origini, a volte sono proprio di origine europea.
Che colpe ha l’Occidente in questo scadimento oscurantista del Ventunesimo secolo?
La colpa dell’Occidente è l’ignoranza. Manca una collaborazione reciproca verso un futuro diverso e multiculturale. Questo porta alla creazione di barriere e muri. Devo citare Giovanni Paolo II che diceva: “bisogna costruire ponti e non barriere”. Per esempio: non giova al dialogo raccontare l’Islam soltanto con il velo delle donne, mentre un erudito saudita dice oggi che il Corano non prevede che le donne si coprano il volto. Noi ci attacchiamo al burka e crediamo che sia una scelta religiosa, quando è solo una scelta tribale di etnia Pashtun: la nostra colpa, in quanto occidentali, è soprattutto l’ignoranza.
di Angiola Bellu (2 dicembre 2010)
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La differenza fondamentale fra le componenti dell’Islam, maggioritaria sunnita - da "sunnah", tradizione - e quella minoritaria, sciita, riguarda la presenza e il ruolo della gerarchia religiosa. Nel settimo secolo, vi fu un violento scisma all’interno dell’Islam. Un gruppo di credenti sosteneva che il successore del profeta Maometto, il califfo, dovesse essere scelto tra i suoi compagni più vicini. Per l’altro gruppo, invece, la successione avrebbe dovuto preservare la parentela del Profeta; il degno successore del profeta sarebbe dovuto essere il suo cugino e genero, Imam Ali. Lo sciismo è quindi una sorta di frattura politica, che apre la questione della successione della leadership. Il termine sciiti, deriva da Shi’at Alì, cioè la fazione di Alì. L’imam Alì è battuto ben tre volte nella nomina al califfato, fino al 656, quando diventa il quarto califfo dell’Islam. Scoppia però una guerra civile tra i partigiani di Ali (nell’Iraq attuale) e i suoi oppositori a Damasco. Nel 661, Ali è assassinato da un seguace deluso mentre stava pregando in una moschea nel sud dell’Iraq e viene sepolto a Najaf. Il destino tragico di Alì scuote le coscienze dei suoi sostenitori e accresce la determinazione a lottare per l’ideale di un potere giusto e rispettoso dei principi fondamentali dell’Islam originario. Il martirio divenne il simbolo della lotta contro l’ingiustizia.
