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Libertà di religione, libertà di parola… concetti sempre più calpestati nel ventunesimo secolo. E’ di pochi giorni fa la notizia di Asia Bibi, una cristiana pachistana condannata a morte. La donna ha sostenuto che Gesù, a differenza di Maometto, aveva scelto di morire sulla croce per la salvezza dell’umanità. Una dichiarazione del genere in Pakistan non solleva un dibattito - sia pur acceso e duro - ma si punisce con la morte. Poco si sa, però, del caso di Walid Husayn, 26 enne palestinese di Qalqiliya in Cisgiordania, che rischia l’ergastolo o la morte per blasfemia.


Fino a qualche giorno fa, Walid ha vissuto una doppia vita: sino al venerdì faceva il barbiere nel salone del padre (stimato studioso musulmano della comunità), e si comportava da fedele frequentatore della moschea. Il sabato Walid, chiusa la bottega e dimessi i panni del bravo musulmano, entrava nel suo internet cafè preferito e si trasformava nel più attivo blogger arabo del libero pensiero, dell’apostasia e dell’ateismo. E’ stato capace di mettere in scacco il mondo arabo con feroci proclami antireligiosi e taglienti ironie sull'Islam: "Aprite i vostri Corani, ma intanto fatevi una canna". Oppure: "Solo l'ateismo salverà il popolo". La furia che Walid ha scatenato in tutti i Paesi del Medio Oriente, ha sensibilizzato il ministro dell’interno di Ramallah che ha prontamente redatto una circolare con la quale invitava alla vigilanza tutti i proprietari d'internet cafè, a smascherare Walid: "Stava al computer anche 7 ore di seguito — ha detto Ahmed Abu Asal, il titolare  del locale che frequentava il blogger — così mi sono insospettito". Da diverse settimane, le forze dell’ordine stavano cercando di cogliere in flagrante il pericoloso blasfemo, pesantemente armato di parole.

Ci sono fondati sospetti che Walid abbia tenuto in piedi, per diversi anni, numerosi blog, in lingua inglese e araba, che hanno avuto oltre settatamila contatti nel mondo arabo. “Io sono dio” è arrivato a scrivere sarcasticamente (il sarcasmo è imperdonabile!), e ha definito l’Islam “una fede cieca che fa prosperare nella mente degli uomini irrazionalità e ignoranza”. I suoi gruppi su Facebook hanno provocato migliaia di commenti contrari e dichiarazioni di morte. E’ nata oltre una dozzina di gruppi contro il “blasfemo che ha osato dire ‘Sono dio’”.


La madre del blogger, interrogata dalle forze dell’ordine, ha ammesso di essersi accorta dell’uso pericoloso che il figlio faceva con il computer di casa e che, per questo, aveva provveduto a staccarlo dalla rete. Oggi la famiglia, terrorizzata dalle minacce e con il salone da barbiere vuoto, ha preso le distanze dal figlio: “Che rimanga in prigione tutta la vita, perché ci ha disonorati".


"Mi sembrava un ragazzo quieto, che pregava con la famiglia ogni venerdì e che trascorreva le sere al lavoro nella bottega del padre", ha affermato Abdul-Latif Dahoud, concittadino del blogger. "Dovrebbe essere bruciato vivo", taglia corto, senza mezzi termini l'uomo, "anzi - ha aggiunto - l'esecuzione deve avvenire in pubblico così che sia da monito per gli altri".


L’esplosione di rabbia che ha suscitato Walid riflette il sentimento di paura - crescente nel mondo arabo di quest’inizio di millennio - che l’Islam sia sotto continuo attacco occidentale e ricorda l’ondata di proteste causate dalle vignette danesi sul profeta Maometto, nel 2005. Solo che questa volta il governo che punisce l’apostata è quello laico, tollerante e filo occidentale della Cisgiordania: quello di Walid, infatti, è il primo caso di palestinese perseguito in Cisgiordania per le sue idee religiose. L’Autorità Nazionale Palestinese è evidentemente preoccupata della crescita di consensi che sta ricevendo in Cisgiordania il movimento islamico Hamas al potere a Gaza. Inoltre, l’ANP sta ben  attenta a non perdere il sostegno della Turchia (che nelle ultime elezioni ha mostrato maggior "sensibilità" verso i temi religiosi) e dell'Arabia Saudita (che ha anche oscurato Facebook per via dei proclami di Walid) e si comporta come farebbe il regime degli Ayatollah iraniani.

di Angiola Bellu (18 novembre 2010)

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I blog nel mondo arabo

 

E' ormai un fenomeno di massa quello dei blog nel mondo musulmano. Secondo un recente studio dell'università di Harvard i blog in lingua araba sono ormai 35mila, ma ce ne sono altre diverse migliaia che utilizzano un misto di inglese, francese, e arabo. Generalmente i blogger sono giovani uomini. Operano soprattutto in Egitto e Arabia Saudita. Nel Paese delle Piramidi ci sono sia blogger laici e riformisti, che quelli affiliati ai Fratelli Musulmani, il partito islamico. Molte anche le donne. A Riad si tratta perlopiù di diari personali e sulla grande passione del Paese: la tecnologia. Esistono poi i blogger ponte, cioè quelli che scrivendo in inglese, collegano il loro mondo a quello occidentale. Vivono soprattutto in Libano, Giordania, Siria, Iraq e Palestina. E la scelta della lingua non è casuale. Chi utilizza l'inglese parla soprattutto di politica, economia e diritti delle donne. In generale, i temi maggiormente discussi sono legati a questioni locali ed alla vita personale. Non mancano i blogger che trattano temi politici, principalmente relativi ai propri Paesi di appartenenza. L'eccezione pià grande è la questione palestinese, che è trattata trasversalmente in ogni nazione.

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