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Il 7 marzo scorso le elezioni democratiche in Iraq. Oggi finalmente c’è un governo. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha definito l'accordo tra le fazioni 'equo': lo sciita Nouri al Maliki viene confermato Primo ministro, l'ex premier Ayad Allawi - appoggiato anche dalla minoranza sunnita - otterrà la presidenza di uno speciale consiglio per la sicurezza mentre Jalal Talabani, leader curdo, mantiene la presidenza dello Stato. Negli ultimi giorni, dopo un susseguirsi di deboli intese e fumate nere, i leader dei maggiori partiti del Paese si sono riuniti nella città curda di Arbil e hanno ripreso a parlarsi. Altre minoranze chiedevano potere: i turcomanni, per esempio, che hanno conquistato molti seggi all’interno di Iraqiya e della coalizione dello Stato di Diritto, volevano la presidenza del Parlamento. L’Iraq sta diventando un nuovo Libano, dove il potere è frantumato tra le diverse confessioni.
Ma il popolo come sta vivendo questo momento?
“La gente è molto stanca, non crede nei politici; è molto frustrata” mi dice una rappresentante dell’associazione Iraqi Al-Amal di Baghdad, che riesco a raggiungere la sera prima della conferma del governo, al suo telefono cellulare. “Il problema più grande, qui a Baghdad come nel resto del Paese, è la sicurezza. Dopo anni di guerra, dobbiamo ancora fare i conti col pericolo a cui sono sottoposte quotidianamente le nostre vite. Abbiamo un problema gravissimo con la sicurezza dei cristiani: per loro la situazione è ancora più drammatica. Molti stanno morendo ammazzati in attentati. Cerchiamo di fare una vita normale, ma a seconda di dove ti trovi è possibile che ci sia un’esplosione proprio davanti ai tuoi occhi”.
“Ci sono ancora i maledetti terroristi, abbiamo solo 4 ore di elettricità al giorno, ci vogliono almeno 5 ore al giorno per andare e tornare dal lavoro, quando un lavoro c’è. Che tipo di vita è?”. Il quadro di ordinaria follia ce lo dipinge Ayad j. Rasheed, dell’Associazione Culturale di Amicizia Iraq Italia.
Però avete avuto libere elezioni il 7 marzo scorso: l’affluenza alle urne ha entusiasmato tutti, osservatori internazionali compresi.
“All’inizio abbiamo creduto che i nostri politici si sarebbero messi insieme per formare un nuovo governo che aiutasse la società irachena, tutta insieme, ad uscire da questa situazione”.
E dopo tutti questi mesi di impasse, come vi sentite?
“Abbiamo perso completamente la fiducia nella classe politica irachena. Oggi c'è l'accordo, forse si fallisce domani. Oggi c'è un governo che dopodomani potrebbe cambiare ancora”.
Hai la sensazione che si stia andando verso la "libanizzazione" del Paese?
“Anche la società irachena – come quella libanese - è un mosaico etnico e religioso. La pesante influenza dei Paesi che ci stanno intorno soffia sulle differenze e contribuisce alla spaccatura politica e sociale. Ciascun gruppo politico in Iraq è collegato - in una maniera o in un’altra - ad una potenza straniera limitrofa. Siamo ancora troppo lontani dalla società del perdono e della tolleranza che ci appartiene naturalmente. Tredici anni di embargo duro e tre guerre hanno causato divisioni e spaccature feroci.
Allora quando l’Iraq tornerà a vivere la sua normalità di Paese della tolleranza?
“L’Iraq, per tornare ad essere un Paese normale, deve far passare almeno due generazioni. Ora i politici sono arrivati solo alla soluzione che permette di distribuire al meglio gli interessi delle diverse fazioni”.
Al tempo di Saddam al potere c’era il partito Baath che, prima di degenerare, era unitario e laico.
“Al tempo di Saddam, la minoranza sunnita con il partito Baath - laico solo di facciata - governava sulla maggioranza sciita. Ora gli sciiti hanno preso il potere e hanno contribuito a spaccare il Paese.
Come hanno votato gli iracheni alle elezioni di marzo?
“Si è votato secondo fazioni: gli sciiti hanno votato per gli sciiti, così i sunniti, i curdi etc. La legge elettorale ha causato una spaccatura ancora più profonda nella società irachena. Tutto il popolo oggi sa che i vari gruppi etnici e religiosi non sono autonomi: i partiti sunniti sono legati all’Arabia Saudita, alcuni partiti sciiti sono legati all’Iran, altri alla Siria”.
Le elezioni sono comunque una conquista? Sotto Saddam non ci si poteva esprimere.
“All’inizio c’era il dittatore e nessuno poteva parlare. Ora si può parlare ma non cambia nulla. La democrazia irachena è un esperimento che i dittatori intorno all’Iraq vogliono far fallire. Se la democrazia in Iraq dovesse attecchire, sarebbe un pericolo per le dittature e un bene per tutti i popoli arabi e islamici. La democrazia significherebbe pace, sviluppo, non violenza. Oggi il potere si vede nella faccia e sembra nelle mani degli iracheni, ma - sotto - il potere è di Arabia Saudita, Siria e Iran: questi sono i tre grandi giocatori nella politica irachena".
di Angiola Bellu (11 novembre 2010)
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Non solo le potenze regionali e quelle occidentali giocano le loro partite in terra irachena. Al Qaida, presente nel Paese dall’inizio del dopo Saddam, ha dichiarato guerra alla comunità cristiana in Iraq. “I cristiani sono in prima linea nel processo di democratizzazione”, ha detto l’ambasciatore francese all’Onu, esprimendo il suo cordoglio e cercando una ragione per la ferocia di Al Qaida. Gli episodi più gravi sono avvenuti a Baghdad, dove i terroristi della rete di Osama bin Laden, hanno fatto esplodere, il 10 novembre scorso, sette ordigni contro le abitazioni dei cristiani nei quartieri Zayouna, Duara e al-Mansour. Sei le vittime degli attacchi e 33 i feriti. Solo una decina di giorni prima, un commando di al-Qaeda alla chiesa siro-cattolica 'Nostra Signora della Salvezza' a Baghdad, nel quartiere di al-Karrada, ha provocato la morte di oltre 50 persone e il ferimento di altre cento. Gli imam del Paese hanno anche chiesto ai musulmani di difendere i cristiani, che hanno definito “modello di lealtà”.
