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È tutto pronto per l'Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, il quinto dei pilastri dell'Islam, obbligatorio, almeno una volta nella vita, per ogni musulmano che ne abbia le possibilità fi siche ed economiche. Anche quest’anno, in occasione dell’Hajj (approssimativamente dal 14 al 17 novembre, con variazioni in base al calendario lunare), partiranno dall’Italia per l’Arabia Saudita tre mila fedeli. Nulla sarà lasciato al caso, come prevede l’attenta macchina organizzativa messa a punto dal ministero dell’Hajj, che cura ogni dettaglio, compresa la definizione della quota per ogni Paese di partenza. Per l’Italia,
la cifra annuale di “viaggiatori della fede” concessa dal regno saudita è appunto di tre mila persone, coordinate da una rete di agenzie munite di uno speciale permesso: sono nove quelle che detengono la licenza per l’Hajj e due per l’Omraa, il pellegrinaggio minore.
Ma se la cura della spiritualità rimane il primo obiettivo degli operatori turistici appartenenti alle comunità musulmane diffuse nel mondo, non sembra così per la “sponda” saudita, impegnata a sviluppare un’economia parallela rispetto a quella portante degli idrocarburi.
Il suddetto ministero dell’Hajj, che fornisce “servizi integrati ai pellegrini della casa inviolabile di Allah”, chiede infatti corpose garanzie ai propri partner commerciali. Fra le condizioni che le agenzie turistiche abilitate devono rispettare c'è l’obbligo di versare alle autorità una caparra compresa fra 20 mila e 100 mila euro, che viene restituita solo se, al termine del soggiorno, nessun viaggiatore si è lamentato del trattamento. Questo dopo anni di sistemazioni precarie, proteste e incidenti, anche molto gravi, che hanno spinto Riyadh a istituire un severo sistema di multe e controlli per gli operatori turistici che non rispettano i contratti sottoscritti con i pellegrini. E soprattutto alla luce di una necessità contingente:
diversificare l’economia dei petroldollari rafforzando nuove fonti di approvvigionamento.
“Se potessi lo rifarei ogni anno, per chi ha la fede è un'esperienza meravigliosa”. Il tono della voce di Mahmoud Naguib, 45 anni di cui una quindicina trascorsi in Italia, tradisce entusiasmo e commozione al ricordo del pellegrinaggio compiuto nel 2007 insieme alla moglie. E il desiderio di ripeterlo ancora, “quando la crisi sarà passata però, perché adesso sarebbe impossibile”. In ogni caso, non è da tutti avere compiuto, poco dopo i 40 anni, l'Hajj. E che per molti, per problemi economici o di salute, rimane una chimera per tutta la vita. Non è stato così per Mahmoud – egiziano, un percorso di studi in
Economia e commercio all'università Statale di Milano interrotto “perché a volte la vita ci fa cambiare strada” - e consorte, che dei luoghi santi per l'Islam hanno potuto apprezzare gli sforzi delle autorità saudite per ampliare gli spazi e i servizi a disposizione dei pellegrini.
“Il rituale simbolico del lancio dei sassi contro Satana – cita come esempio – ormai si compie su quattro livelli”, i pellegrini cioè sono distribuiti su passerelle sopraelevate, in modo da non accalcarsi pericolosamente a migliaia. Ma la calca non rischia di far passare in secondo piano la spiritualità dell'evento? “Non credo, la natura stessa dell'Hajj è diversa rispetto agli altri precetti musulmani.
Va compiuto assieme ad altri fedeli, negli stessi luoghi e nello stesso periodo. Il fine è proprio quello di calpestare quella terra, rivivere le origini dell'Islam, condividere con gli altri l'esperienza”. Questo non vuol dire, però, che, secondo Mahmoud, un lavoro nell'edilizia, non si potrebbe vivere ancora meglio il pellegrinaggio: “Penso sia una questione di mentalità di noi musulmani, a volte siamo più attenti al rispetto del rituale nei suoi dettagli, per avere una ricompensa divina, che a compiere i gesti con il cuore”. Insomma, “si potrebbe approfittare di più e meglio dell'Hajj, magari con una preparazione”
preventiva maggiore.
di Federica Zoja (4 novembre 2010)
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“I pellegrini che partono dall’Italia lo fanno quasi esclusivamente per l’Hajj, che per i fedeli è una farida, cioè un obbligo”, spiega a Mixa Hossam Zahran, titolare dell’agenzia Palma Aquarius tours di Milano. La quota di pellegrini che gestiscono è di 94 persone all’anno (di cui “due o tre italiani convertiti”), né più né meno, stabilita in coordinamento con le altre agenzie. Ecco un pacchetto tipo:
il pellegrino in partenza dall’Italia “paga meno di quanto pagherebbe dall’Egitto o da un altro Paese
arabo. Il costo da qui è in media di tremila euro fra viaggio aereo, soggiorno in albergo, posto in tenda con aria condizionata e materasso (durante i riti all’interno delle zone sacre, ndr), pasti, bibite, spostamenti durante tutto il soggiorno”. Escluse le mance ad autisti, fattorini e portieri. Un’abitudine diffusa nel mondo arabo e assai costosa. Ma è importante sottolineare la natura di “servizio dell’opera svolta dalle agenzie turistiche straniere, il cui margine di guadagno è minimo” evidenzia Hossam Zahran. Per lui e i suoi colleghi, l’impegno a favore dei pellegrini è un modo per aiutare i fratelli a compiere un dovere spirituale.
